Petrolio e riforme nella tempesta mediorientale

di PIERPAOLO RENELLA – All’ombra di un’Unione Europea che discute (senza decidere) sul patto per la competitività e di un’America minacciata dal fardello del deficit, rivolgiamo la nostra attenzione all’area mediorientale, dove l’onda libertaria del 2011 si abbatte al largo della costa orientale dell’Arabia Saudita, sulla corazzata della dinastia regnante nel Bahrein da due secoli e mezzo.


C’è una sorprendente energia comunitaria nel piccolo arcipelago-polveriera del Golfo Persico, una specie di ansioso tappeto sonoro sotto l’infrangersi del clangore degli spari e l’incursione dei tank e piazza delle Perle, nel cuore della capitale Manama, diventa il nuovo centro di questa energia, la nuova Piazza Tahrir. Oggi è in corso la più grande manifestazione politica nella storia del Bahrein (gli organizzatori puntano a coinvolgere 100 mila persone, corrispondenti a circa il 10% della popolazione) e il livello sbalorditivo della protesta antigovernativa – provocata dal malcontento della maggioranza sciita discriminata dal regime della dinastia sunnita dei Khalifa – rischia di riversarsi sulla vicinissima Arabia Saudita, che detiene un quinto delle riserve mondiali di petrolio.

Solo un ponte di 26 km separa l’arcipelago dalla regione orientale “hub” petrolifero dell’Arabia, dove si concentrano altri musulmani sciiti che contestano il potere sunnita. La tensione è elevata, c’è il rischio che il Bahrein possa innescare la scintilla della rivolta nel paese alleato strategico degli Usa, dove è stato appena approvato il budget 2011, per la cifra record di 115 miliardi di dollari e un aumento della spesa pubblica del 7% rispetto allo scorso anno nel tentativo di salvaguardare la popolazione dall’impennata dei prezzi alimentari.

Il conflitto strategico del presente sembra estrinsecarsi nella lotta interna al mondo musulmano tra sciiti e sunniti. Molti analisti politici lo considerano inevitabile, dopo che gli sciiti hanno ripreso il controllo dell’Iraq e allargato la sfera di influenza in Libano. Ma questa tesi non spiega la complessità e la peculiarità della situazione nei paesi nel Golfo Persico, dove le tensioni in Bahrein hanno alzato il rischio geopolitico in un’area che controlla i tre quinti delle riserve globali di petrolio.

A Manama sette gruppi di opposizione hanno formato un comitato di supporto alla protesta popolare, che include il più forte partito sciita, Al Wefaq, e di cui fa parte anche il movimento laico Azione Democratica Nazionale, guidato da Ebrahim Sharif. Abdulnabi Alekry, presidente di Bahrain Transparent Society, ha dichiarato che le proteste dell’arcipelago non hanno un tema filo-iraniano, né sono lontanamente paragonabili al clima che portò alla rivoluzione del 1979.

Chi scende in piazza chiede una democrazia genuina, non clericale, dove ciascuno abbia pari dignità e sia lasciato libero di sviluppare il proprio destino.
La lentezza nella liberalizzazione politica e l’instabilità sociale che ne consegue, hanno un impatto significativo sui prezzi del petrolio (ai massimi a due anni, sopra i 102 dollari al barile) e sull’attività economica nella regione.

Il 2010 è stato un anno di ripresa per i sei paesi aderenti al Gulf Cooperation Council (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrein, Kuwait, Qatar), con un crescita media del Pil del 4,8% dallo 0,7% del 2009. L’aumento del prezzo del petrolio ha dato nuovo impulso alla domanda e creato maggiori entrate fiscali che hanno consentito ai governi di stimolare grandi progetti per migliorare il sistema delle infrastrutture e avviare nuove iniziative su larga scala, con l’obiettivo finale di ridurre la dipendenza dal settore energetico e diversificare il sistema produttivo verso i servizi (soprattutto finanziari e turistici) e il settore manifatturiero.

Paradossalmente, la recente impennata dei prezzi del greggio potrebbe a sua volta generare ulteriori risorse per supportare i processi di trasformazione in corso, mantenendo irrisolto il problema della vulnerabilità di queste economie agli shock petroliferi. Quanto al Bahrein, esso è il meno dipendente dal settore energetico tra i sei paesi GCC, con i redditi ricavati dal petrolio che contribuiscono per il 25% alla formazione del Pil. Ma è anche il paese con i maggiori problemi di bilancio pubblico che ne condizioneranno lo sviluppo, dove l’ammontare significativo del debito estero è legato alla presenza delle banche internazionali che utilizzano il paese come un centro offshore per prestare denaro e investire nel resto dell’area del Golfo.

Un quadro politico liberalizzato, solido e affidabile, politiche economiche adeguate e un sistema produttivo diversificato, sono gli elementi fondamentali che permetteranno alla regione di fronteggiare la prossima turbolenza planetaria indotta dall’impennata dei prezzi alimentari. Non a caso re Hamad bin Isa al-Khalifa ha ordinato l’aumento di sussidi alimentari, prestazioni sociali e l’erogazione di 1.000 dinari (2.653 dollari) a famiglia. Non è stato il solo e non sarà il solo a farlo.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

4 Responses to “Petrolio e riforme nella tempesta mediorientale”

  1. Gabriele Musciacco scrive:

    Complimenti Pierpaolo per la lucida analisi dei sistema paese del golfo. Ti sei spinto anche oltre, ipotizzando nuovo scenario di crisi globale. Mi verrebbe da chiederti se sono da comprare o da vendere i bond emessi dal bahrein, ma in questa sede ti auguro di diventare il ministro del commercio estero. L’Italia ne avrebbe bisogno.

  2. Pierpaolo scrive:

    Grazie per le belle parole, Gabriele. Addirittura Ministro: a me basterebbe che la redazione di Libertiamo inserisse un pezzo come questo nelle edizioni straordinarie cartacee. Cmq grazie, io nasco davvero come analista di sistemi-paese di emerging markets. E’ la cosa che so fare meglio nella vita.

  3. Carmelo Palma scrive:

    Sinceramente, non penso che prima di oggi fosse uscito un pezzo su un giornale politico così informato sul Bahrein…E’ un commento da lettore, non da direttore…:-)

  4. Pierpaolo scrive:

    Carmelo, ti ringrazio. E’ incredibile ma sul Bahrein ci sarebbe tanto altro da dire. Mi sono limitato ai temi essenziali, utili per mettere a fuoco l’instabilità dell’area. Non so se avete notato, l’Arabia Saudita è accerchiata dai tumulti. La cosa non vi dice niente?

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