di CARMELO PALMA – Quelli che il nostro Paese ha tributato al Colonnello Gheddafi

“sono gli onori per un Capo di Stato che riesce a controllare una situazione altrimenti esplosiva…Guardiamo cosa sta succedendo in Algeria e Tunisia con rischi di tumulti, con il pericolo nel Sahara settentrionale di azioni del terrorismo”.

Lo diceva poco più di un mese fa il Ministro Frattini a Che tempo che fa, confermando, oltre al rigore di cui notoriamente rifulge la sua politica estera invertebrata, l’invidiabile lungimiranza che gli deriva da una lettura sempre “oggettiva” degli eventi. Il partner privilegiato della nostra politica mediterranea, di fronte al rischio di capitolazione, cerca ora di globalizzare il disordine, minacciando di far esplodere la bomba migratoria sulle coste europee per costringere il vecchio continente a legittimare la sua “risposta” alla rivolta o forse perfino ad accorrere in suo aiuto.

L’Italia, che ormai confonde la solidità dei regimi con la stabilità dei paesi, potrebbe essere tentata dallo scambio e trascinare così i partner europei ad un atteggiamento benevolo, per tamponare la falla che si apre lungo la frontiera libica con un’apertura di credito destinata ad allargarla. Ma forse è già troppo tardi. Voci non controllate raccontano della fuga del Rais in Venezuela. Da questo punto di vista tutt’altro che tranquillizzante è stato il messaggio tv in cui Saif al Islam, il figlio di Muammar Gheddafi, ha ieri denunciato il rischio di una sanguinosa guerra civile, assicurando la compattezza della famiglia contro la rivolta popolare.

Nella sponda sud del mediterraneo e in buona parte del medio-oriente è di fatto finita una stagione politica lunghissima, quella delle autocrazie nazionali in bilico tra legittimazione esterna e delegittimazione interna, tra nazionalismo arabo e “responsabilità” internazionali. Nessuno sa con precisione se – e dove – tra il potere dei militari e quello delle grandi maggioranze islamiche si riuscirà a raggiungere un compromesso in grado di accompagnare il mondo arabo in un processo di graduale modernizzazione politica. Per non finire nella brace del “clericalismo” islamista, si potrebbe rientrare nella padella del “laicismo” arabista.

E’ chiaro che di fronte all’alternativa tra democrazie fanatizzate e autocrazie affaristiche l’Europa – e l’Italia – sarebbe costretta a scegliere le seconde, ma, a differenza di quanto pensa Frattini, non è detto che la sponda sud del Mediterraneo sia condannata, in saecula saeculorum, a questa sola alternativa.  A paralizzare la nostra politica estera non è però un errore di lettura degli eventi, ma un difetto, assai più grave, di onestà politica.

E’ questa imprudente disonestà che ha consentito al Colonnello i frequenti viaggi nel Belpaese, divenuto grazie ai tour-operator della Farnesina una sorta di Disneyland privata, in cui tutte le porte potevano essere aperte. Restò chiusa solo quella della Camera, quando il Presidente Fini (che da Ministro degli esteri mai si accampò nelle tende beduine di Gheddafi, a differenza di predecessori e successori) di fronte ai ritardi “programmati” dell’ospite, decise che il Parlamento non stava a disposizione dei suoi capricci.

La nostra politica mediterranea è oggi figlia del rovinoso compromesso storico tra le istanze isolazioniste e anti immigratorie della destra populista e le logiche lobbistiche delle poche grandi imprese interessate alle commesse che è d’obbligo trattare sul tavolo della “politica”, in particolare in quei Paesi, prediletti dal Cav., in cui la “politica” controlla di dritto o di rovescio tutta l’economia. La Farnesina non vede, né ritiene di dover servire altri interessi nazionali.

Per questo gioco Gheddafi era un interlocutore perfetto. Non perché fosse stabile, ma perché era disponibile. Senza Gheddafi – o senza un Gheddafi – il gioco si complicherebbe e Frattini e Berlusconi neppure si danno la pena di dissimulare il proprio disappunto o di spendere una parola sulle centinaia di morti che miete la sanguinaria resistenza del caro leader di Tripoli. Il Cav. ha fatto sapere di non aver voluto telefonare a Gheddafi, per non disturbarlo. Meno male, verrebbe da dire. Perché nulla comunque avrebbe detto e troppo avrebbe concesso.