– da il Secolo d’Italia del 17 febbraio 2011 –

“Eluana non è morta, è stata ammazzata” la sera del 9 febbraio 2009. Poco più di due anni dopo – il prossimo marzo – riprenderà alla Camera l’esame del disegno di legge sul fine vita, che dovrebbe “vendicarne” il sacrificio. A fare della sua “esecuzione” il mito fondativo del PdL provvidero gli agiografi del vitalismo berlusconiano, spiegando che, nella forma del soggetto politico, Berlusconi era riuscito a compenetrare la sostanza di quel supremo oggetto politico rappresentato dalla vita e dal senso della vita. Vaste programme, en effet, avrebbe detto De Gaulle.

A quel mito fondativo, appartiene anche il racconto del disumano “processo contro la vita”, concluso con la “condanna a morte di una disabile grave”, a cui non avevano voluto opporsi né la Corte Costituzionale né il Capo dello Stato e che solo il governo – solo Berlusconi – aveva tentato di scongiurare. “Oggi è davvero nato il PdL”, disse Bondi nel celebrare l’unanimità in Consiglio dei Ministri sul caso di Eluana, come se l’atto di nascita di una forza moderata potesse coincidere con la spericolatezza di un esecutivo avvezzo ai beau geste ideologici. Non costano soldi e quindi, all’apparenza, non costano nulla.

In verità, due anni fa, l’ultimo ad arrendersi all’impazzimento fu proprio Berlusconi, prima di schierare le truppe governative al fianco di chi voleva graziare Eluana – si diceva – da un’atroce condanna: “ morire di fame e di sete”. Il 20 dicembre del 2009, cinquantuno giorni prima che Eluana morisse, mentre il Ministro Sacconi già cercava un principio o un pretesto per impedire a tutte le strutture sanitarie italiane di collaborare con la famiglia Englaro, Berlusconi si era lasciato scappare un laconico: “Su queste materie ho sempre pensato che non sia l’esecutivo a doversene prendere carico”. Furono le ultime parole di buon senso pronunciate sul tema da un esponente del governo.

Poi Berlusconi si fece, da par suo, il più esagerato alfiere della “cultura della verità e della vita, contro la cultura della morte”, ­come disse a margine del Consiglio dei Ministri che avrebbe dovuto approvare il decreto legge “salva-Eluana”, poi trasformato, dopo lo stop del Quirinale, in un disegno di legge da approvare ad horas, che però non fece in tempo ad arrivare in porto. Eluana morì mentre il Senato era riunito per il primo via libera. Intanto il Parlamento era divenuto, tra le fila del centro-destra e non solo, il palcoscenico dell’esibizionismo valoriale più narcisistico e il confessionale della devozione tradizionalistica (cos’è il tradizionalismo, sui temi bioetici?). Tutti – o quasi – a interessarsi dell’idratazione di Eluana e tutti – o quasi – a disinteressarsi, perfino psicologicamente, di quale macchinazione tecnocratica potesse apparire, a certi occhi (magari a quelli della ventenne Eluana), l’idratazione di una persona da diciassette anni in stato vegetativo: chi ancora idratasse, e per cosa, e perché…

Ma quel decreto che doveva “salvare Eluana” ha figliato il provvedimento – già approvato in prima lettura dal Senato – di cui da lunedì si tornerà a discutere, che replica i vizi paterni e vi aggiunge quelli di un certo legiferare all’italiana, dove l’approssimazione e l’insensibilità tutta “politica” alle questioni del diritto sono riconosciuti come titolo di merito e di commendevole intransigenza.

