Conoscere l’abc dell’economia per deliberare

– Nelle scuole italiane non s’insegna economia. Eccezion fatta per gli istituti tecnici commerciali e per alcuni professionali, i curricula delle medie superiori nei fatti non lasciano alcuno spazio a nozioni di base di contabilità nazionale, di macroeconomia, di finanza. Si esce dal liceo, e talvolta anche dall’università, senza sapere che cosa siano il prodotto interno lordo, i mercati finanziari, la politica monetaria; la formazione economica si arresta agli esercizi aritmetici su spesa, ricavo e guadagno delle elementari, e a qualche idea sui settori produttivi acquisita negli anni successivi. Completamente trascurata è anche la statistica: si impara forse a leggere un istogramma durante le ore di educazione tecnica alle medie inferiori, poi si dimentica.

La questione è seria. I temi economici sono, o dovrebbero essere, al centro del dibattito politico: se si vuol parlare di vera partecipazione democratica, è fondamentale dare a tutti i cittadini gli strumenti per esprimere un’opinione informata. Senza sapere cos’è il debito pubblico, è facile essere raggirati da illusioni di spesa infinita; in mancanza di alfabetizzazione finanziaria, si diventa con eguale probabilità acquirenti di titoli spazzatura o seguaci di teorie complottistiche che vogliono il mondo dominato da un manipolo di speculatori senza scrupoli. La conoscenza di concetti semplici di demografia e uno schema anche generico del funzionamento del sistema pensionistico offrono anticorpi razionali contro la xenofobia; in un mondo dove prima di prendere la patente si sapesse anche solo approssimativamente che cos’è un tasso di crescita del prodotto e da cosa dipende, certe promesse di sviluppo a ritmi asiatici verrebbero accolte con l’incredulità che meritano. Ma siamo ancora molto indietro, come dimostrato dal fatto che alcuni anni fa i maggiori quotidiani nazionali – con l’eccezione del “Sole 24 ore” – titolarono all’unisono “Italia, PIL dimezzato” a fronte di una revisione delle stime di crescita annuale dallo 0,6 allo 0,3 per cento. E, invece che chiedersi quando fosse scoppiata la guerra nucleare, molti lettori passarono avanti indisturbati.

Al vuoto della scuola sopperiscono in parte le istituzioni, in parte il privato sociale. La Banca Centrale Europea, ad esempio, ha intrapreso da alcuni anni insieme alle banche centrali nazionali uno sforzo divulgativo, anche nell’ottica della tutela dei consumatori di prodotti finanziari (qui il “gioco dell’economia” della BCE, qui le pagine di educazione finanziaria della Banca d’Italia). Esistono vari progetti provenienti dal mondo del no-profit, come “Il dato è tratto” della Rete per l’Eccellenza Nazionale, volti ad aumentare la sensibilità statistica. Simili iniziative possono ottenere ottimi risultati, ma rimane l’esigenza di una formazione che raggiunga tutti, soprattutto nelle fasce d’età in cui si è più predisposti all’apprendimento e ad esso interamente dedicati.

Le competenze richieste per capire a grandi linee l’economia, e quindi per contribuire a ragion veduta alla discussione pubblica, sono già largamente diffuse. In fondo, il conto economico delle risorse e degli impieghi è un fatto di addizioni e sottrazioni; per i tassi d’interesse e la pressione fiscale serve anche qualche moltiplicazione, qualche divisione. Nulla che vada oltre l’algebra nota a uno studente di 14 anni. Per innalzare il livello del dibattito, e per tutelare ciascuno dalle strumentalizzazioni e dall’ideologia, basta lavorare su questo: non è necessario che tutti si trasformino in esperti di sistemi di incentivi o di valutazione di programma.

