17 marzo… una festa che divide non è una festa

– Chi scrive non è stato mai convinto dal concetto di “memoria collettiva” e tanto meno da quello di “memoria istituzionalizzata”, ritenendo che il processo di lettura, di comprensione e di valutazione della storia produca effetti più desiderabili se è decentrato piuttosto che se è un qualche governo a decretare che cosa ricordare a comando e – ça va sans dire – che cosa dimenticare.
Ugualmente non ha mai amato le “feste di precetto” della Repubblica Italiana, ritenendole nei fatti non appuntamenti tendenti a rinsaldare un vincolo comunitario basato su sentimenti spontanei di appartenenza, bensì l’occasione per rimarcare il primato di una certo modello di cultura politica e di coloro che se ne fanno interpreti.

Le celebrazioni, dal 25 aprile al primo maggio, al 2 giugno ed oggi al 17 marzo, diventano così all’atto pratico “cartine di tornasole” per verificare l’adesione di ciascuno ad una visione ben precisa della società e delle istituzioni e per attribuire di conseguenza patenti di “lealtà” o di “slealtà”.
Se non ti riconosci nei valori “autoevidenti” della Resistenza, del Lavoro, della Repubblica, dell’Unità allora sei “colpevole”, sei un eversore, sei moralmente indegno di partecipare al gioco democratico.

E’ in quest’ottica che la Festa della Liberazione è venuta negli anni ad essere non una ricorrenza inclusiva, bensì una data escludente –  e non solo nei confronti di quella minoranza di “nostalgici” che faceva riferimento al Movimento Sociale, ma in larga parte persino nei confronti di quella maggioranza di moderati che non ha mai sentito fino in fondo suo il 25 aprile, perché repulsa dall’appropriazione propagandistica e strumentale di tale data da parte della sinistra comunista e post comunista.
Si determina quindi una società a tre fasce. Da un parte i “buoni” (e la sinistra in un modo o in un altro riesce sempre a trovarsi da quella parte), all’estremo opposti i “cattivi” (storicamente i fascisti), in mezzo i “moderati” accusati dai “buoni” di inconfessabile connivenza con i “cattivi”.
Praticamente lo stesso schema si sta delineando per la festa del 17 marzo, solo che i tempi cambiano ed i cattivi di turno indossano il fazzoletto verde.

Nei fatti dobbiamo riconoscere come, negli ultimi venti anni, l’ascesa della Lega Nord abbia rappresentato uno più importanti e più duraturi cambiamenti del nostro scenario politico. Per la prima volta un partito territoriale, espressione del Settentrione, è diventato uno degli attori fondamentali della politica.
La Lega ottiene circa il dieci per cento dei voti a livello nazionale, circa il venti limitandosi alle regioni su cui si concentra e persino consensi maggioritari in alcune aree della Lombardia e del Veneto.

Indipendentemente dal giudizio di merito che si può esprimere su questo trend, è chiaro che esiste una parte numericamente significativa di italiani che contesta l’attuale strutturazione dello Stato, al punto da essere pronti a votare anche per programmi politici apertamente secessionisti, come lo erano quelli del Carroccio nella seconda metà degli anni novanta.
E’ una parte del paese che, pur rispettando le leggi dello Stato, non si sente rispecchiata dalla sua simbologia e che sospetta che dietro la narrazione istituzionale ed il complesso armamentario della retorica unitaria si celi semplicemente la volontà di spremere economicamente il Nord.

In questo contesto è chiaro che la questione dell’Unità d’Italia è ormai diventata una questione “sensibile”, perché su di essa non può più esistere nel nostro paese – se mai è esistita realmente in passato – una valutazione condivisa.
Essendo una questione “sensibile”, una politica matura dovrebbe affrontarla con “sensibilità”, magari scegliendo la strada dell’approfondimento storiografico anziché quella della “celebrazione”. Invece è più forte per molti la tentazione di mettere il dito nella piaga e di cavalcare strumentalmente il centocinquantenario per accusare di tradimento il terzo partito italiano e relegare il suo elettorato in una condizione di clandestinità morale.

