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Rivalutare Cuore per risollevare l’Italia

 – I centocinquant’anni dell’Unità d’Italia si festeggeranno. No, non si festeggeranno. Sì, si festeggeranno.
Si festeggeranno ma la festa sarà incostituzionale (cit. Calderoli). Si festeggeranno ma si andrà a scuola (cit. Gelmini). Si festeggeranno e ci sarà un bel ponte che risolleverà le sorti del settore turistico (cit. Brambilla). Insomma, qualcosa si farà: confidando che il governo riuscirà a mettersi d’accordo nel prossimo futuro, ci prepariamo con animo lieto alle importanti celebrazioni.

E come dimenticare, nell’ambito di queste celebrazioni, un libro fondamentale?
E’ un libro che ha annoiato generazioni di ragazzini, ma che, nonostante tutto, continua ad essere letto e commentato ancor oggi: Cuore, di Edmondo De Amicis. Il-libro-cuore, come lo chiamiamo tutti quanti, forse per evitare, quando lo chiediamo in biblioteca o in libreria, equivoci del tipo “Ha Cuore, lei?” “Nun c’ho spicci, regazzì, me dispiace”.
I suoi difetti sono noti: ironizza su di essi, bonario come suo solito, Achille Campanile, in un brano poco noto ma molto divertente.

La Torino di Enrico, piccolo protagonista del romanzo, non è certamente allegra: sua madre, tanto per farlo svagare, lo porta all’istituto dei rachitici, suo padre lo controlla in ogni momento e gli scrive lettere angoscianti sul diario, rovinandogli anche i pochi momenti di naturale spensieratezza infantile. In tutto questo le maestre sono tendenzialmente tisiche, le mamme piangono come fontane, i ragazzini con cui Enrico entra in contatto sono spesso storpi, ciechi o provenienti da situazioni disastrose, i maestri si ammalano per il troppo lavoro, ogni due mesi c’è un funerale, gli eroici giovinetti descritti nei racconti mensili finiscono più o meno male, insomma, tutto nel libro è drammatizzato all’eccesso, tanto da risultare spesso, al lettore di un secolo dopo, più comico che tragico.

L’intenzione dell’autore di “Cuore” era certamente, schiettamente pedagogica: la volontà era quella di formare, in un’Italia appena unita, una generazione di ragazzi che amassero e rispettassero la loro (nuova) patria, di far loro capire cosa significasse essere cittadini di uno stato e parte di una comunità, di insegnar loro, insomma, quello che oggi si definisce “senso civico”.
A giudicare dai risultati, sembra che il progetto deamicisiano non abbia avuto gran che successo; c’è da domandarsi, però, se la colpa del fallimento sia stata tutta e soltanto sua.

Certo, De Amicis, nel rendere il libro abbastanza odioso, ci ha messo del proprio: i buoni insegnamenti ci sono, e sono molti, ma proposti in una forma irricevibile dall’undicenne medio, tra le lettere minatorie e autoritarie del padre di Enrico, quelle (spesso inutilmente) lacrimevoli della madre, l’esaltazione della morte eroica dei protagonisti dei racconti mensili che sfiora quasi l’incitamento al martirio.

Insomma, ci viene descritto un mondo in cui la leggerezza e l’ (auto)ironia sono completamente bandite; noi lettori di oggi possiamo soltanto domandarci, come per il naso di Cleopatra, cosa sarebbe cambiato, nel nostro Paese, se De Amicis avesse avuto – o quantomeno dimostrato nella sua opera – un tenue barlume di senso dell’umorismo.
Lo avremmo ascoltato di più? Avremmo imparato a convivere più civilmente? Avremmo capito meglio, e seguito più volentieri, i buoni esempi proposti? Non lo possiamo sapere. Sta di fatto che, nella forma in cui lo conosciamo, ne abbiamo letto l’opera, ma non messo in pratica gli insegnamenti.

Se è obbligatorio riconoscere che quel trombone di De Amicis non ha raggiunto lo scopo di educare al senso civico le nuove generazioni di italiani, però, bisogna dire anche che ai suoi detrattori non è andata meglio.

Prendiamo l’Elogio di Franti che Umberto Eco fa nel suo – peraltro divertente, a differenza di Cuore – Diario Minimo. In esso, Eco sostiene che Franti, il cattivo di Cuore, col suo perpetuo riso sarcastico, sia l’unica figura da salvare in tutto il romanzo. Nel mare di melassa nazionalista e protofascista, prosegue Eco, il riso di Franti ha una valenza eversiva, di salvezza, di ribellione, di opposizione. Il riso di Franti vuol dire abbasso il patriottismo, abbasso il nazionalismo, abbasso la famiglia, abbasso tutto.

