– I radical-chic non erano affatto in piazza, per la delusione dei molti che sostengono questa versione. Per osservare questi curiosi e divertenti scalatori del nulla era necessario recarsi presso il Teatro Dal Verme; eccola lì al gran completo la truppa farisea, capitanata dalle imponenti mutande di Giuliano Ferrara (ma non era quello contrario all’aborto?). Davanti a una platea di 1500 persone è stato elevato un maestoso inno all’esaltazione del libertinismo più spinto, della difesa della privacy, dello spirito del ’94 (quale, mi viene da chiedermi? Anche allora Berlusconi era un monopolista in fuga da magagne giudiziarie).


Una rumorosa fanfara accompagnata da pesanti proclami contro i puritani, da dichiarazioni folli quanto raccapriccianti (“dove c’è una campana c’è una puttana”), da improbabili e comiche interpretazioni del pensiero popperiano, da apologie dell’antiliberale conflitto d’interessi. Aggiungete – come background – un pubblico impettito nella sua serietà, nella sua fermezza, nella sua palpabile ferocia, tutto proteso in avanti, a dare forza al diritto alla felicità e alla libertà sessuale sfociante nella satiriasi.

Tutto questo non è che falsità, mistificazione, ipocrisia. Perché il diritto alla felicità così prepotentemente preteso e rivendicato in quella sede non è che una barzelletta sporca, una stortura, un canto gregoriano riuscito male, un giustificazionismo sfacciato per salvare il Capo (e forse, un modo molto rispettabile e benpensante per assolversi). Dove sono – questi fieri signori – quando viene (veramente) violentata la privacy di imputati tutt’altro che celebri e tutt’altro che famosi? Quando vengono gettati in un buio vortice di vergogna e sbattuti – già colpevoli – sulle prime pagine dei giornali, dei programmi della qualunquissima Barbara d’Urso, dei Tiggì? Dov’era la loro irruenza verbale, il loro glamour, quando Beppino Englaro e Mina Welby vennero scomunicati, insultati, irrisi, derisi, giudicati per un sofferto gesto d’amore? Dove sono le loro così vibranti orazioni quando si lotta per i diritti civili, perché tutti possano disporre a proprio piacimento della loro vita, del loro corpo, del loro pensiero?
C’erano, ovviamente. E non furono silenti, ma furono (e continuano a esserlo) oppositori virulenti di queste istanze, di queste richieste.

E oggi, come farisei, condannano il “moralismo” di cui essi stessi fanno abbondante uso quando c’è da difendere la “sacralità della vita” (e non solo), seduti sulle poltrone del conformismo intellettuale che tanto si confà alla loro persona. Salvo rinnegarlo quando c’è da difendere il Potente di turno. Essi sono le perfette icone del cattolicesimo-edonista che ha piantato le sue sporche e purulenti radici nell’italiano medio (con tutto rispetto ai veri cattolici); le porcate, la bassezza morale, l’indegnità, il favoritismo, le corsie preferenziali, il giudizio dei Giusti, la Serietà, la Fermezza dei feroci.

Tutto va bene, tutto: basta che sia benedetto dal prete, basta che sia fatto per rincorrere l’assoluzione. Basta predicare bene e razzolare male. Basta tuonare contro le meretrici di giorno e frequentarle di notte. Basta urlare in modo sdegnato a porte aperte e sghignazzare in modo complice “a porte chiuse”. Basta dire che Ruby fosse cattolica. Non esiste nulla di più esemplare per rappresentare l’ipocrisia italiana.

Ovviamente la vicenda è ben più complessa e trascende questo singolo aspetto; un personaggio istituzionale non può godere appieno della distinzione tra pubblico e privato (basti pensare alla sempre più crescente curiosità con cui l’elettorato richiede ea accoglie le notizie sulle abitudini più innocenti e private dei politici), specie quando vengono chiamati in causa dei reati molto gravi di cui è necessario rispondere presso le sedi competenti.

Ma questo rimane e rimarrà l’aspetto più scandaloso; questa violenza verbale, questi scodinzolanti pseudo-intellettuali, questi difensori dell’indifendibile, vestiti di tronfia serietà; pronti a spendersi nel nome della libertà sessuale di un vecchio satrapo abbandonato e ridotto all’ombra di se stesso, ma – beninteso – pronti a sentenziare quando sono i poveracci a lasciarsi andare in leggerezze non penalmente punibili e perfettamente lecite. Pronti a sputare in aria, in punta di piedi, sui loro tristi e vetusti piedistalli marmorei.
Nell’anno di grazia 2011, i Farisei sono vivi, in mutande e lottano insieme a noi.