Illusione (o ambizione) nucleare di un governo pasticcione

– Che il decreto nucleare avesse bisogno di una profonda revisione non era una notizia. Il cammino verso il ritorno dell’atomo tracciato dal decreto del febbraio 2010 è costellato di passaggi ridondanti, termini incerti e, se certi, disattesi. Un meccanismo così farraginoso poteva trovare ogni buona giustificazione nella necessità diffusamente percepita di costruire un consenso ampio, delle istituzioni e della società civile, su cui far poggiare un progetto tanto delicato e ambizioso.
Per ora la via della concertazione non ha dato i suoi frutti; in buona misura in ragione dell’inerzia del governo. L’esecutivo ha ormai maturato otto mesi di ritardo sul varo della strategia nucleare; ha impiegato dieci mesi per nominare l’agenzia per la sicurezza nucleare, non ha ancora approvato in via definitiva le delibere CIPE che definiscono gli standard che le tecnologie impiegate in Italia dovranno rispettare, previsto dalla legge energia, del luglio 2009.

Ma non è il bisogno, pur avvertito, di un’accelerazione ad aver spinto il governo a metter mano al decreto. Piuttosto, è stata la corte costituzionale a renderlo inevitabile con una recente sentenza che ha dichiarato illegittima una norma del decreto nella parte in cui non prevede la consultazione della regione ai fini del rilascio dell’autorizzazione da parte del Ministero dello sviluppo economico. In realtà il governo ha preferito disegnare un procedimento frammentato, che si articola in più fasi, dove la consultazione della regione si alterna a quella della conferenza unificata. Il momento autorizzativo vede, nel testo attuale, la partecipazione di quest’ultima. Un espediente per non dotare la regione di un potere di veto, credendo di far salvo il rispetto delle competenze dei poteri decentrati attraverso la consultazione di un organo che raccoglie nel suo seno tutte le regioni e gli enti locali. Tentativo fallito.
Il decreto ieri all’esame del consiglio dei ministri prevede la richiesta alla regione di un parere obbligatorio non vincolante. Soluzioni minimaliste con cui ci si augura di soddisfare le richieste della consulta.

Con l’occasione, questa è la buona notizia, sono state elaborate alcune modifiche tese a razionalizzare le tappe verso il ritorno al nucleare. Nessuna rivoluzione anarcoide; solo piccoli accorgimenti di buon senso. Un esempio? L’eliminazione di una delle due consultazioni pubbliche che hanno ad oggetto i parametri per l’individuazione delle aree idonee ad ospitare gli impianti nucleari. Si tratta di una normativa di tipo tecnico, che dovrebbe elencare i criteri di tipo geofisico, ambientale, geomorfologico da rispettare per la localizzazione dei siti. Roba da esperti (ingegneri elettrici, fisici, geologi…), sicuramente delicata, che deve essere trattata con cura e in modo trasparente, per consentire all’intera comunità scientifica di vigilare sulla correttezza del lavoro finale; detto questo, rimane un tema che lascia poco tempo alle chiacchiere dei politici. Eppure il testo attuale prevede una duplice consultazione pubblica e una concertazione con regioni ed enti locali: prima lo schema di parametri, proposto con decreto, dovrebbe essere sottoposto singolarmente a consultazione; poi, adottato uno schema definitivo, con successivo decreto, dovrebbe essere sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (che comprende una lunga fase di consultazione pubblica), unitamente alla strategia nucleare proposta dal governo.
Il correttivo dovrebbe eliminare la prima consultazione pubblica e prevedere lo svolgimento della VAS sul singolo schema di parametri. Se l’agenzia si mette subito al lavoro, ciò consentirebbe di avere il provvedimento per fine anno.

Il correttivo prevede anche un nuovo termine per l’adozione della strategia nucleare del governo. L’esecutivo si dà tempo altri tre mesi. Da questo punto di vista cambia poco: il mercato continuerà ad attendere che il governo elabori questo documento programmatico da cui la legge fa dipendere la possibilità di proseguire il cammino che porta alla costruzione della prima centrale.
Eppure, pochi giorni fa il governo ha annunciato una riforma dell’articolo 41 della costituzione che prevede l’eliminazione del riferimento contenuto nella carta ai compiti di pianificazione dell’economia affidati ai poteri pubblici. Perché non trarne le dovute conclusioni e cominciare in concreto a sfoltire il novero di piani, strategia, programmi che affollano la nostra legislazione e spesso ritardano la crescita di un settore?

La produzione di energia elettrica è libera. Lo stato ha il dovere di definire regole che garantiscono il rispetto dell’ambiente e della salute da parte degli operatori del mercato. A che serve un piano nucleare, se non a dar l’illusione che le chiavi del progresso sono riposte negli uffici dei ministeri?


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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