Il desiderio generale di fare del patriottismo unitario uno strumento da spendere nell’attualità politica in funzione anti-Lega è abbastanza evidente nell’immagine oleografica che del Risorgimento italiano si cerca di comunicare.
E’ particolarmente significativo, ad esempio, come tutto ciò che a proposito del Fascismo è oggetto di condanna pressoché unanime – militarismo, nazionalismo, espansionismo territoriale, repressione, assimilazione forzata –  venga con disinvoltura derubricato a nota a piè di pagina, quando si parla del processo prefascista di unificazione nazionale.
Essere più critici nei confronti dell’imperalismo sabaudo, fosse anche per evidenziarne gli effetti deleteri sul Sud, sarebbe oggi in primo luogo un assist a Bossi.

Prodotto collaterale dell’anatema antileghista è stato, poi, lo scontro a cui abbiamo assistito in questi giorni tra Napolitano ed il presidente altoatesino Durnwalder.
I conflitti tra Roma e Bolzano sono rari. Gli altoatesini sono pochi ed il loro autogoverno non minaccia l’architettura centralista nazionale quanto le politiche della Lega. Tuttavia in questo caso la posizione della Provincia Autonoma poteva creare un precedente a sostegno delle tesi di Bossi.
Ne è venuta fuori una polemica abbastanza spiacevole ed è lecito chiedersi se l’Alto Adige abbia davvero bisogno di una giornata il cui principale scopo sia di rammentare ai cittadini di lingua tedesca che “l’Aquila d’Austria le penne ha perdute”- se sia davvero questo il miglior contributo che possiamo dare alla convivenza interetnica o se invece sia piuttosto un’occasione per rinfocolare malcontento ed ostilità.

Il 17 Marzo non è una data che “divide la maggioranza” – come rileva quella parte dell’opposizione che guarda al proprio interesse immediato. E’ una data che rischia di dividere prima di tutto i cittadini di questo paese.

Per certi versi è interessante come molti degli attuali sostenitori dell’adesione forzata ai valori unitari siano gli stessi che in altri ambiti sollevano il pericolo del ricorso a simbologie identitarie e rivendicano l’importanza invece del rispetto delle diverse culture e convinzioni.
Sostengono ad esempio, che la sfera pubblica debba essere spoglia di riferimenti culturali religiosi, in nome del rispetto dei non credenti e dei credenti di altre religioni – contestando la posizione dei sostenitori delle radici cristiane dell’Italia e dell’Europa, secondo i quali i principi fondamentali del Cristianesimo rappresentano valori umanistici universali in cui tutti, anche i non credenti, possono riconoscersi.
Sulla questione del crocifisso del resto è, al contrario, proprio la Lega a servirsi in modo attivo di una determinata simbologia culturale nel tentativo di marcare il territorio e magari di dipingere gli scettici come “nemici dell’occidente”.

Questo dimostra che i ruoli di chi difende identità culturali assolute e di chi desacralizza e relativizza sono all’occorrenza intercambiabili. Quello che invece non cambia sono i meccanismi. Prendere la cultura ed i valori di una parte ed attribuire ad essi una valenza universale, pur sapendo che non tutti potranno sentirli propri allo stesso modo. L’obiettivo mai dichiarato, ma sempre palese, è infatti proprio quello di far sentire qualcuno fuori posto e di portare allo scoperto la sua mancanza di lealismo.

Ma in definitiva gli italiani la possono avere una vera festa? La risposta è sì solo se viene individuata una data effettivamente neutrale.
Ci sarebbe forse da prendere esempio dalla Spagna, paese che ha dovuto fare i conti, da un lato con le pesanti divisioni politiche lasciate dagli anni del franchismo, dall’altro con il progressivo rafforzarsi delle identità regionali e di spinte autonomiste ed in qualche caso secessioniste.
Ebbene la sensibilità spagnola nei confronti delle problematiche della convivenza arriva ad avere eliminato, fin dal 1978, le parole dall’inno nazionale, rendendolo solo musicale.
Inoltre le feste nazionali spagnole non servono a celebrare la vittoria di una parte del paese sull’altra. La festa più importante è il 12 ottobre, in ricordo della scoperta dell’America e del contributo spagnolo al mondo intero.
Magari anche noi dovremmo fare lo stesso.

Se vogliamo una festa che sia davvero di tutti non possiamo scegliere una ricorrenza che sia strumentalizzabile politicamente, che sia in qualche modo legata a questioni che sono al centro dell’attuale dibattito politico.
Sarebbe bello per esempio dimenticare guerre di indipendenza e guerre mondiali e proclamare festa nazionale il 15 aprile, il giorno della nascita di Leonardo da Vinci, a simboleggiare il genio, lo spirito di iniziativa e la creatività italici.