Non ci si può fermare alle pur rilevanti dichiarazioni di principio, all’enfasi nei programmi ministeriali sull’educazione alla cittadinanza, e nemmeno a una nuova sottolineatura di quanto la conoscenza dell’economia ne faccia parte integrante. È urgente superare il doppio pregiudizio per cui il sapere statistico ed economico è alternativamente saggezza bottegaia, quindi forma inferiore di cultura, oppure esoterico territorio dei tecnici. Esiste un’ampia letteratura sulla didattica di queste discipline, e non mancherebbe l’interesse in una generazione di giovani che dà segni di voler riscoprire l’impegno civile. Si mobilitino dunque legislatori, insegnanti e studenti perché le proposte economiche di domani vengano accolte e discusse con vera consapevolezza e vero senso critico.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

8 Responses to “Conoscere l’abc dell’economia per deliberare”

  1. Pietro M. scrive:

    Ovviamente concordo sull’importanza delle nozioni di base: è impossibile parlare di protezionismo senza sapere cosa è un dazio. Però per decidere serve sapere anche cos’è un vantaggio comparato, sapere cos’è un dazio non basta. E qui si innesta l’ideologia.

    Corsi di economia di base necessari a deliberare democraticamente insegnerebbero con ogni probabilità la teoria del plusvalore marxiano, la teoria dello stimolo fiscale keynesiana, la teoria del commercio internazionale di Colbert, la teoria dell’interesse di Sraffa, e magari la teoria monetaria dei signoraggisti.

    Se ci si ferma alle nozioni di base, non si può dibattere di policy. Se si va oltre, si crea con ogni probabilità ogni tipo di contrapposizione ideologica, e soprattutto si aprirebbe la strada a quello che non raramente l’insegnamento della filosofia è nei licei: propaganda. Con una differenza: che nel più che abbondante stock di professori odierni c’è chi conosce Kant, ma quasi nessuno che ha letto Ricardo. Anzi, è certo che conoscono più Marx che Friedman. Nelle prefazioni di innumerevoli libri di “cultura” l’economia è riassunta nella triade “Smith, Ricardo, Marx”. In Italia anche il principio marginale è un’innovazione culturale per molti, dopo 140 anni da Menger, Jevons e Walras.

    Cominciamo col farlo noi in giro per blog, forum, FB, giornali online, e quando è possibile su quelli stampati.

    Ieri ho iniziato un libro che parla di democrazia deliberativa: l’idea è formare gruppi di discussione per dare giudizi fondati sulle policy anziché fidarsi della stampa e dei partiti. Secondo me non è un’idea fattibile, però è certamente una buona idea passare dall’attuale analfabetismo totale ad un infinitesimo di cultura economica.

  2. Ma guarda, la mia impressione è che ci si possa fermare prima della deriva di cui tu parli. Ti faccio un esempio su altro tema. I corsi di biologia delle scuole superiori insegnano i fondamenti di genetica, ma poi non entrano nei dibattiti sulla bioetica o sugli OGM (salvo casi di professori che hanno molto interesse al tema e molto tempo in classe per andare oltre i programmi minimi, il che è infrequente). Però chi ha fatto attenzione in classe durante le ore di biologia ha la possibilità per lo meno di capire di cosa si sta parlando quando si passa poi al dibattito politico. Nel caso dell’economia è questo il vuoto che la scuola dovrebbe coprire: quello che riguarda la terminologia e i concetti fondamentali. Escludo che ci sia tempo per mettersi a discutere al liceo di gains from trade o di come si misura il capitale sociale, ma si dovrebbe trovare per lo meno per far diventare il concetto di debito familiare come quello di embrione.

  3. Pietro M. scrive:

    Per come la vedo io, il 90% del dibattito politico riguarda l’economia, e il 70% dei dibattiti politici degli ultimi 150 anni ha riguardato l’economia.

    La biologia non insegna che l’aborto è un bene o un male solo perché non è ideologizzata: nell’URSS di Lysenko non era così. Dove è ideologizzata, come in certe zone USA, abbiamo creazionisti ed evoluzionisti.

