Dentro Wikileaks, l’ex braccio destro di Assange solleva la questione cruciale

– Di Daniel Domscheit-Berg si è sentito molto parlare, negli ultimi tempi. Ex braccio destro di Julian Assange sotto lo pseudonimo di Daniel “Schmitt” (il nome del suo gatto), ha appena raggiunto le librerie di tutto il mondo con il volume Inside Wikileaks (in Italia è edito da Marsilio). Un racconto che, per la prima volta, descrive dal suo interno l’organizzazione che ha diffuso centinaia di migliaia di documenti riservati sulle guerre in Afghanistan e Iraq e sulla diplomazia statunitense. E che Domscheit-Berg ha lasciato il 15 settembre 2010.

Alcune delle rivelazioni di quello che fu il portavoce del progetto sono state ampiamente discusse sulla stampa internazionale e in rete. Ma il dibattito si è incentrato sugli aspetti meno interessanti del libro. Cioè i dettagli, raccolti in prima persona, sulla personalità di Assange. Che è descritto come un uomo paranoico, dispotico, arrogante, per nulla incline all’ascolto e decisamente avverso all’autocritica. Capace di affermare frasi roboanti come «Sto andando a far finire una guerra», riferendosi alla presentazione alla stampa del video Collateral Murder, e minacce poco velate come «Se sbagli, ti cerco e ti ammazzo». E, in effetti, gran parte del libro si concentra sul rapporto prima di amicizia, poi di contrasto sempre più profondo, tra Domescheit-Berg e l’eccentrico australiano. Fino alla rottura, consumata in chat. Curioso. Forse anche interessante. Ma certo non meritevole di chissà quali approfondimenti.

Ben più degne di riflessione sono alcune critiche di fondo che Domscheit-Berg muove all’organizzazione di cui ha fatto parte per tre, decisivi, anni. Dalla sbandierata neutralità iniziale, sostiene Domscheit-Berg, Wikileaks è diventata una «forza politica» a tutti gli effetti. Un covo di ribelli «manipolatori dell’opinione pubblica», più che una buca delle lettere digitale per chi volesse diffondere segreti scomodi in modo etico e sicuro. Sottratte le asperità dovute evidentemente all’essere parte del racconto, resta il dubbio che Wikileaks, a partire dal processo di produzione editoriale che ha accompagnato l’uscita di Collateral Murder, stia sostenendo una particolare ipotesi e non fornendo una semplice testimonianza. E questo sarebbe – si chiede Domscheit-Berg – il «giornalismo scientifico» di cui parla Assange?. Che forse sottovaluta il contrappeso introdotto, da questo punto di vista, dalla collaborazione dell’organizzazione coi media partner.

Un’altra critica ricorrente nel testo, non nuova, è il fatto che Wikileaks non soddisfi affatto quei criteri di trasparenza che chiede con tanta veemenza ai suoi bersagli. A partire da una gestione finanziaria, accusa l’ex portavoce, opaca, con introiti ben superiori alle uscite anche quando ci sarebbe stato urgente bisogno di investimenti in strutture, tecnologia, personale. Domscheit-Berg immagina una Wikileaks trasparente quanto i governi e le corporation che mette a nudo, con degli uffici e una squadra assunta in piena regola. Un progetto che ha attuato creando Openleaks, un sito che si occupa solamente della raccolta, e non della pubblicazione, del materiale inviato dai whistleblower, cioè da chi materialmente opera la fuga di notizie.

Ma che Wikileaks non ha saputo o voluto seguire, affidandosi al contrario sempre più all’autoritarismo e alle gerarchie imposte da Assange. Finendo per assecondarne i capricci, i ritardi, le insensatezze a discapito della sua stessa sopravvivenza. Tanto che oggi, sostiene Domscheit-Berg, i media partner di Wikileaks sono sempre più ai ferri corti con Assange, il sistema di ricezione dei documenti è bloccato, i server su cui l’organizzazione è costretta a fare affidamento sono monitorati dai servizi segreti militari degli Stati Uniti. E il sito è in mano a persone che, per scrivere un comunicato stampa contro il “dissidente”, lo chiamano al telefono chiedendo consigli su come attaccarlo. Il rischio, dunque, è che la struttura non sia più in grado, come ha fatto in modo sostanzialmente impeccabile fino a oggi, di tutelare l’anonimato dei whistleblower. E perda del tutto la sua ragione d’essere.

Da ultimo, Domscheit-Berg pone una domanda di carattere più generale, che riguarda l’ecosistema stesso dell’informazione del futuro. «Chi critica che i segreti siano sempre nelle mani di certi poteri», scrive, «ora deve porsi la domanda se con l’attuale strategia di divulgazione siano davvero passati sotto il controllo della comunità. O se invece siano semplicemente cambiati i custodi dei segreti». In altre parole, con il modello inaugurato da Wikileaks siamo sicuri che ciò che non si doveva sapere sia davvero a immediata disposizione del pubblico e non, piuttosto, ostaggio di soggetti diversi? E cioè di Julian Assange e di colossi mediatici come il Guardian, il New York Times e gli altri suoi media partner. Se così fosse, argomenta Domscheit-Berg, non avremmo risposto all’esigenza originaria di Wikileaks, e cioè quella di dare ai singoli cittadini, attraverso la conoscenza diretta, il ruolo di decidere quali documenti riservati meritino uno scrutinio pubblico. Finendo per lasciare nelle mani di pochi la possibilità di dettare l’agenda del prossimo scandalo mondiale. Una questione su cui varrebbe la pena discutere, invece di chiedersi se Assange sia una «popstar» o meno.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

5 Responses to “Dentro Wikileaks, l’ex braccio destro di Assange solleva la questione cruciale”

  1. giancarlo scrive:

    Se fossimo in un mondo normale…..il signor Assage sarebbe sotto tre metri di terra con un buco in fronte sparato da un USA con pistola e proiettili ITALY…e nessuno avrebbe da ridire se no 007 che ci sta a fare…..I segreti di stato sono i nostri segreti,e vanno protetti.

  2. filipporiccio scrive:

    @giancarlo:

    Se fossimo in un mondo normale e civile, il colpevole della divulgazione di “segreti di stato” sarebbe chi ha passato i files ad Assange, non Assange.

  3. giancarlo scrive:

    Te lo concedo……facciamo due fosse……:-)

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