di CARMELO PALMA – La porta girevole della legislatura è tornata a riempire l’albergo berlusconiano, dopo averlo rapidamente svuotato. E’ legittimo ritenere che a spiegare la “bolla” dei gruppi parlamentari finiani e la sua successiva e fragorosa esplosione sia stato – per molti, ma non per tutti  – il timore dello show down elettorale. Come la costituzione dei gruppi di FLI era stata – ed era apparsa – una polizza contro lo scioglimento della legislatura (che Berlusconi minacciava a gran voce), così oggi il ritorno nella maggioranza berlusconiana di alcuni parlamentari finiani rinvia il redde rationem delle elezioni anticipate (che, a differenza del luglio scorso, è innanzitutto Berlusconi a temere).

Nel rocambolesco rimbalzo di posizioni e di postazioni che fa grande – ed eccellente per Berlusconi – la confusione sotto il cielo del centro-destra, il progetto finiano si è arrestato di fronte al duplice ostacolo dell’ostilità esterna, su cui Berlusconi ha investito tutte le sue risorse, e dell’inimicizia interna, cui le vicende della destra italiana hanno prestato, di tutta evidenza,  un groviglio inestricabile di odi e di rancori.

La battuta di arresto di Fli non annulla né riassorbe le ragioni che hanno portato alla rottura del centro-destra berlusconiano, ma pone evidentemente in dubbio l’adeguatezza e la forma del progetto, cui i profughi finiani hanno dato corpo dopo la defenestrazione dal PdL. Fini, passando sul piano parlamentare dal traccheggio alla sfida, e sul piano interno da una gestione “direttoriale” del partito ad una decisamente “verticale”, ha dato più l’impressione di contraddirsi che di adeguarsi alle esigenze imposte dalla congiuntura politica.

Ad avvalorare l’impressione ha certo contribuito in modo determinante la narrazione mediatica che Berlusconi controlla con mano pesantissima. Nondimeno, rimane il fatto che con questo “vincolo esterno” – per quanto ormai odioso e insopportabile –  la strategia finiana debba misurarsi, anche sul piano dei risultati. E i risultati non sono entusiasmanti. La sfida alla maggioranza è stata perduta e le rappresentanze parlamentari sono esplose un minuto dopo la fine del congresso.

Nondimeno, “fare” Futuro e Libertà e “uscire” da Futuro e Libertà non è la stessa cosa, anche se in alcuni casi ad entrare ed uscire sono state le stesse persone. Equiparare la “rottura” di Fini ai ripensamenti di Rosso e di Catone, l’eresia dei reprobi finiani e il berlusconismo di ritorno dei parlamentari in cerca d’autore non è sbagliato, è ridicolo. La politica – sia detto senza sussiego – non è la transumanza. E –  sia detto senza fighettismo –   non è una notte nera in cui tutti i parlamentari sono neri e hanno lo standing di Scilipoti. Per il cui diritto costituzionale di arrendersi alle lusinghe del Cav. –  sia bene inteso –  siamo disposti a morire, ma non a prenderlo politicamente sul serio.

A dover essere prese sul serio, dentro FLI, sono invece le delusioni di quei parlamentari seri e capaci, come Adolfo Urso e Mario Baldassarri, che si sono sentiti mortificati ed offesi dall’esito dell’Assemblea costituente di Milano. La leadership di un partito comporta anche la responsabilità di gestire le delusioni e i conflitti della vita politica interna. Ma – ci permettiamo di aggiungere – anche i dirigenti politici devono “dirigere” il proprio scontento in modo altrettanto responsabile.