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Sulla deforestazione l’ambientalismo occidentale fa solo propaganda

 Patrick Moore è uscito da Greenpeace nel 1986, dopo avere contribuito a fondarla quindici anni prima, per passare dall’ambientalismo militante all’ambientalismo pragmatico. L’uomo è abituato a spiazzare i suoi interlocutori. Lo intervistiamo a proposito del fenomeno della deforestazione nei Paesi in via di sviluppo.

Mister Moore, innanzitutto grazie per aver accettato la mia richiesta di intervista. So che lei non ama parlare degli ambientalisti, per cui ho deciso di ricambiare la sua cortesia. Non parleremo di ambientalisti, cioè di gente che si preoccupa seriamente per l’ambiente, ma parleremo di Greenpeace, un movimento che lei ha contribuito a fondare negli anni ’70 e da cui si è successivamente allontanato. E’ rimasto qualcosa su cui è d’accordo con i suoi ex colleghi?

La ringrazio per l’opportunità di affrontare con lei questi temi oggi. Devo ammettere che è una mia grande passione parlare di ambiente e discutere di questo tema con la gente – sia all’interno del movimento ambientalista sia all’esterno di esso – e di come tutti noi, intesi come società globale, dovremmo muoverci in futuro in questo ambito. E’ dunque un piacere per me avere questa conversazione.

Sono stato un attivo ambientalista per tutta la vita, e lo sono tuttora. Sono ancora convinto che, durante i 15 anni in cui ho preso parte alla creazione e allo sviluppo di Greenpeace, abbiamo lavorato con determinazione come organizzazione su progetti di grande valore – fermare i bombardamenti, salvare le balene, arrestare il riversamento di rifiuti tossici nei nostri oceani e fiumi. Sono tutte campagne nelle quali continuo a credere fermamente e, per quanto riguarda gli sforzi di Greenpeace su questi fronti, mi trovo ancora in linea con questi impegni.  

Sono tuttavia totalmente in disaccordo con una nutrita serie di campagne che il gruppo ha intrapreso da quando non ne faccio più parte.
Credo che si possano risolvere le deficienze nutrizionali nei paesi in via di sviluppo attraverso la modificazione genetica in agricoltura; non è dello stesso avviso Greenpeace.
Ritengo che l’acquicoltura – compresi gli allevamenti di salmoni nella mia terra in British Colombia, Canada – sarà sempre più una sorgente fondamentale per ottenere in futuro olii e proteine; non la pensa così Greenpeace.
Ho esposto chiaramente il mio punto di vista dichiarando che l’energia nucleare è la sola fonte di energia su larga scala che è in grado di contenere i costi e ridurre le emissioni di CO2 e nel contempo di soddisfare una domanda sempre crescente di energia; Greenpeace si oppone con tutte le sue forze a questa importante tecnologia.

Nel suo recente report sull’Arboricoltura in Indonesia, Lei ha scritto che le organizzazioni ambientaliste “appaiono votate a bloccare il progresso dei paesi emergenti – nel tentativo apparente di salvaguardare il tenore di vita dell’Occidente”. Come Lei ben sa, l’Indonesia è il paese che più degli altri suscita le ire degli attivisti. Innanzitutto, quali sono gli slogan più usati dai gruppi “Verdi” contro l’Indonesia? In secondo luogo, ci fa qualche esempio poco noto di come l’Indonesia stia facendo enormi progressi verso la conservazione delle foreste e degli habitat naturali?

Sia io sia la mia organizzazione Greenspirit Strategies Ltd. siamo stati diverse volte in Indonesia per vari progetti. Ogni volta che ci vado rimango stupito dai progressi che il paese sta facendo in termini di allineamento con le migliori pratiche di sostenibilità in arboricoltura. Là ho lavorato con molte aziende del settore delle foreste, con aziende di estrazione mineraria, ONG, e posso dire che questi player sono senza dubbio impegnati nella sostenibilità e nel continuo miglioramento.
Ma non bisogna cadere in errore: l’Indonesia è un paese povero. Circa 220 milioni di persone vivono in una esigua area del paese e, come lei saprà, 35 milioni di esse vivono in povertà. Dunque è una nazione che deve affrontare delle forti sfide in termini di sostenibilità. Sono dell’idea che le grandi organizzazioni – aziende professionali con sapere, tecnologia e risorse umane – che operano in loco giocano un ruolo enorme nel fornire capacità, monitoraggio e leadership nel portare progresso al paese.
L’insediamento abusivo di coloni in cerca di una vita migliore rappresenta una grande sfida di sostenibilità – probabilmente molto più grande di quella che affrontano molte aziende cartarie dell’occidente. Le aziende cartarie come Asia Pulp e Paper (APP) hanno conseguito un vero e proprio primato nel risolvere molte di queste sfide attraverso una oculata pianificazione, monitoraggio, impegno verso le comunità, fornendo formazione, occupazione, pratiche di migliore crescita e così via. Invece che ignorare questi fatti, le ONG dovrebbero unire le forze in Indonesia con aziende come APP per migliorare l’ambiente, la società e l’economia a beneficio di tutti i cittadini.

