La “rupture” mancata: la parabola di Sarkozy

– Che la Francia non sia la patria del liberalismo non è una novità. Friedrich Hayek ebbe a dire una volta “Quando la Francia sarà liberale, vuol dire che tutto il mondo lo sarà già da un pezzo”.
Tuttavia, quando Nicolas Sarkozy si è presentato alle elezioni del 2007 con la parola d’ordine della rupture, in diversi hanno scommesso sulla possibilità di avviare in Francia una fase riformatrice in grado di sbloccare l’economia statizzata del paese. L’Economist gli dedicò persino una copertina di endorsement, sostenendo che Sarkozy costituisse la grande “opportunità della Francia”. Per molti in Italia rappresentava un modello di “destra moderna”.

In effetti non era difficile guardare con interesse all’approccio innovativo e ad alcune proposte del nuovo leader della destra, al fatto che parlasse di “cambiamento”, di “fiducia”, di “libera scelta” e di “responsabilità individuale” – parole non frequentissime nella retorica politica d’oltralpe.

La presidenza sembrava partita nel migliore dei modi con la Commission Attali. “Quello che proporrete lo faremo” prometteva Sarkozy.
Non è andata proprio così. Il rapporto Attali proponeva, ad esempio, un’apertura completa del mercato dei taxi a Parigi, ma una massiccia mobilitazione dei tassisti nel gennaio del 2008 fu sufficiente per obbligare il governo ad una completa marcia indietro.
In poco tempo il presidente ha inanellato insuccessi, ma soprattutto vittorie di Pirro. In molti casi in effetti è riuscito a fregiarsi dell’approvazione di una riforma, ma solo dopo che questa è stata totalmente depotenziata rispetto al progetto originario.

E’ il caso della riforma dei regimi pensionistici privilegiati per i dipendenti SNCF, EDF e RATP. Per farla passare l’Eliseo è arrivato a concessioni tali nei confronti dei sindacati che risulta persino difficile valutare se abbia condotto ad effettivi risparmi.
Lo stesso può dirsi dell’RSA, il “reddito di solidarietà attiva” introdotto al posto del vecchio RMI. Rispetto al precedente meccanismo doveva accrescere la predisposizione di chi lo percepisce a trovare un’occupazione, ma nei fatti la cosa è tutta da dimostrare.

Pierre Cahuc e André Zylberberg nel libro “Les réformes ratées du président Sarkozy” tracciano un bilancio impietoso dell’azione di governo, sostenendo che la strategia del presidente si articola tipicamente in due fasi, l’étouffement (soffocamento) e la concilitation. Sarkozy quando vuol fare la riforma parte in quarta per soffocare l’avversario, ma quando si trova a che fare con gruppi di interesse ben organizzati che resistono all’impatto, allora tratta ed alla fine cede nella sostanza.
Finisce così che “le riforme fatte non vanno a ridurre la disoccupazione, ad aumentare i posti di lavoro o ad accrescere il potere di acquisto. Hanno persino la tendenza ad aggravare i problemi che dovrebbero risolvere, accrescendo in più il debito pubblico”.

L’esplosione della crisi economica ha condotto anche ad un riorientamento del lessico politico del presidente che sceglie di cavalcare retoricamente il sentimento anti-mercato.
Nel 2008 parlando a  Tolone Nicolas Sarkozy dà la responsabilità della crisi “ad una certa idea della globalizzione, all’idea secondo cui i mercati hanno sempre ragione”; attacca il capitalismo “immorale” e lancia l’appello “per un mondo nuovo”.
Secondo la liberale Sabine Herold quel discorso “marca una svolta nel quinquennato. Sarkozy non si presenta più nella veste di architetto del cambiamento, ma bensì in quella di monarca, figura tradizionale della politica francese, protettiva e federatrice”.

La soluzione alla crisi proposta dal presidente diventa semplicemente quella keyenesiana della spesa pubblica. “Non si tratta solo di operazioni di salvataggio – continua la Herold – ma piuttosto di un riposizionamento generale dello Stato.  […] Armato di libretto degli assegni Sarkozy, settimana dopo settimana, colloca lo Stato al centro della nostra economia – anche laddove ancora non c’era”.
Tra una presa di posizione contro la “dittatura dei mercati” ed un’arringa protezionista a difesa dell’industria francese, il presidente non perde l’occasione di diventare anche un sostenitore della Tobin Tax, la tassa internazionale sulle transazioni finanziarie che evoca a più riprese. Si tratta di una proposta demagogica difficilmente realizzabile, ma che serve strategicamente al presidente per collocare la Francia alla testa di una coalizione che faccia pressione sui paesi “mercatisti”.

L’operato nel campo delle telecomunicazioni non appare più liberale. L’Eliseo mette mano alla questione della tv pubblica, non per privatizzarla, ma per sopprimere la trasmissione di spot pubblicitari – rendendola così totalmente a carico del contribuente.
Promuove, altresì, la controversa legge Hadopi sulla difesa del diritto di autore su internet, un dispositivo costoso, potenzialmente invasivo della privacy individuale e secondo molti lesivo della presunzione di innocenza.
L’entourage di Sarko sviluppa, peraltro, una malcelata antipatia per il web, strumento che così frequentemente veicola un’immagine poco agiografica del presidente.

Sembra lontana la freschezza della campagna del 2007, la favola bella dell’enfant d’immigré che doveva svecchiare la politica francese.
Il progressivo arroccamento su posizioni di gollismo tradizionale è per molti versi simboleggiato anche dal rimpasto del novembre 2010, che mette fine all’esperienza dell’ouverture, cioè al tentativo di fuoriuscire dagli schemi politici più classici, ibridando la destra di governo con esperienze politiche e culturali atipiche. Se ne va l’ex socialista Kouchner, se ne vanno il liberale Novelli, il radicale Borloo ed il centrista Morin. Escono dal governo i ministri simbolo dell’integrazione come Rama Yade e Fadela Amara – aveva già lasciato da tempo Rachida Dati.

Manca poco più di un anno al nuovo appuntamento presidenziale e, alla luce dei risultati delle regionali, la strada per Sarkozy appare in salita. Può ancora vincere, certo, magari riappropriandosi di quei temi della sicurezza e dell’immigrazione sui quali quattro anni fa ha costruito una parte non trascurabile del suo successo elettorale.
A questo punto, tuttavia, è abbastanza improbabile che leghi il suo nome a grandi innovazioni economiche e sociali.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “La “rupture” mancata: la parabola di Sarkozy”

  1. Pippo scrive:

    Bello criticare stando col culo appoggiato sulla poltrona, eh?
    Chissà cosa avresti fatto di meglio tu e le tue opinioni liberiste da bar dello sport?
    Telecomunica che è meglio!

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