– Tradizionalmente il reclutamento del personale docente, ovvero l’immissione in ruolo, avveniva mediante il famoso concorso, per titoli ed esami, per l’abilitazione all’insegnamento. Questo sistema, per molti aspetti inefficiente, aveva una sua logica e anche una sua giustizia. Esso, infatti, permetteva:
–    ai più meritevoli di ottenere direttamente una cattedra di ruolo;
–    agli abilitati di confidare di entrare in ruolo prima del concorso successivo che era indetto con cadenza circa decennale, almeno a partire dagli anni ottanta;
–    una preparazione media sufficientemente alta;

–    la mancata formazione di aspettative infondate da parte del personale non abilitato, che poteva essere incluso nelle graduatorie per il conferimento di incarichi di supplenza, ma gli era precluso, fino a quando non avesse conseguito l’idoneità, il ruolo.

Il sistema non era esente da difetti, anche in considerazione del considerevole numero di candidati e dei conseguenti effetti distorsivi (non solo) organizzativi. Inoltre, la dislocazione territoriale delle sedi di svolgimento e di correzione delle prove poteva dare generare difformità di valutazione, ma, soprattutto, il suo limite più evidente era la lunga cadenza con cui i concorsi erano banditi, anche a causa dell’incontrollato affollamento dei ruoli in epoche “felici”, sintomo del vecchi vizio italiano di scaricare sulle future generazioni il peso di un insostenibile benessere.

Nel 1998, si è avuta allora la brillante idea delle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS), che avrebbe dovuto migliorare la preparazione media degli aspiranti docenti con un corso post-laurea biennale, consentendone un afflusso regolare nelle graduatorie permanenti che ora non sarebbero rimaste chiuse per un lungo periodo, bensì aperte ogni due anni. Tutto bello sulla carta. In realtà, il sistema non solo non ha funzionato per nulla, ma ha creato una situazione ingovernabile e caratterizzata da profonde ingiustizie.

Infatti, il nuovo sistema ha dimostrato i seguenti limiti:
–    la penalizzazione dei più brillanti aspiranti docenti che in ogni modo non possono entrare subito in ruolo, ma devono comunque passare per le forche caudine delle supplenze (non escluso il sostegno) e del precariato;
–    l’assegnazione di un punteggio superiore alla vecchia abilitazione ha determinato il paradossale scavalcamento nei confronti dei docenti abilitati più giovani, anche se con qualche anno di supplenza (situazione alla quale molti hanno trovato un rimedio molto pratico: fare anche la SSIS!);
–    la legittima aspirazione universale di entrare in ruolo, poiché tutti legalmente abilitati all’insegnamento (e chiunque si occupa di organizzazioni umane complessa sa bene che l’incremento considerevole del personale di una data categoria, ne determina un abbassamento medio del grado di preparazione).

Nel 2008 finalmente ci si è accorti che così il sistema non poteva reggere a lungo, dichiarando la chiusura delle SSIS e trasformando le graduatorie permanenti in graduatorie ad esaurimento, ossia impedendo l’afflusso di nuove entrate nelle graduatorie con lo scopo di sfoltire tutto il precariato esistente, o più precisamente di evitarne la progressione indefinita. Quindi paradossalmente (ma era così difficile prevederlo?) l’abbandono del criticato concorsone ha finito con il produrre una situazione deteriore e ampliativa dei suoi limiti.

Ma non è ancora finita, perché, come è noto, è stato recentemente pubblicato il regolamento per la formazione dei docenti della scuola di ogni grado. In linea generale, è possibile dire che il nuovo sistema vorrebbe introdurre un percorso formativo specifico già a livello universitario, il cui accesso sia numericamente determinato dal fabbisogno di personale, e successivo tirocinio.
Non è qui possibile procedere ad un esame approfondito della nuova disciplina, non solo perché finora esiste solo sulla carta , ma soprattutto, come spesso accade in questi casi, la disciplina dei punti più complessi e controversi è demandato a futuri decreti attuativi, tra cui quello che dovrà stabilire le modalità di immissione in ruolo del personale docente abilitato, in assenza dei quali obbiettivamente qualsiasi giudizio sarebbe un esercizio di critica partigiana.

L’auspicio è che il nuovo sistema tenga conto soprattutto in fase transitoria della complessa situazione nella quale si inserisce, pena il ripetersi di vecchi errori, come ad es., l’attribuzione ai “nuovi” abilitati di un punteggio di inserimento in graduatoria più alto dei vecchi, (a meno di non volere vedere docenti in possesso di due o, addirittura, tre diversi titoli di abilitazione: concorso, SSIS, tirocinio nuova gestione), il giusto dosaggio nelle immissioni in ruolo tra vecchi e nuovi abilitati ecc..

Ma una cosa è davvero fondamentale ed è il sintomo più evidente dell’irragionevolezza legislativa di cui abbiamo parlato: si mantenga inalterato il sistema di reclutamento prescelto per un arco di tempo idoneo a saggiarne il reale funzionamento, limitandosi ad apportarvi gli accorgimenti e i miglioramenti che si renderanno necessari, ma rinunciando all’assurda prassi di cambiare radicalmente sistema ad ogni cambiamento di maggioranza.

L’esperienza di questi ultimi venti anni dimostra, infatti, che la pretesa di sanare miracolisticamente una situazione che al contrario diventa perciò sempre più ingarbugliata e iniqua è il modo migliore per creare il caos esistenziale in chi ha la colpa di avere scelto di dedicare la propria attività professionale alla formazione dello straordinario patrimonio dell’Italia giovane, quella parte di Paese che avrà l’onere di costruire l’Italia del bicentenario di cui, appunto, oggi si gettano le fondamenta in tutte le nostre scuole!
Forse, questa potrebbe essere una buona ragione per ritenere che questo mondo meriti un po’ più di serietà e competenza.