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Tre due uno: ciak, si tassa!

– L’emendamento al milleproroghe è passato, il biglietto del cinema aumenta di 1 euro. La nuova Tassa Berlusconi, come qualcuno propone di chiamarla, a sentire il ministro Bondi è “l’unica alternativa” per finanziare gli incentivi fiscali ai produttori cinematografici.
Siccome non sono contrario per principio a qualunque forma d’intervento pubblico per la cultura, posso anche credere alla spiegazione del ministro.

Stefano Zecchi e Carlo Lottieri, sul “Giornale” del 12 febbraio, hanno presentato rispettivamente i pro e i contro di questo nuovo balzello. Zecchi argomenta che il prezzo di un biglietto è “una presa di coscienza del valore di ciò che si va a fruire”. Potremmo essere in accordo con lui, se parlasse di un evento oggi gratuito (e non lo è) e se parlasse di un aumento deciso dall’impresario (e invece è una tassa allo Stato, non c’entra nulla col valore dello spettacolo).
Lottieri, all’opposto, esprime disappunto per il “gioco delle tre tavolette”: si introduce una nuova tassa per diminuirne un’altra (gli incentivi fiscali ai produttori). Meglio sarebbe, sostiene, una riduzione del ruolo dello Stato in generale e nello spettacolo. Da qui a spingere indirettamente per una ulteriore riduzione del Fondo Unico per lo Spettacolo, il passo è breve.

Negli ultimi mesi la commedia italiana sta sfondando i record del botteghino. Senza entrare nello specifico delle cifre (e di come vengono stimate), è comunque un fatto che pellicole come “Benvenuti al sud”, “Che bella giornata” e “Qualunquemente” abbiano incassato decine di milioni di euro. Non va peggio ad altre pellicole, anche straniere. Nel solo weekend 11-13 febbraio, il 20simo film ha incassato più di 40mila euro. La fruizione del cinema in Italia è in piena salute, e questo grazie soprattutto all’importazione del modello dei multi-sala che offrono servizi ad ampio spettro: vasta scelta di titoli, ampi parcheggi, ristorazione e talvolta centri commerciali. La gente ha riscoperto l’amore per la serata al cinema, al di là di ogni ragionamento (che pure sarebbe da fare) sul provincialismo di ciò che viene prodotto (la recente commedia italiana è “poco esportabile”, dice Michele Placido, e forse ha ragione) e sullo scarso spazio che i multi-sala dedicano a film che sarebbero capolavori se fossero anche un po’ conosciuti (se mi si concede un solo esempio, cito “Come l’ombra” di Marina Spada, distribuito nel 2006 in appena 10 sale).

Come in un agguerrito mercato libero, i multi-sala conquistano i loro clienti a colpi di promozioni, eventi speciali, tessere che fanno risparmiare agli studenti, a chi sceglie di rimandare di qualche settimana la visione di un film, a chi acquista card prepagate, a chi raccoglie punti, a chi si registra alle newsletter: oligopolio con discriminazione di prezzo, e la gente, anche se non è laureata in economia politica, capisce e approva. E al cinema torna ad andare. Certo, sono state spazzate via le sale tradizionali. Ma non è con la nostalgia che si fa né mercato né politica.

In una illuminante intervista Andrea Stratta, ad di Uci Cinemas Italia, che pure certamente rappresenta i suoi interessi e non quelli collettivi, spiega bene quali sono i rischi a cui si va incontro. Primo: diminuiranno gli spettatori di un 15-20%, il che significa, secondo i suoi calcoli, 12 milioni di Iva in meno (0,61 euro pro capite). Secondo: le sale cinematografiche potrebbero decidere di imporre un prezzo di noleggio inferiore all’attuale distributori (e di conseguenza ai produttori) di film che beneficiano del credito erariale, per ripagarsi dei mancati introiti. Potrebbe sembrare una vendetta, ma è, anche stavolta, il mercato. E’ vero che quei produttori non sono i colpevoli, ma nulla impone ai multi-sala di rimetterci su tutta la linea.

Per concludere, uno sguardo ai prezzi dei biglietti. Il multi-sala più grande d’Italia (UGC Parco Leonardo a Roma) costa, a prezzo pieno, 7,90 euro, ma si paga il parcheggio (1 euro). Uci Cinemas costa 8,20 euro a Milano Bicocca e 8 euro a Roma Est. UGC a Parigi fa pagare 10,50 euro, ma è bene ricordare che in Francia già esiste un’analoga tassa di scopo (Tsa) che però colpisce anche le emittenti televisive, e l’Iva (Tva) è al 4%. A Madrid, Cinesa (gruppo Uci) costa 7,80 euro, quindi meno che in Italia. E’ dunque da sfatare l’idea che in generale la fruizione cinematografica in Italia costi meno che altrove. Ma un aumento del biglietto potrebbe essere accettabile in una logica imprenditoriale (come del resto è stato anche di recente, con alcuni ritocchi all’insù); meno accettabile se non è altro che un aumento della pressione fiscale.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

4 Responses to “Tre due uno: ciak, si tassa!”

  1. lodovico scrive:

    Si é accontentato chi voleva finanziamenti pubblici ma questi posti a carico della filiera cinema ora sono sgraditi. La via intrapresa mi sembra corretta, sarà la filiera cinema nel tempo a dire cosa vuole, a me va bene, vuol dire che al cinema le mie scelte saranno più precise ed andrò a vedere solo ciò che merita di esser visto.

  2. filipporiccio scrive:

    Mi sembra ovvio che si tratta di una tassa completamente inaccettabile per i liberali di Libertiamo, giusto?

  3. @FilippoRiccio: mi sembra ovvio che Libertiamo tenda a non desiderare le tasse. Poi nessuno qui fa l’estremista, ci vorrebbe soltanto un po’ di saggezza che, sul tema culturale, sembra venire a mancare anche da parte di coloro che, in teoria, se ne occupano tutti i giorni. Di cultura, dico, non di tasse.

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