– La gestione dei rapporti con la Libia e con Gheddafi è purtroppo un paradigma esemplare della più recente – e spero ultima, in senso storico – stagione berlusconiana. Dopo anni dedicati a costruire la rispettabilità del Colonnello, l’Italia deve ora tornare ad incassarne le minacce. Alla spregiudicatezza di rapporti ostentati ai limiti dell’inverosimile, non ha corrisposto un eccesso, ma un difetto di realismo. A contare non è mai stata la realtà, ma la rappresentazione.

Questa meccanismo, che sostituisce al “fatto” il “racconto”, guida ormai l’azione dell’esecutivo sui principali dossier di governo. A partire da quelli più berlusconiani. La riforma della giustizia, ad esempio, è stata, per oltre un decennio, la dichiarata priorità del governo, ma è stata sistematicamente scavalcata, seguendo le disavventure giudiziarie del premier, da provvedimenti più “urgenti”, come se la riforma della giustizia fosse parte delle complicate vicende processuali del premier.

Sul piano istituzionale, mentre nel 2006 la maggioranza di centrodestra era riuscita a giungere ad una riforma complessiva tutt’altro che disprezzabile e purtroppo “cestinata” dal voto referendario, oggi non esiste alcuna proposta e alcun dibattito aperto che non riguardi i poteri e l’immunità giudiziaria del premier. Temi che non sono affatto tabù, ma che non possono diventare i totem del dibattito sulle riforme, insieme – ovviamente – al federalismo, o meglio al “travestimento federalista” di un processo di spartizione locale del gettito fiscale statale, che comporterà più tasse al Sud e più spesa pubblica locale al Nord, senza riconoscere a comuni, province e regioni una effettiva autonomia impositiva.

Anche sui temi sensibili, la dissociazione – perfino rivendicata – tra la persona di Berlusconi e il personaggio del premier e tra i valori dell’uno e l’esempio dell’altro è tale da poter essere maneggiata solo ricorrendo ad una quotidiana sceneggiatura mediatica della vita del premier, tanto sul versante pubblico, quanto su quello privato.

Last, but not least, l’economia. Berlusconi ha guidato il Paese per otto anni nell’ultimo decennio. Nel frattempo il sistema-paese non ha guadagnato, ma perso posizioni, in termini di produttività e competitività. Siamo cresciuti meno di tutti (non in Europa, nel mondo), non abbiamo ampliato la base occupazionale – si sarebbe ridotta, senza immigrati – e la disoccupazione giovanile è tornata ai livelli pre-legge Biagi. Sono rimaste colpevolmente al palo le grandi misure di modernizzazione e rilancio del paese: le liberalizzazioni, un fisco più leggero, un welfare più equo e più efficiente. Si è tagliato qualche nastro, ma le grandi opere infrastrutturali rimangono sulla carta. Negli ultimi due anni il premier e il PdL hanno scelto, scientificamente, la strategia dell’immobilismo, giustificandolo prima con la crisi economica, poi con l’ingente debito pubblico e infine con “quegli statalisti dei finiani”.

Andare oltre Berlusconi significa andare oltre lo stallo di un Paese che, per aspettare “tempi migliori”, sarà costretto a fare i conti con le proprie debolezze e inefficienze quando i tempi si saranno fatti davvero peggiori. Questo “oltre” è la sfida che Futuro e Libertà ha lanciato a se stessa e al Paese.

Dopo l’Assemblea costituente il progetto di FLI ha subito una battuta d’arresto grave e, dal mio punto di vista, immotivata. La “svolta a sinistra” – che la propaganda berlusconiana addebita al nostro partito – è stata smentita da tutti gli interventi più significativi pronunciati a Milano (a partire da quelli di Urso e Bocchino, per terminare con quello di Fini), dal programma approvato dall’Assemblea costituente e dagli stessi principi dello Statuto, che fanno un esplicito riferimento alla moderna cultura liberal-conservatrice.

Ritengo che tutti i dirigenti di Futuro e Libertà debbano oggi dare prova di responsabilità e di disponibilità, perché a FLI non continui ad essere associata, più che l’immagine del suo progetto politico, quella – vera o falsa che sia – delle incomprensioni e dei personalismi che dividono parte della sua classe dirigente.

Per parte mia, metto a disposizione l’incarico di capogruppo alla Camera, per cui sono stato indicato da Gianfranco Fini in qualità di presidente eletto del partito, se ciò potesse servire a risolvere, in maniera condivisa, definitivamente e “ad horas“, un’impasse che si trascina da troppo tempo.

Ritengo, anche dal punto di vista personale, prevalente l’interesse di dare concretamente avvio al processo costituente del partito, ponendo termine a queste inconcludenti fibrillazioni e corrispondendo all’entusiasmo con cui, nonostante le difficoltà, migliaia e migliaia di militanti si stanno mobilitando in tutt’Italia.