Inoltre cerchiamo di non chiedere troppo a questa penisola che ci ospita. Di non pretendere che sia a tutti i costi una Nazione, in senso ottocentesco.
Troppo forte è la polarizzazione geografica tra Nord e Sud e troppo forte è la polarizzazione sociologica tra popolo del centro-destra e popolo del centro-sinistra.
Qualsiasi tentativo di rendere forzosamente l’Italia “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor” rischia di configurarsi come sopraffazione e delegittimazione di una parte del paese e di peggiorare – non di migliorare – il generale clima politico e culturale, generando dissapori, risentimenti e desideri di rivincita.

Lasciamo a paesi meno conflittuali inni, bandiere e parate militari e concentriamoci su obiettivi meno retorici e più concreti di quello di un improbabile idem sentire nazionale. Ad esempio su quello di una civile e decorosa coabitazione di persone diverse.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

14 Responses to “17 marzo… una festa che divide non è una festa”

  1. Carmelo Palma scrive:

    Penso che Marco abbia ragione. Non ha senso “pretendere” troppo dall’Italia e a “volerla” quale non è stata e non sarà. Una lingua, una cultura e una religione comune non hanno fondato una comunità politica.

    Penso però che uguale prudenza si debba avere nel non contrapporre al mito nazionale miti del tutto inventati – come quello “padano” – e nel ritenere che i guai che dipendono dalle molteplici fratture, che attraversano il nostro paese in senso economico e territoriale, possano essere affrontati e risolti in una chiave particolaristica.

    Questa è oggi la vera tentazione fatale della politica italiana, al Nord, come al Sud. Che peraltro si innesta su di una cultura istituzionale profondamente statalista, di cui sono proprio le forze politiche più particolariste, al Nord come al Sud, ad essere più profondamente imbevute.

  2. Mauro Gilli scrive:

    Carmelo, ma dove li pescate? “Processo prefascista di unificazione nazionale”? Davvero, li tirate fuori dal cilindro? Ma questo signore ha minimamente idea dell’argomento in questione, o vuole solo fare un po’ di polemica gratuita e inutile?

    L’unificazione si può criticare, ma per l’amor di dio, almeno criticatela senza ricorrere alle cretinate.

  3. Lucio Scudiero scrive:

    Mauro, il tuo commento è saccente e spocchioso oltremisura, nei confronti di uno scritto che puoi non condividere quanto vuoi ma che resta denso di interessanti chiavi di discussione, come tutti quelli che Marco Faraci pubblica sul nostro sito. Meglio avrebbe fatto, a te e alla discussione sul tema, se fossi entrato nel merito invece che limitarti a schernire l’autore con tono supponente.

  4. Marco Faraci scrive:

    @Mauro Gilli
    Francamente non ho capito il senso del tuo commento ed in particolare perché te la sei preso in particolare con le parole “processo prefascista di unificazione nazionale”.
    Voglio chiarire che la parola “prefascista” deve essere letta come “precedente al fascismo”, non come “prefigurante il fascismo”, se è questo il tuo dubbio.

  5. lodovico scrive:

    L’Italia, come nazione e territorio, si definisce durante l’ottocento e il novecento. La data del 17 marzo 1861 è quella del giorno in cui il re di Sardegna e di Savoia assume il titolo di re d’Italia. Era un’Italia assai diversa per estensione da quella attuale, mancava il veneto, Mantova, Roma, il sud Tirolo era dell’Austria e l’Istria che fu per non molto italiana. L’unità la vollero il re e Garibaldi, a differenza di D’Azeglio, Cattaneo, Cavour che avevano preferenze federaliste mentre Mazzini sognava una repubblica. Noi festeggiamo il 17 marzo con cadenza cinquantennale mentre il giorno della Liberazione ha cadenza annuale: la nostra Costituzione preferisce la dizione “ tutti i cittadini“ a quella “tutti gli Italiani”. Dopo due chiese: quella cattolica e quella marxista che sono universali, siamo ancora alla ricerca di un qualcosa che ci unisca e non ci riconosciamo in questo stato pasticcione e impiccione. Io abolirei molte feste e terrei un giorno per l’Unità d’Italia (va bene il 17 marzo) ed un giorno per ricordare tutti gli Italiani che sono morti per l’Italia: questo per provare ad unire e non dividere

  6. mick scrive:

    Onestamene le considerazioni sono tutte condivisibili ma, come gran parte delle critiche che ho sentito in questi giorni (tralasscaindo per carità di Patria la Lega e la Marcegaglia), fuori bersaglio.
    Non si tratta di negare gli evidenti limiti del proesso di unificazione facendone un’apologia mitizzante ecc ecc.
    Si tratta semplicemente di stabilire se l’unità d’Italia ha un valore per gli italiani o meno. Poi sulla scelta della data si può discutere ma che importanza ha in definitiva. Qualcuno crede veramente che Gesù sia nato il 25 dicembre dell’anno 0?