Prima che però che si arrivasse sin qui, come alternativa ad una legge coattiva, si riuscì perfino a proporre al padre Beppino uno scambio indecente: se proprio voleva liberarsi di Eluana, se non reggeva più il peso del dolore e della responsabilità, la restituisse alla cure pietose delle suore misericordine che l’avevano accudita per anni e non usasse contro di lei le sentenze di una giustizia impietosa. Se per il padre e la madre Eluana era già morta, come dicevano, per altri era ancora viva e questi sarebbero stati, d’ora in avanti, i suoi veri genitori, la sua vera famiglia. Il che era anche un modo per non riconoscere nelle scelte di Beppino in nome di Eluana l’esercizio di una vera potestà patria, ma piuttosto la cattiva coscienza di una paternità emotivamente ripudiata dinanzi allo scandalo del dolore.

A questa volgarità – altro che bunga bunga – giunse allora il “partito per la vita”, senza neppure accorgersi di quale terribile parentela mostrasse il salvataggio parlamentare di Eluana, con le utopie totalitarie che affidano allo Stato e non ai familiari il bene e la responsabilità dei figli. Il bene di Eluana doveva essere affidato ai “filosofi” del Parlamento e alla saggezza della Repubblica, sottratto all’amore irrazionale dei genitori e alla giurisdizione dei tribunali chiamati a rispondere, in nome della legge e non della “verità”, ad una domanda di giustizia (“Siete vili a nascondervi dietro la Costituzione”, disse Quagliariello al Senato – ed è una frase che dice tutto). Eluana doveva essere sequestrata alla sua famiglia e consegnata a quanti, onorandone e proteggendone la vita, ne avrebbero disonorato la persona e l’idea della vita.

Sia pure in forma postuma, in qualche modo Eluana è stata però sequestrata e consegnata all’iconografia del martirio dai suoi “salvatori”, che nella data della sua morte hanno deciso di fissare la “Giornata nazionale degli stati vegetativi”, in cui non si celebra la memoria della vittima e si rinnova la condanna per il male che l’ha “ammazzata”. Una giornata d’odio, ma nel nome dell’amore.

Il disegno di legge sul fine vita è stato adesso riesumato perché occorre un “tema etico” per bilanciare le avventure di un premier abbonato all’auto-sputtanamento morale. La guerra contro una magistratura complice dell’“assassinio” di Eluana si salda a quella contro il disegno “moralistico” e “eversivo” ai danni del Cav., in cui c’entrano, nuovamente, le toghe di Milano. Quella per Eluana diventa una battaglia contro la pena di morte, quella in difesa di Berlusconi una lotta in nome della privacy del cittadino comune. Tutto torna.

Dei molteplici problemi “bioetici” che la riflessione scientifica non solo domina, ma raffina e offre alla comprensione umana, e dei rischi connessi ad una scienza che da potenza può farsi, anche politicamente, “potere”, ben poco hanno compreso – e forse voluto comprendere – quanti hanno preteso di trarre dalla vicenda di Eluana una “morale globale” e semplificata, come se lo stato vegetativo persistente stesse, rispetto ai problemi dell’etica medica, come il genere sta alla specie.

Hanno presentato il caso Englaro come il filo d’Arianna che avrebbe consentito di uscire dal labirinto della indecidibilità bioetica e di offrire una morale “chiavi in mano” alle famiglie e ai medici, affrancandoli da una deontologia troppo relativistica e cedevole ad un’idea eutanasica della libertà di cura. Hanno così rifondato su di un equivoco, o su di una truffa – a seconda di come la si guardi – la bioetica antinichilistica, bignamizzata da una sottosegretaria fanatica (ché fanatica era anche da radicale, La Roccella), senza accorgersi che questa “cultura della vita” di nuovo conio tornava a coincidere con il vecchio paternalismo medico.

In meno di due anni, il governo ha “analfabetizzato” la riflessione bioetica, imbarbarendola anche sul piano civile. Come la sera in cui morì Eluana, quando dai banchi del PdL si alzò l’urlo “Assassini, assassini, assassini…”, rivolto a quelli che non avevano voluto salvarla, mentre qualcuno – suo padre, il suo tutore, il suo avvocato, il suo medico, il suo giudice… – la stava “ammazzando”.