Libertiamo promuove la cultura e i principi del libero mercato, e ci è capitato spesso di concentrarci sul rapporto tra economia e ambiente. In Italia alcune organizzazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace, hanno avviato una campagna contro i produttori di carta e derivati indonesiani, spingendo alcuni noti marchi nostrani, come il Gruppo Gucci, a cessare i propri rifornimenti da aziende dell’arcipelago orientale. In Indonesia 35 milioni di persone vivono ancora sotto la soglia di povertà; 70000 indonesiani lavorano nell’industria della carta, che ha un indotto mondiale di un milione di addetti. Vorrebbe spiegarci perché questi attacchi ai più importanti brand cartieri del pianeta soffocano il libero commercio e con esso le economie dei paesi in via di sviluppo?

Ovunque nel mondo, la verità è che la deforestazione è causata da persone che utilizzano il territorio per far crescere i nostri cibi e fibre. La frutta, gli ortaggi e le verdure, il bestiame, il cotone e gli alberi che facciamo crescere richiedono che la terra sia liberata per provvedere alle necessità della civilizzazione.
Alcuni ambientalisti sembra che pensino sia normale che le nazioni industrializzate abbiano disboscato vasti tratti di foresta originaria per l’agricoltura e l’arboricoltura. Eppure credono che i paesi in via di sviluppo, dove la popolazione continua a incrementare e milioni di individui rimangono poveri, dovrebbero essere obbligati a preservare tutte le loro foreste naturali anche se il piano territoriale di un paese ha già imposto la conservazione di molte più aree di riserva naturale di quanto abbiano fatto molti paesi industrializzati.
Ogni paese ha il diritto di stabilire il proprio piano territoriale che designa quali aree saranno utilizzate per l’agricoltura, l’arboricoltura, gli insediamenti urbani, i parchi e le riserve naturali. Per esempio l’Indonesia tuttora detiene oltre il 50% della sua estensione forestale e la metà di questa è stata dichiarata riserva forestale da proteggere in perpetuo. Nessun paese industrializzato può vantare un simile piano territoriale. Immagini se all’Italia o alla Francia venisse richiesto di designare il 25% del proprio territorio per riserve naturali come fa l’Indonesia.
Ma a me è molto chiaro che l’industria può fornire la formazione e l’occupazione che può razionalizzare questa attività e, facendo questo,  aiutare quei coloni e quei contadini ad emergere dalla loro povertà.

Lei ha affermato che “a partire dalla metà degli anni ’80 molti dei gruppi ambientalisti hanno virato bruscamente verso la sinistra politica, e hanno iniziato ad adottare programmi estremisti abbandonando la scienza e la logica in favore dell’emozione e del sensazionalismo”. In generale, quale ritiene sia oggi l’agenda ambientalista che danneggia di più la preservazione dell’ambiente e della prosperità economica e, in particolare, in che modo queste campagne radicali colpiscono i consumatori italiani?

Innanzitutto, ciò che realmente vedo come un problema è che il movimento ambientalista sia diventato molto orientato alla propaganda.
Se lei prende un termine usato molto frequentemente oggigiorno, il termine “inquinamento genetico”, è un termine propagandistico, non un termine tecnico o scientifico. “Inquinamento” e “Contaminazione” sono ambedue giudizi di valutazione. Utilizzando il termine “genetico” si dà al pubblico l’impressione che si stia parlando di qualcosa di scientifico o tecnico – come se ci fosse una cosa che stabilisca un rapporto tra geni ed inquinamento. Gli ambientalisti la usano in termini di modificazione genetica, e nelle loro campagne contro l’allevamento di salmoni o contro l’acquicoltura. Se, per esempio, un pesce scappa da un allevamento e si riproduce con un pesce selvatico della stessa specie, gli ambientalisti lo definiscono inquinamento genetico. Tuttavia non si rendono conto che quello che affermano non ha alcuna base scientifica. Sarebbe come affermare che una persona europea che sposa una persona cinese stia commettendo inquinamento genetico. Ovviamente non è così.
Il segno principale di propaganda è prendere una parola che fungeva precedentemente da descrittore di obiettivo – per esempio il termine “clearcut” = deforestazione come utilizzato in arboricoltura, ossia il procedimento di taglio di tutti gli alberi in una determinata e specifica area – e caricarla di ogni tipo di associazione negativa quale devastazione, deturpazione, sacrilegio, fine della verginità della foresta e così via. Una parola molto simile, “clearing”, ossia abbattimento di alberi in una foresta, ha una connotazione positiva.

