La net neutrality è nemica della rete e dei consumatori

– La necessità di trovare un modello di business sostenibile nella gestione delle reti telematiche sta diventando sempre più una priorità. Alla fine del 2010 la FCC, Autorità delle comunicazioni americana, ha cercato una sintesi controversa varando un pacchetto di norme che differenzia il trattamento della rete fissa dalla rete mobile, attribuendo ai gestori di quest’ultima maggiore flessibilità nella determinazione di quali siano i dati da lasciar passare con priorità sugli altri.

Nel 2007, il ministero degli affari esteri e delle comunicazioni giapponese, riconoscendo come il 60% di banda larga fosse utilizzato dal 10% di utenti “pesanti”, ha recisamente negato l’adozione di qualsivoglia misura regolamentare improntata al principio della cd. net neutrality. Successivamente l’industria locale ha adottato un codice di autoregolamentazione nel quale sono contenute le regole per “discriminare” tra contenuti che viaggiano in rete e trovare un nuovo modello di ripartizione dei costi tra providers di rete, providers di contenuti e utenti finali. Alla base di tale approccio vi è la considerazione che il consumo di rete è oggi sempre più massivo e rende necessari investimenti per l’adeguamento dell’infrastruttura. E chi investe, migliorando così il servizio offerto ai consumatori, deve necessariamente avere la certezza di poter rientrare dagli investimenti effettuati.

In generale, il dibattito sulla net neutrality in giro per il mondo continua ad oscillare tra due poli. Da una parte c’è il mito della gratuità del servizio, sostenuto, per il tramite dell’intervento statale, a scapito delle aziende che investono miliardi nello sviluppo della rete su cui il pianeta viaggia ogni giorno di più (e il ruolo di internet nei moti di liberazione in nord africa ne è una plastica dimostrazione); dall’altro l’osservazione della realtà da parte di coloro i quali – e noi siamo tra questi – temono che senza rendimenti e senza un quadro regolamentare stabile verrà meno l’interesse degli investitori a investire nella costruzione di nuova infrastruttura di rete, con grave nocumento in termini di sviluppo dei paesi coinvolti.

In Italia, ad esempio, una famiglia su 2 non ha un collegamento alla rete e appena una su 3 possiede Internet a casa in banda larga. Complessivamente, resta alto il numero di italiani del tutto privi di copertura on-line: 2,3 milioni. Un numero che raggiunge quota 23 milioni (il 38% della popolazione), se si considerano i servizi d’accesso più tecnologici, come l’ultra broadband, che è in grado di far “viaggiare” il pc fino a 100 megabit al secondo. Rispetto a questa situazione il governo ha ondeggiato tra l’immobilismo e la promessa mai mantenuta di investimenti pubblici sulla banda larga (dal 2004-2009, circa 1,3 miliardi, purtroppo ancora fermi al Cipe, nonostante i ripetuti annunci). A causa di ciò la riduzione del divario digitale all’interno del Paese ha marciato a ritmi modesti: appena il 5 per cento della popolazione. Circa il 12 per cento della popolazione italiana non è al momento raggiunto per varie ragioni tecniche dall’ADSL (o non può averla ad almeno 2 megabit).

Nei prossimi anni, forse grazie agli investimenti privati delle principali società di telecomunicazione operanti nel paese (soprattutto grazie alla banda larga mobile), questo digital divide di primo tipo potrà essere portato a livelli residuali, ma in un mondo in rapida evoluzione resterà aperto – anzi, si acuirà – il problema relativo alla copertura di seconda generazione. Per le potenzialità di crescita e di modernizzazione sociale del paese, il gap infrastrutturale rappresenta una seria ipoteca sul futuro, e inibire gli investimenti con una regolamentazione redistributiva sarebbe letale per le nostre prospettive di sviluppo.

Sostenere ideologicamente la net neutrality rischia a nostro modo di vedere di farci commettere un errore di fatto e uno di valutazione. Il primo consiste nel credere (o fingere di credere) che la rete di oggi sia nelle condizioni in cui era agli albori, cioè quella di una infrastruttura sovrabbondante rispetto alla domanda e in rapida espansione. L’errore di valutazione consiste invece nel sovvertire l’essenza del principio di neutralità della rete, facendone un pretesto per l’intervento dello Stato, nonostante esso da sempre abbia significato assenza dei Governi “reali” dal mondo virtuale di Internet, capace di dotarsi di quelle regole autonome grazie alle quali gli è stato possibile raggiungere l’odierno livello di sviluppo.

Nell’interesse dei consumatori a ottenere servizi sempre migliori, fermo restando il loro diritto di accesso e la necessità di alti livelli di concorrenzialità nel mercato dei provider di servizi di rete, vanno evitati interventi dello Stato che, benché animati come sempre dai migliori propositi, potrebbero causare danni maggiori dei benefici auspicati.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

3 Responses to “La net neutrality è nemica della rete e dei consumatori”

  1. lodovico scrive:

    impeccabile anche se mi sembra che la sintesi americana sia in fin dei conti corretta.

  2. Daniele scrive:

    L’autoregolamentazione appare come interventismo. Internet è così grazie alla net.neutrality: la banda è stretta per via del 10% di utenti/consumatori smartphone o broadband? Si allarga la banda, si fanno investimenti. Sono stati fatti in altri paesi con la net.neutrality e certamente non è questa l’ostacolo.

  3. Andrea Natale scrive:

    Credo si sia fatta un po’ di confusione: net neutrality e gratuità del servizio sono concetti differenti. L’una non implica l’altra.
    Net neutrality indica una rete libera non gratuita (il problema nasce dal fatto che entrambi gli aggettivi si traducono con free).

    http://it.wikipedia.org/wiki/Neutralità_della_Rete

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