di SIMONA BONFANTE – Muhammar Gheddafi è al potere dal 1969, è il più longevo tra i dittatori nordafricani, ma anche lui oggi trema. La ‘giornata della collera’ ha provocato una repressione durissima, consueta e, d’altra parte, prevedibile. Il regime è regime, e non può tollerare la minaccia di un sovvertimento manu popolari.

Prevedibile, la reazione del Colonnello, lo era anche per la Farnesina che già mercoledì allertava gli italiani presenti in Libia ad “evitare gli assembramenti di folla”, ed “allontanarsi immediatamente dalle zone dove siano in corso manifestazioni e, in generale, di rimanere sempre aggiornati sull’attualità internazionale e regionale”.

Tunisia, Egitto, Bahrein, Iran: più che la destabilizzazione di un’area geo-politica pare il seppellimento di un’idea di stabilità che non contempla tra le sue funzioni la democratica espressione della volontà popolare.
Ne abbiamo già parlato, qui su Libertiamo.it, con gli interventi tra gli altri di Stefano Magni che hanno sollecitato commenti e riflessioni da parte dei lettori a cui qui desidero offrire un ulteriore contributo.

Il punto cruciale è: chiedono democrazia o chiedono libertà i ‘rivoluzionari’ del Nord Africa e del Vicino Oriente? Perché le due cose – democrazia e libertà – si intersecano ma non coincidono. Democrazia, va da sé, non è solo libere elezioni: è un tessuto istituzionale solidamente incastonato in principi inviolabili, come il rispetto dei diritti umani ed il ripudio delle discriminazioni. È la contendibilità del potere a tutti i livelli. Nella Striscia di Gaza, in Bielorussia, in Russia e persino in Egitto si svolgono elezioni ‘democratiche’, ma in un sostrato dominato dall’assenza di Diritto che rende effimera, non decisiva la partecipazione popolare.

Democrazia invece si ha se la ‘volontà popolare’ è anche ‘possibilità popolare’ di concorrere alla selezione della leadership, dunque alla definizione dello status e del modus di esercitare il potere.

La ‘collera’ non è una categoria politica. La rabbia per quanto motivata e razionalmente covata, non crea l’alternativa, in Libia come in Egitto, in Tunisia, in Iran. È anzi una pericolosa sottomissione alle regole che sovrintendono i paradigmi dittatoriali, nelle loro storicamente e geograficamente articolate accezioni. Piazzale Loreto, per dire, è un atto di odio, liberatorio ma intollerabile, soprattutto per chi su quella rimozione violenta immagina di edificare i fondamenti di una civiltà democratica e libera.

Per questo, il sostegno entusiasta degli Stati Uniti per le manifestazioni di piazza nella vasta area nordafricana e mediorientale lascia francamente perplessi. Non solo per l’incertezza sul dopo – la stabilità in sé, è ormai acclarato, non è un valore positivo nell’economia geopolitica globale. A preoccupare invece è il ‘cosa’: cosa chiede la piazza? La rimozione della tirannide, certo. La fine della corruzione dilagante e dunque dell’appropriazione indebita da parte delle élites dominanti di ricchezze negate alla più vasta popolazione. Ma questa è un’ambizione anche delle democrazie più compiute, come la nostra ad esempio. Un’ambizione, appunto, perché il regime democratico di per sé non mette al riparo dal rischio che la corruzione dilaghi al punto da farsi sistema. E questo è tanto più vero quanto più esteso, impermeabile, auto-poietico è lo Stato – nelle sue occorrenze centrali, locali, contigue. Lo Stato invasivo ed oppressivo come lo è da noi, appunto.

Il regime democratico ha un solo anti-corpo alla degenerazione cancerosa delle sue worst practice, ed è la libertà. È l’estensione dello spazio entro il quale il cittadino è libero di muoversi, che ne misura il ‘potere’, non solo il ‘volere’. Il ‘volere’ popolare che si esercita con le elezioni non è infatti necessariamente un atto di ‘potere’, soprattutto quando la volontà espressa col voto tradisce il desiderio non di fortificare ed estendere il proprio dominio di libertà, ma di conferirne l’usufrutto a chi promette di gestirlo sotto gli anti-politici auspici di una provvidenzale straordinarietà.