Trivulzio, l’inevitabile scandalopoli

– Il Pio Albergo Trivulzio (Pat) è un Ente pubblico che riunisce tre istituzioni storiche milanesi: il Trivulzio (ospizio-ospedale per anziani non ricchi), i Martinitt e le Stelline (che offrono ospitalità agli orfani). Se pronunciate questi tre nomi a Milano, il vostro interlocutore si riempirà d’orgoglio. Essi sono infatti, ancora oggi, il simbolo della solidarietà meneghina.


Ente pubblico, si diceva: con un Cda di sette membri, tre dei quali nominati dalla Regione e quattro dal Comune. I nodi al pettine sono essenzialmente tre: i nomi dei beneficiari, i criteri d’assegnazione e i prezzi dei canoni (o delle vendite). A cui ne potremmo aggiungere un quarto, e cioè come ovviare da qui in poi.

Come noto, il Pat è già stato al centro di una precedente – e clamorosa – affittopoli. Era il 1992, Mario Chiesa (allora presidente proprio del Pat) veniva arrestato per una tangente su un appalto di pulizia all’interno dell’ospizio. Fu allora che venne reso pubblico per la prima volta l’elenco degli affittuari.
Alcuni nomi di allora si ripetono ancora oggi, altri ovviamente sono cambiati. Ma il problema è che, da allora ad oggi, la sostanza è rimasta la stessa: il patrimonio immobiliare non viene fatto fruttare come meriterebbe.

La prima cosa da chiedersi, quindi, è perché dal 1992 ad oggi, ovvero dopo quattro legislature comunali e tre diversi sindaci (Formentini, Albertini e Moratti), le cose non siano affatto cambiate.

 La ragione è semplice: i criteri con cui vengono eseguite le assegnazioni sono gli stessi di allora. A scegliere cioè sono i vertici dell’istituto, a propria insindacabile discrezionalità. Da quanto risulta, inoltre, pare questi tendano a privilegiare chi garantisce un reddito maggiore. Il che può avere senso in una logica di mercato ma non per un ente benefico. Opacità dei criteri e discrezionalità nella scelta danno insomma adito a veri e propri favoritismi.

Passiamo ai prezzi. 4mila euro al mese per 187 mq in via della Spiga possono sembrare tanti, ma in realtà il mercato ne chiederebbe il doppio. Altri esempi: 425 euro al mese per 192 mq in via Petrarca, nello splendido quartiere di Cadorna-Conciliazione, non lontano (tanto per dire) dalla villa milanese di Berlusconi. Poi 47 mq a 424 euro al mese e un 46 mq a 168 euro al mese in corso Italia, dieci minuti a piedi da piazza del Duomo. E ancora, 117 euro al mese per 30 mq in piazza del Carmine, nel cuore di Brera. Si tratta di casi non isolati e non giustificabili per le eventuali ristrutturazioni a carico degli inquilini: il mercato in questi contesti chiede comunque molto di più.

I nomi, infine.

Questi canoni agevolati vengono riservati a top manager, artisti di gran fama, giornalisti, professionisti e (che strano!) politici, oltre che a persone sconosciute di cui in qualche caso, grazie a Google, si vengono però a scoprire quantomeno notevoli disponibilità di liquidi.
Eclatante in particolare un indirizzo: corso di Porta Romana 116. In un solo palazzo c’è il concentrato che segue: l’ex tesoriere di Forza Italia Domenico Lo Jucco (120 mq, 853 euro al mese), l’ex deputato di Forza Italia Giuseppe Rossetto (91 mq, 733 euro al mese), il giornalista del “Giornale” Massimo Bertarelli (96 mq, 507 euro al mese), l’architetto Peppino Crosignani (61 mq, 339 euro al mese), la giornalista di Repubblica Cinzia Sasso, attuale compagna del candidato a sindaco di Milano, Giuliano Pisapia (118 mq, 574 euro al mese). C’è poi un Giorgio Lunghini che non si è tuttora capito se sia il celebre economista di sinistra, ex collaboratore del “Manifesto”, o un suo omonimo (86 mq, 451 euro al mese).

Altri nomi eccellenti, tra i beneficiari di residenze di pubblica proprietà, sono il consigliere comunale del PdL Guido Manca, l’ad del Milan Ariedo Braida, il dirigente della Juve Beppe Marotta, il compagno della figlia di Dell’Utri Simone Ferrari, l’ex responsabile del patrimonio del Pat (toh!) Massimo Sacchi, l’artista giapponese Oki Izumi, la giornalista Rai Micaela Palmieri, il famoso restauratore Claudio Cennini, la presidentessa dell’Ordine degli Architetti Daniela Volpi, il celeberrimo neurologo Orso Brugiani, la figlia (o moglie: le fonti non concordano) del fotografo e gioielliere Angelo Mereu, il nipote di Cossiga Piero Testoni, l’ex An ex La Destra (ora PdL) Luciano Buonocore, Martino Pillitteri (parente dell’ex sindaco), Sveva Dalmasso (ex consigliera regionale di Forza Italia), il fratello di Montezemolo, e più si indaga più escono le chicche.

La polemica più forte è ovviamente stata rivolta ai politici – a quelli del PdL (come Luciano Buonocore e Guido Manca), ed a quelli di sinistra, come Pisapia, sul quale ha pesato la vicenda della compagna, Cinzia Sasso.
La Sasso, però, aveva preso possesso della casa vent’anni fa, e da qualche anno aveva disdetto il contratto. Non conosceva ancora Giuliano Pisapia, che vive in un appartamento di sua proprietà vicino al Tribunale. La vicenda ha comunque creato scompiglio, soprattutto nella costituency sinistrorsa. Tanto che Giuliano Pisapia ha voluto chiedere (e ha incassato, come da prassi) la solidarietà dei leader locali del centrosinistra prima di continuare a fare campagna elettorale.

