– Il recente decreto “flussi” per i lavoratori extracomunitari, così come i precedenti dello stesso tipo, è palesemente una sorta di tappabuchi, di soluzione raccogliticcia ed assolutamente parziale di gestione dell’immigrazione. Saranno centinaia di migliaia gli esclusi, oltretutto non in base ad una selezione meritocratica ma solo al capriccio dell’invio di un byte in un nanosecondo.

Per gli “esclusi” da questa vera e propria sanatoria mascherata si aprono due prospettive, o restare nella clandestinità fino ad un nuovo “flusso” o a una nuova “sanatoria”, oppure ricercare vie di regolarizzazione ufficiale diverse dall’arrembaggio dei flussi. Le vie alternative ai “flussi” generici “di massa” sono frazionate in diversi rivoli: i “fuori quota”, in genere riservati a personale altamente qualificato o in possesso di qualifiche particolari, i lavoratori autonomi e gli imprenditori, gli studenti e i tirocinanti,  altre particolari fattispecie rientranti, ad esempio nei visti per “residenza elettiva” o per missione. In realtà i sommovimenti in atto nel mondo arabo che si affaccia sul Mediterraneo potrebbero far saltare gli schemi e rendere necessario per l’intera Europa adottare un provvedimento straordinario di accoglimento temporaneo di immigrati per “motivi umanitari”, come è accaduto nel periodo delle guerre civili nei Balcani.

A regime vigente, l’aspettativa generata dai flussi e la delusione per non esservi rientrati genera una crescente pressione sui percorsi immigratori al di fuori di tali flussi. Percorsi attualmente in massima parte gestiti dal Ministero degli Affari Esteri sulla base delle direttive diramate in un decreto interministeriale del 2000. Tale decreto interministeriale è ormai reso obsoleto dalla notevole produzione legislativa e regolamentare emanata in tema di immigrazione dal 2000 in poi e l’esecutivo si appresta a mettervi mano per un generale restyling. Poiché si tratta di uno strumento tecnico operativo destinato a gestire le procedure di immigrazione presso i consolati – mentre non ha, o non dovrebbe avere, risvolti di natura propriamente “politica”, non stabilendo ad esempio quando e come emanare i prossimi decreti flussi – dovrebbe essere il più possibile frutto di una elaborazione bipartisan, tra esperti giuridici di immigrazione di diverso orientamento politico e ideologico. Questo per evitare marcate connotazioni ideologiche in contrasto con l’operatività delle norme, per evitare gravi ripercussioni diplomatiche e per evitare di danneggiare i nostri operatori economici.

La selezione di imprenditori, consulenti e professionisti provenienti dall’estero dovrebbe basarsi su una complessiva valutazione delle loro qualifiche, capacità imprenditoriali, referenze, presentazione di adeguati “business plan”, ecc. Così come avviene in stati come la Svizzera e gli Stati Uniti. Appare invece supervalutato attualmente in Italia l’interesse ad una stringente valutazione da parte della Direzione Provinciale del Lavoro per stabilire se si tratta o meno di un rapporto di lavoro veramente autonomo o in realtà di natura subordinata. Vi è  un approccio meramente burocratico nella gestione dei flussi, troppo attento a valutare la posizione (dipendente o autonoma) del richiedente il visto in ragione del differente inquadramento contributivo e sindacale che ne consegue, e troppo poco attento invece a valutarne le qualità intrinseche nonché il potenziale innovativo .

Oltretutto l’ambiguità e bizzarria delle definizioni delle figure rientranti di anno in anno nei flussi per lavoro autonomo e l’orientamento che si fa strada di legare il rilascio del visto per consulenti di alto livello solo alla presenza di una vera e propria “certificazione” del rapporto di lavoro autonomo da parte delle Direzioni Provinciali del Lavoro rischia di escludere a priori la possibilità di rilascio del visto per una vasta area di personale qualificato. Mi riferisco a  potenziali lavoratori autonomi  titolari di un contratto di collaborazione professionale con entità quali associazioni, fondazioni, Ong di rilevanza internazionale e con bilanci stratosferici. Resterebbero inoltre esclusi dal novero dei possibili committenti per un lavoro autonomo professionale i maggiori studi legali internazionali con sede in Italia e, naturalmente, non strutturati come una società per azioni di natura commerciale.

Insomma già l’Italia è poco attrattiva nei confronti degli investitori diretti esteri per vari motivi che non è il caso di ripetere in questa sede, poi chiudere letteralmente le porte in faccia a una parte rilevante di tali soggetti solo perché non rientrano nei parametri del lavoro subordinato “certificato” mi sembra privo di senso logico e contrario allo sventolato “liberismo” dell’attuale governo.