    L’economia è già ideologizzata, ovunque. Gli interessi che sono dietro ogni singola cosa hanno da cinque a undici cifre prima della virgola. Anche la cosa più ovvia in economia può far guadagnare o perdere miliardi di euro in prebende pubbliche.

    Per definire un titolo di debito ovviamente non ci sono rischi di questo tipo, ma anche solo per capire se il debito è un costo sì: ci saranno infiniti keynesiani a dire “we owe it to ourselves”.

  4. Sono molto d’accordo con Claudia, sia il suo pezzo sia il suo commento. Da diplomato al liceo classico, trovo che aggiungere qualche ora di economia (e diritto, e sociologia, mi permetterei) senza togliere ovviamente nulla sia quanto mai urgente.
    Se ne parlava addirittura negli anni ’70 e anche ai “miei tempi” (oh, che brutto dire “ai miei tempi”!).

    Quanto alle obiezioni espresse: trovo logico e sacrosanto che si insegnino anche, e sottolineo anche, Marx e Keynes in simili corsi-base. Il rischio di far cadere tutto nell’ideologia si corre già in biologia e soprattutto in storia e filosofia, ma non possiamo controllare gli insegnanti uno ad uno.

    Peraltro mi permetto d’aggiungere che vi sono corsi di economia politica nelle università (e non farò nomi) tutti incentrati sul keynesismo o sul marxismo, fortemente ideologizzati: il che, anche qui, accade in altre materie. D’altronde, come ebbe a giustificarsi una volta uno di tali docenti (e non farò il nome), “in altri libri si trovano altre visioni”.
    :)

  5. Nicola R scrive:

    A mio parere avete ragione entrambi.
    Da giornalista ed ex studente di economia (ahimè, non portata a termine con la laurea) sostengo da tempo la necessità di una formazione economica di base nelle scuole. Personalmente, sono convinto che alcuni concetti base dovrebbero essere forniti già dalle elementari, per poi renderli più evidenti alle medie ed approfonditi alle superiori. Come si fa con le “scienze”, insomma, che poi sfociano in biologia, chimica, fisica, alle superiori.
    Sarebbe quindi più che fattibile uno studio dei concetti basilari e della terminologia fondamentale. Ma credo anche io, come Pietro, che qualcosina sulle politiche economiche debba saltare fuori.
    Altrimenti continueremo a sentire le baggianate sulla globalizzazione affamatrice, sul capitalismo selvaggio e sui cinesi che ci rubano il lavoro.
    Faccio un piccolo esempio, citando una discussione di pochi giorni fa nella mia famiglia, un membro della quale (digiunissimo di economia) stava, per l’appunto, criticando la “globalizzazione” quale pericolo per l’italianità e per la tutela dei lavoratori italiani, citando il caso Fiat e la possibilità che l’Italia perdesse un certo numero di lavoratori nel settore.
    Ho provato a far capire i concetti di vantaggio comparativo, di trade-off, di società aperta vs autarchia, eccetera. Un discorso infinito che poi difficilmente porta a qualcosa, proprio perchè non sono diffusi gli strumenti basilari per capire queste dinamiche.
    E chi si scaglia contro la globalizzazione e contro gli stranieri, alla fine, continua ad avere vita facile.

  6. Nicola R scrive:

    Scusate, gho scritto “comparativo” invece di “comparato”. Pardòn.

  7. Paolo scrive:

    Tra l’altro, gli Istituti Tecnici Commerciali sono le uniche scuole superiori (salvo qualche professionale) in cui si insegna(va?) qualche minima base di diritto civile e commerciale, di matematica finanziaria e attuariale, di statistica.

    Tranne pochi fortunati, quindi, il resto della popolazione non ha la più pallida idea di che cosa siano concetti come “gerarchia delle fonti”, “principio di equivalenza finanziaria”, “correlazione statistica”.

    Altro che “asimmetria informativa”: oggi l’assenza di adeguata formazione lede concretamente l’esercizio di diritti fondamentali.

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