  7. Mauro Gilli scrive:

    Per Marco: allora chiedo scusa. Il senso di quella tua frase sembrava infatti suggerire che il Regime Sabaudo avesse tratti in comune con il fascismo – di qui la mia reazione. Il regime Sabaudo non era un modello di democrazia per gli standard attuali, ma era sicuramente più libero e democratico di tutti gli altri staterelli della penisola. Tutto qui. Faccio ammenda.

  8. Francesco Violi scrive:

    Intervengo su questo post per varie ragioni, alcune fra le quali anche familiari. Motivi familiari, per il fatto che la mia famiglia, discende da un protagonista minore del Risorgimento, tal Vincenzo Borelli che fu impiccato assieme a Ciro Menotti il 26 Maggio 1831 a Modena. Marco avrà ragione a denunciare i guasti del nazionalismo. Però vorrei chiedergli, se per lui questo discorso vale solo per l’Italia e non per altri paesi europei. Io non credo che l’esperienza dell’Italia unitaria sia stata totalmente negativa, sebbene il Risorgimento non sia stato un’epopea, sebbene abbia visto vittime da entrambe le parti e sebbene per molti anni sia stata rappresentata con toni oleografici e retorici.
    Gli stati pre-unitari non erano delle democrazie jeffersoniane nè tantomeno dei paradisi di libertà e ricordo che uno dei motivi per cui alla fine il Regno di Sardegna vinse, fu anche perchè nonostante la sconfitta nella prima guerra d’Indipendenza, lì venne mantenuto uno statuto, mentre in tutti gli altri stati preunitari non venne concesso o venne ritirato. Se non ricordiamo che nel risorgimento c’era stata comunque una forte carica di desiderio di libertà e di uguaglianza. Che poi nel corso degli anni queste aspettative non siano state mantenute è un altro discorso. Nè mi sembra giusto dar la colpa della situazione attuale ai protagonisti di quell’epoca, per poi omettere le responsabilità INDIVIDUALI degli uomini che hanno governato questo paese negli ultimi cinquant’anni (ma da altri suoi interventi, so per certo dott. Faraci che non è il suo caso).
    Che altro dire? Che queste polemiche mi riempiono di una profonda amarezza. Ed è proprio per quello che dice Lei, per il fatto che tutte quelle che dovrebbero essere le date della nostra storia patria, alla fine non trovano mai il consenso unanime che a mio parere meriterebbero. Personalmente, io festeggerò il 17 marzo, così come lo ricordavo, unico fra i miei compagni, anche quando andavo al liceo, così come continuo a pensare che questo paese meriti un idem sentire de re republica. Se ciò vuol dire che sia meglio festeggiare la nascita di Leonardo Da Vinci o di qualsiasi altro genio italiano, piuttosto che eventi storici ben venga. Ma ciò vorrebbe dire che siamo e rimaniamo un paese intrisecamente frammentario e la cosa non credo sia ritenibile positiva, soprattutto perchè non credo l’alternativa sia una “pacifica convivenza fra persone diverse” ma l’essere in balia di forze particolaristiche per loro stessa natura possono risultare intolleranti e non liberali.

  9. lodovico scrive:

    egregio sig. francesco violi, la mia famiglia é stata più fortunata: un mio avo,gaetano malavasi fu condannato a morte assieme ad altri carbonari ma in contumacia, essendo fuggito nei pressi di bologna. Gli vennero confiscati i beni….ma poi ne rientrò in possesso. mia madre é nata in dalmazia e da questa si allontanò dopo la prima guerra mondiale. Perse tutti i beni. altri hanno perso famigliari nelle due guerre e nella guerra civile. si dovrebbe ricordare solo il giorno dell’unità ed uno in memoria di tutti gli italiani morti per la loro nazione

  10. Marco Faraci scrive:

    @mick
    Probabilmente per la maggior parte degli italiani l’Unità rappresenta un valore, ma quello che io metto il dubbio è proprio il fatto che una festa di questo tipo possa essere decretata semplicemente “a maggioranza”.