Ma di chi, di che cosa ride, poi, questo Franti? Ride degli storpi, dei deboli, dei feriti del lavoro; provoca e picchia i bambini più piccoli e le ragazze; non ha nessuna considerazione per la salute malferma di sua madre.
Eco ci esorta a riconoscere che, deterministicamente, se il ragazzo si comporta così è perché è povero e ha un padre violento, ed accusa De Amicis di non aver sufficientemente messo in luce questa miserevole situazione. Vero, ma Franti non è il solo povero, in Cuore: e noi saremo bacchettoni, moralisti, quel che volete, ma non vediamo perché prendere a paradigma un Franti e non un Precossi, altro compagno di Enrico, il quale, nonostante la povertà e le botte, fa del suo meglio a scuola, finché il padre, stimolato dal suo esempio, smette di bere e ricomincia a lavorare.

Un po’ inverosimile, d’accordo, però almeno è un modello positivo, che invita ad impegnarsi nonostante le avversità, anziché a prendere a pretesto quelle avversità per distruggere se stessi e gli altri.
Ma no, Eco ci svela che Franti non è un teppistello ma un simbolo, che va capito, giustificato, ammirato quando ride di tutto e non prende sul serio niente: quando Garrone, il “buono” per eccellenza, difende i suoi compagni più piccoli dalla violenza di Franti, beh, Eco continua ancora a proteggere quest’ultimo, attribuendo a Garrone la volontà di fare della “bassa retorica elettorale” col suo schierarsi “dalla parte dell’Ordine”.

Così l’intellettuale Eco, il professor Eco, ha deciso di educare al senso civico le nuove generazioni.
Vai Franti, bravo Franti, meno male che Franti c’è. Quando poi, però, va al governo dell’Italia un Franti mica male, uno che ride di tutto e non prende sul serio niente, uno che racconta barzellette sulle donne brutte e sugli ebrei ad Auschwitz, uno che sicuramente non è sensibile alla retorica del più debole, uno che (davanti ai preti, aggiungiamo noi) fa finta di piangere e invece se la ride, beh, allora Eco ed altri come lui non sembrano tanto contenti.

Se “Franti” non è ascrivibile alla loro parte politica, se “Franti” ha il doppiopetto e non i vestiti strappati, allora, pur con tutta la sua scoppiettante carica eversiva, non va più bene. Allora bisogna in tutta fretta recuperare il tanto vituperato patriottismo e proporsi come salvatori de “l’onore dell’Italia“, allora si deve ritornare alla noiosa seriosità protofascista e schierarsi dalla parte delle minoranze offese, allora ci si comincia a lamentare che agli italiani, guarda un po’, manca il senso civico.
Chissà come mai ci manca. Anzi, manca a “loro”, agli “italiani”, che come sappiamo sono sempre gli altri. Eco, il piccolo Derossi e molti loro amici del Palasharp si ritengono immuni dalle accuse che lanciano.

Troppo comodo, però, dare la colpa agli altri, alla sottocultura diffusa dalle reti Mediaset, al cattivo esempio dato da quelli che oggi sono al vertice delle istituzioni: chi per quarant’anni ha irriso scompostamente, totalmente, a priori i valori esaltati – sia pure in maniera esagerata e acritica – da Cuore, e ha incoraggiato gli altri a fare altrettanto, non può presentarsi come la soluzione del problema, ma dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscersene parte.

Nell’anno in cui si celebrano i 150 anni dell’unità d’Italia, siamo cittadini stanchi e delusi. Vediamo attorno a noi pochi, pochissimi esempi di senso civico e di amor di patria, soffocati tra quelli che “si vergognano di essere italiani” (e si premurano di informarne più stranieri possibile) e quelli che ne sono fieri, ma solo perché “gli italiani, si sa, con le donne sono i migliori”.
Il piccolo scrivano fiorentino sta in un call center, la piccola vedetta lombarda se vuole arrampicarsi su un albero deve chiedere prima quattordici permessi al Comune, il giovane Marco intraprende il viaggio “dagli Appennini alle Ande” solo per cercare un ormai mitologico contratto a tempo indeterminato.

Ci vergogniamo, sì, ma ci vergogniamo sempre per “gli altri”, per “il governo che fa brutta figura”, per “i comunisti che ci sputtanano”; non ci vergogniamo mai, neanche un po’, di essere, tutti quanti siamo, un popolo che non crede in niente, se non in quello che gli fa comodo.

Non ci vergogniamo di etichettare come cretini quelli che fanno il loro dovere senza pretendere di sentirsi speciali per questo, non ci vergogniamo di tollerare uno Stato che ci soffoca senza tentare nemmeno di ribellarci, ma imparando ad aggirare le leggi scomode e a non dar fastidio a quelli che contano. E se, in tutto questo, ci capita di assestare qualche colpetto a qualcuno più debole, o solo più onesto, beh, in fondo che sarà mai, se è cretino mica è colpa nostra.

