Nel pentolone del ‘mille proroghe’ non c’è spazio per le liberalizzazioni

– Da pochi giorni il Senato ha licenziato il testo del cosiddetto decreto ‘milleproroghe’, conosciuto anche con il nomignolo di ‘Finanziaria dei poveri’. Il ‘milleproroghe’ nasce sempre a cavallo della fine dell’anno, subito dopo l’approvazione della Legge Finanziaria, con l’obiettivo dichiarato di prorogare termini normativi non adempibili e con l’intenzione, neppure dissimulata, di tappare falle, di rispondere ad emergenze e di assecondare i desideri ultimativi dei gruppi parlamentari di maggioranza. E’ un provvedimento omnibus, che non manca di una sua particolare “razionalità”, la quale però ha ben poche parentele con quelle di un corretto e coerente legiferare.

Un minestrone buono per tutte le stagioni, nel quale le forze politiche si cimentano ad aggiungere ingredienti sempre nuovi. Il testo del decreto legge è composto di pochi articoli ma di molti commi, ognuno dei quali riguarda gli argomenti più disparati, ma comunque – in teoria – inerenti un termine da prorogare. Al Senato, quest’anno, il testo definitivo è stato votato attraverso una fiducia posta su di un maxiemendamento dell’esecutivo. Che è un modo – a ben guardare – per convertire un decreto per decreto, espropriando il Parlamento del diritto di deciderne e discuterne le modifiche.

Alla Camera dei Deputati si è fatto perfino di meglio. La maggioranza, malgrado nelle competenti commissioni Bilancio ed Affari Costituzionali Commissione fossero stati presentati solo un centinaio di emendamenti (non proprio un ostruzionismo), per il fatto di non avere i numeri necessari all’approvazione, ha rinviato interamente all’aula il disegno di legge di conversione, senza decidere né discutere nulla. Anche in Aula, la paura di essere sconfitto sulla votazione degli emendamenti proposti dalle opposizioni costringerà quasi certamente il Governo a porre la fiducia sul provvedimento.

Fra le disposizioni normative che più hanno colpito l’attenzione e che colpiranno indirettamente anche le tasche degli italiani, c’è senz’altro la proroga dell’entrata in vigore della norma che prevedeva i tagli ai componenti dei Consigli e delle Giunte comunali. Il tutto in barba ai tanto declamati slogan sulla riduzione delle spese della politica, in voga qualche mese fa tra i banchi del Parlamento.

Il ‘milleproroghe’ è un provvedimento farcito di norme antiliberali e di nuove imposte. Fra le tante segnaliamo l’aumento di un euro dei biglietti del cinema e la proroga del termine per l’entrata in vigore del divieto di incroci tra stampa e televisione. Non mancano le norme anticoncorrenziali, farcite da cortesie alla Lega Nord, quale quella relativa alla proroga del termine per il pagamento delle multe sulle quote latte. Come non menzionare, poi, l’aberrante “tassa sulle disgrazie”  che prevede la possibilità per le Regioni colpite dal calamità naturali di innalzare il livello della pressione fiscale, come se gli sventurati cittadini, oltre a fronteggiare i cosiddetti “atti di Dio”, fossero costretti anche a subire – come calamità conseguente – un deupaperamento da prelievo fiscale… Un vero esempio di federalismo solidale.

Sfuggendo alla logica della mera e sterile contrapposizione, il gruppo di FLI presso la Camera dei Deputati ha presentato in Commissione due emendamenti, che, se approvati, avrebbero determinato un beneficio per i cittadini ed un notevole passo avanti verso la depoliticizzazione dei servizi essenziali, consentendo contestualmente una vera e seria liberalizzazione dei mercati. Non casualmente, i due emendamenti sono stati dichiarati inammissibili, malgrado agissero, correttamente, su “termini normativi” a differenza di altre norme ficcate a forza dall’esecutivo nel proprio maxi emendamento (quale ad esempio quello che “autonomizza” Bancoposta da Poste italiane e autorizza quest’ultima ad entrare nella Banca del Sud)

Il primo emendamento proposto riguardava la fissazione di un termine per la separazione proprietaria tra Eni e Snam, cioè tra il gestore della rete, i produttori e i distributori di gas. Tale schema è già applicato all’energia elettrica, per la quale esiste una rete centrale, posseduta e gestita da Terna SPA, e poi una serie di rivenditori del bene-energia elettrica in competizione tra loro, con lo scopo di offrire un servizio standardizzato, ma a prezzi concorrenziali. La questione è rimasta, invece, aperta per il settore del gas naturale. In tal senso anche l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, intervenendo, nel corso di una Audizione tenutasi presso la Commissione industria del Senato il 18 ottobre 2006, in merito al completamento del processo di liberalizzazione dei mercati energetici, ha rimarcato l’esigenza di procedere con sollecitudine alla separazione proprietaria della rete di trasporto del gas naturale, con l’obiettivo primario di favorire il rilancio degli investimenti .

La concentrazione, oltre a garantire una rendita monopolistica ad Eni, scoraggia gli investimenti e le “relazioni internazionali” in un settore in cui, più che proteggere il campione nazionale, è necessario promuovere la presenza di nuovi operatori di importanti dimensioni e capacità operative. L’emendamento fissava dunque il termine del 31 luglio 2011 per l’emanazione del DPCM, previsto dalla finanziaria 2007, che avrebbe dovuto disciplinare le modalità di cessione delle quote di partecipazione superiori al 20 per cento del capitale delle società che sono proprietarie e che gestiscono reti nazionali di trasporto del gas naturale.

L’altro significativo emendamento proposto dal Gruppo di FLI riguardava la proroga al 27 giugno 2011 per la soppressione delle Autorità di ambito territoriale ottimale. Contemporaneamente l’emendamento affidava all’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, anziché alle Regioni, i compiti di regolazione del servizio idrico, con particolare riferimento alla regolazione tariffaria e alla qualità del servizio. Questo al fine di evitare l’eccessiva “politicizzazione” delle autorità di Ato (Ambiti Territoriali Ottimali) , che non verrebbe infatti eliminata dall’affidamento della funzione di regolazione alle Regioni o, attraverso queste, alle Province. E’ di tutta evidenza infatti che l’AEEG, in quanto autorità indipendente, sarebbe più indicata a svolgere un compito in cui sono richiesti i requisiti della competenza tecnica e dell’imparzialità.

Con ogni probabilità il ‘mille proroghe’ passerà dalla Camera senza che ai deputati sia concretamente data la possibilità di votare e di discutere un solo emendamento, né in Commissione, né in Aula. E come è stato notato questo non è un segno di particolare rispetto delle prerogative del Parlamento, né di solidità della maggioranza.


Autore: Ugo Maria Chirico

Nato nel 1973, napoletano, avvocato civilista in Napoli e Roma, master in diritto tributario e mediatore professionista, docente in materie giuridiche presso la scuola napoletana di formazione per le professioni legali. E’ stato dirigente politico di Alleanza Nazionale e consigliere municipale di Napoli. Direttore del periodico Napolifutura. Presidente dell’Associazione “Avvocatura Libera".

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