Il quarto nodo, cui s’accennava prima, cioè come ovviare alla stato de facto, deve evidentemente passare attraverso una profonda rivisitazione dei criteri di scelta ed una revoca dei responsabili dell’istituto. Sotto elezioni, era naturale che più o meno tutti (dal capogruppo Pd in comune, Piefrancesco Majorino sino al sindaco Moratti) avanzassero la possibilità dell’azzeramento dei vertici del Pat.

L’azzeramento dei vertici serve però a poco se non si cambia strategia.
Non v’è nulla di male nel fatto che un Ente pubblico possegga un patrimonio immobiliare da cui trarre frutti. La soluzione più liberale, cioè vendere tutto e subito, da sola non basta. L’elenco aggiunto ieri dimostra infatti che, anche quando il Pat vende, lo fa a prezzi inferiori al mercato. Che si scelga di vendere o di continuare a dare in locazione, la regola da inserire nel bando e nei criteri d’assegnazione è una sola: che il Pat non ci rimetta.

È sbagliata la spiegazione che l’Ente pubblico non può proporsi una logica mercantile: o meglio, sarebbe giustificata nel caso di assegnazione a persone bisognose. Ed è evidente che non sia così. Ed è fuorviante anche la spiegazione più sociologica, secondo cui il Pat, assegnando appartamenti centrali a prezzi inferiori al mercato, contribuirebbe a mantenere nel centro storico una articolata stratificazione sociale com’era anticamente. Fuorviante perché non bastano tre o quattro edifici in svariati chilometri quadrati per ottenere questo risultato, e fuorviante anche perché non è compito del Pat, ma semmai della politica, ottenere un simile obiettivo, ammesso (e non concesso) che sia ragionevole.

Per finire, una considerazione elettorale. I milanesi sono arrabbiati, ma la trasversalità politica dei beneficiari illustri lascia sospettare che, probabilmente, questa Affittopoli non avrà ricadute significative sulle scelte di voto. Sia la maggioranza sia l’opposizione consiliare si sono mostrati risoluti nel pretendere chiarimenti dai responsabili e nel promettere soluzioni drastiche. Che sono avvenute: ieri cinque membri su sette del Cda del Pat si sono dimessi, azzerando di fatto il vertice dell’Istituto. Non senza polemica: hanno parlato di gogna mediatica e di metodo Boffo. Non comprendono che, se chi ha fatto i conti li ha fatti bene, sette milioni di euro persi ogni anno valgono le dimissioni. Ma per sovvertire il sistema – va da sé – serve altro. Ad esempio, la dismissione del patrimonio pubblico (al giusto prezzo): il mercato non è un giudice perfetto, ma è imparziale ed equanime ed in ogni caso non pretende che a pagare per le sue eventuali disfunzioni siano i contribuenti.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

5 Responses to “Trivulzio, l’inevitabile scandalopoli”

  1. Gianluca M. scrive:

    Ma a Tulliani non è andato nulla ????
    Ecco perchè il Giornale e Libero non dànno molta importanza a questa storia….

  2. Stefano lavori scrive:

    WOW, populismo puro, senza nessun approfondimento o tentativo di scoprire la verità. se questo è giornalismo…

  3. Prima che anche a “Libertiamo” arrivi la precisazione del prof. Lunghini (effettivamente è lui), preciso io che (secondo quanto si legge altrove) il contratto di Giorgio Lunghini risale al 1965, “frutto di un cartello affittasi”. Resta il canone molto basso rispetto al mercato, meno di 500 euro per 81 mq in centro.

    @Stefano Lavori. Che significa “tentativo di scoprire la verità”? La “verità” che ci interessa, come credo sia ben chiaro a chi legge il pezzo per intero, non è quella dei nomi altisonanti o di come costoro hanno ottenuto ciò che hanno ottenuto, anche se avremmo preferito che a pagare poco fossero persone indigenti.
    La verità che ci interessa è solo quella della perdita di profitti. Con 7 milioni di euro all’anno, ritengo che il Pat farebbe molte cose buone che in pratica rinuncia a fare. Per noi liberali è solo un’altra dimostrazione che gli Enti pubblici in genere non riescono a gestire in modo efficiente il loro patrimonio, e che forse (anche senza forse) sarebbe meglio metterlo sul mercato.

  4. gli enti pubblici dovrebbero possedere solo case popolari , il resto va venduto(a prezzo di mercato, speriamo) .

  5. filipporiccio scrive:

    “il mercato in questi contesti chiede comunque molto di più”

    Il mercato non “chiede”, il mercato è fatto dall’incontro tra domanda ed offerta sempre più difficile al giorno d’oggi. Teniamo presente che affittare 187 metri quadrati in via della Spiga non è facile, voglio vedere chi affitta un appartamento del genere a 8000 euro al mese, e può darsi benissimo che l’ente preferisca far pagare meno a un inquilino affidabile. Per il resto, molti canoni probabilmente risalgono a qualche anno fa, prima della bolla immobiliare, non serve andare indietro più di 10 anni per trovare canoni della metà di quelli “di mercato” di adesso. E altri sono tranquillamente prezzi di mercato di adesso, come i 900 euro per 42 mq in piazza Mirabello di cui si è parlato.
    Poi è chiaro che qualche favoritismo c’è, ma di tutti i casi presentati dalla stampa come scandalosi ce n’è solo qualcuno veramente fuori mercato.

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