Peccato che, a furia di vergognarci e indignarci per gli altri, abbiamo perso di vista un piccolo particolare: dire “mi vergogno di essere italiano”, per un cittadino responsabile, non significa scaricare la colpa di quello che non va sugli altri italiani, ma equivale a dire “mi vergogno di me stesso e del mio scarso o inesistente senso civico, mi vergogno di non aver saputo dare il buon esempio nella mia comunità”.

Partire da se stessi per migliorare il proprio Paese è, spogliata dalla retorica, la lezione che ci ha lasciato Cuore; De Amicis, però, tra il suo stile pomposo e i suoi detrattori, non è riuscito a farsi ascoltare abbastanza, e quei pochi che l’hanno ascoltato hanno preferito tenere la retorica e buttar via la lezione.

Non fu però lui l’unico, né il più importante, di quelli che “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Speriamo allora che, in questo centocinquantesimo compleanno dell’Italia, qualcuno più importante di noi abbia la forza e il coraggio di ripescare le parole di Massimo D’Azeglio, belle, chiare, nette, precise, che non fanno sconti a nessuno:

a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che con un solo vocabolo si chiama carattere, onde, per dirla in una sola parola, il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani che sappiano adempiere al loro dovere; quindi che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri.

Il cambiamento, se veramente lo vogliamo, inizia da qui.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

9 Responses to “Rivalutare Cuore per risollevare l’Italia”

  1. Lucio Scudiero scrive:

    Sublime ;)

  2. condivido il commento di Lucio Scudiero: sublime !

  3. Si discute e ci si accapiglia, se festeggiare o non festeggiare, in tutto e per tutto, il 150esimo dell unità d’ IItalia, il 17 marzo prossimo. Ci sono i favorevoli e ci sono i contrari; io ero contrario… (sono arrabbiato assai con questi italiani); finchè qualcuno mi ha suggerito di andarmi a leggere le tre guerre di indipendenza avvenute in Italia; appunto, per fare l’unità dello stivale. Ebbene, dopo attenta lettura, non si può che essere favorevoli ai festeggiamenti e alla memoria innanzitutto. E mi spiego. Se pensiamo a tutti i morti, i torturati, gli impiccati (i nomi sono moltissimi, del nord e del sud), il sangue versato, le prigioni borboniche indicibili,…. Che sono occorse per raggiungere lo scopo; non possiamo che essere favorevoli. Io non me la sento di dire alle anime di quei patrioti (ai quali chiedo scusa in ginocchio per averli offesi), che loro si sono sbagliati; ma posso e debbo ricordarli e rispettarli con riverenza e devozione. Anche perché il problema del contrasto è quello dei meridionali, che sono ancora con la mentalità (di merda) borbonica. E questo è tutto!? Le mentalità si possono cambiare. Poi oggi, con la TV, con internet, è un gioco da ragazzi! Signori, per favore…. Così, io ho chiesto tante volte alla “Lega Nord” e, sempre regolarmente inascoltato e ignorato. Loro, sono i mascalzoni, non quelli che non vogliono l’unità d’Italia. xxxxxxxxxxxx@gmail.com; maridionale pentito.

  4. paolo massarelli scrive:

    Bellissimo articolo. I Re Eco è nudo…….e non è un bel vedere.

  5. Davvero un bell’articolo. Mi ha fatto tornare in mente la lettera di Ambrosoli: “Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto (…). Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa”. L’etica del dovere senza retorica. E la cosa piu’ difficile da fare oggi in Italia e’ educare i propri figli all’etica del dovere.

  6. lodovico scrive:

    Wikipedia su Massimo d’Azeglio riporta: Da gaudente il nobile si guadagnò fra le dame di corte il nomignolo di “sporcaciun” mentre Francesco De Sanctis descrisse la sua attitudine come «un certo amabile folleggiare… pieno di buon umore». Queste connotazioni hanno posto in secondo piano le sue doti di politico che ebbe la capacità di intravedere i limiti della riunificazione (“Abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani”) …. Certo fù un federalista convinto e questo agli occhi miei lo salva.
    Dei doveri parlava Mazzini e di solidarietà ed aggiungeva senza libertà non esiste vita morale o fratellanza o vita sociale degna dell’uomo: quello che manca agli italiani é la libertà; per troppi anni succubi prima di una monarchia che ha imposto l’unità con la forza, poi dei miti del fascismo ed infine di due chiese: quella cattolica e quella marxista, entrambe universali.
    Roosevelt non amava parlare di diritti e sostituiva questa parola con LIBERTA’,parola assente dalla nostra Costituzione.

  7. luigi zoppoli scrive:

    Ben argomentato. E sempre la penna che lievemente scrive di temi importanti.

  8. Patrizia Tosini scrive:

    Bravissima Marianna ! (come sempre, ma stavolta ti sei superata ;-)

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