  11. Tiziana Teodosio scrive:

    Grazie all’amico Marco per l’ottimo scritto, come ci ha abituati a leggerne.
    Le accuse di essere polemico trovo che siano del tutto fuori luogo. Del resto l’articolo, sebbene sia completo rispetto al suo focus, è invece carente rispetto ad un aspetto più generale: la Verità.
    Intendo dire che avrei voluto -ed anzi sollecito l’amico Marco in tal senso- leggere la sua riflessione sulla questione in senso più ampio e non solo rispetto alla scrematura dei tg nazionali che si sono occupati per lo più di Bossi & co.
    Questa giornata di ferie avrebbe potuto essere l’occasione per signori come Mauro Gilli che -ripetendo quanto evidentemente mandato a memoria sul Sussidiario delle elementari (magari lo stesso che fu adottato anche nella mia scuola)- osa dichiarare con una sicumera al giorno d’oggi davvero impensabile che <> di andare a cercare qualche fonte di controinformazione e studiarsi la vera storia del 1861.
    Anche una semplice mappa gli mostrerà che tra gli staterelli non c’era sicuramente il florido Regno delle Due Sicilie che fu deliberatamente saccheggiato dal Piemonte di Cavour indebitato all’inverosimile con la famiglia Rothschild e che aveva emesso tanta cartamoneta (mentre nel Regno delle Due Sicilie circolavano monete d’oro) da essere divenuta cartastraccia.
    Forse il sig. Gilli avrebbe avuto l’occasione di scoprire che questo modello, o, come lo chiama lui, questo “regime” non soltanto ha cancellato la storia (o tentato di cancellarla) dalle scuole e dalle culture e dalle famiglie ma è lo stesso modello che ha portato alla distruzione ed allo sfacelo l’intera italia, prima ancora che il Sud.
    Avrebbe appreso che il Ricco Regno delle Due Sicilie che non era mai stato in mano ai banchieri è stato defraudato di ogni bene, ucciso, saccheggiato, violentato e poi offeso ed ancora oggi esseri ributtanti come il sig. Brunetta si permettono di affermare senza essere buttati a calci fuori da questa italietta da tutti gli italiani che “la Campania e la Calabria sono il cancro dell’italia”.
    Bossi non avrà forse molto da festeggiare e sarà molto arrabbiato. Ma la sottoscritta è disgustata, schifata dall’ignoranza e dalla voglia di rimanere nell’ignoranza, dalla sicumera dell’ignoranza di persone come il sig. Gilli che affermano con sicurezza dati falsi.
    Io ce l’ho con lei proprio sig. Gilli, perché se detesta le polemiche avrebbe dovuto prendere per la collottola il sig. Brunetta o chiunque altro (e sono tanti) si sia mai permesso di offendere la Storia e la Verità e buttarli fuori a calci dal consesso civile.
    Che bandierina devo sventolare? Quale delle TRE che sono state messe nei loghi ufficiali?
    Nessuna polemica? Tre bandiere nei loghi ufficiali di una presunta festa di unità nazionale?
    Si informi sig. Gilli. E poi taccia, per rispetto alla sensibilità di chi vorrebbe materialmente sputare in faccia al sig. Cavour e che quando pensa che a Napoli fin anche le strade e le piazze ci hanno rubato dando loro nomi di traditori e di assassini prova uno sconforto indescrivibile.
    Silenzio almeno. Fatevi la vostra festa e ridete satolli, ma almeno non offendete la Verità. E se non c’è più granché da attingere dalle mie terre inquinate fino alle falde dai fanghi di porto marghera ed altro… perdonateci. Ci inventeremo qualcosa.

  12. Marianna Mascioletti scrive:

    @ Tiziana Teodosio: la parte del suo commento tra i segni < , probabilmente una citazione, è andata persa. Se ritiene che sia importante per la comprensione del commento, può riscriverla senza usare quei segni? Grazie.

  13. Tiziana Teodosio scrive:

    Mi scuso.
    Il testo è il seguente:
    Il regime Sabaudo non era un modello di democrazia per gli standard attuali, ma era sicuramente più libero e democratico di tutti gli altri staterelli della penisola.
    SICURAMENTE = è un avverbio fuori luogo.
    ALTRI STATERELLI = il Regno delle Due Sicilie era il più grande da oltre cinque secoli e sempre unito! Se si vuole negare anche questo!
    Grazie e buona giornata a tutti.

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