Passando alla seconda parte della sua domanda, questo è il tipo di linguaggio che molti attivisti portano contro all’agricoltura, all’arboricoltura e persino all’energia. Caricare di valore delle semplici parole non è un trucco difficile, ma può avere degli impatti gravemente negativi sull’economia.

Nel mio nuovo libro “Confessions of a Greenpeace Dropout: the Making of a Sensible Environmentalist”, che è in via di traduzione anche in lingua italiana, grazie soprattutto al supporto del mio amico Chicco Testa, leader italiano della sostenibilità, porto molte argomentazioni per una migliore agenda ambientalista che si avvalga di basi più scientifiche, che passi da un linguaggio obsoleto carico di emozionalità a un approccio pratico per migliorare le nostre prestazioni pro-ambiente a livello globale.  

Come chiarisce la Fao nel suo Rapporto mondiale sullo stato delle risorse forestali (2007) la causa principale della deforestazione è la povertà, che spinge le popolazioni a disboscare e distruggere habitat naturali al fine di assecondare fenomeni di urbanizzazione e di conversione dei terreni silvicoli in terreni agricoli. Lei ha studiato e relazionato sull’attività dell’industria cartiera in Indonesia. Ci potrebbe spiegare come essa sta lavorando insieme al governo locale per una gestione sostenibile delle foreste?

Il disboscamento abusivo in un paese in via di sviluppo quale l’Indonesia è problematico per tutte le parti coinvolte – governo, comunità, individui e ambiente. Per assicurarsi che ciò non avvenga,  aziende come APP, ad esempio, conoscono esattamente le fonti legali del legname che utilizzano per la loro polpa di cellulosa. Questo perché APP traccia ogni albero che viene tagliato, dalla foresta fino agli stabilimenti di polpa di cellulosa e alle cartiere dove il legname è lavorato. In questo modo l’azienda può assicurare che i tronchi che giungono agli impianti di trasformazione non sono stati ottenuti da aree che sono state disboscate illegalmente.
Sul tema dell’occupazione abusiva di territorio da parte di nuovi coloni, ancora una volta se si porta APP ad esempio, l’azienda e i suoi fornitori sono impegnati in una serie di programmi per prevenire l’occupazione abusiva e tutelare l’habitat della flora e della fauna selvatica, tra i quali programmi di riduzione della povertà e di conservazione della flora e della fauna selvatica. Abbiamo scoperto, attraverso colloqui con le ONG, che senza il supporto di APP la flora e la fauna selvatica sarebbero in condizioni significativamente molto peggiori.

Trovo che vi sia un’analogia tra l’attività di alcuni certificatori in materia ambientale, come ad esempio il Forest Stewardship Council, e quella delle agenzie di rating internazionali, con le medesime problematiche di conflitto d’interessi tra valutatore e soggetto valutato, e asimmetria informativa nel mercato, il che rende un rating negativo o un non rating su alcune imprese molto penalizzante. Lei ritiene che i giudizi emessi da Fsc siano in qualche modo condizionati dalle pressioni dei gruppi ambientalisti che siedono nel suo board? Quali sono le certificazioni di qualità ambientale su cui consiglierebbe di fare affidamento?

A livello globale vi sono essenzialmente due principali standard di certificazione indipendenti e super-partes: PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification) e FSC (Forest Stewardship Council). PEFC è un ombrello per molti standard nazionali di certificazione forestale, compresi, per citarne alcuni, quelli degli Stati Uniti, Canada, Malesia. Gabon e Finlandia. Secondo l’ONU,  PEFC rappresenta la maggiore area forestale certificata in tutto il mondo, con “poco meno di due terzi (64,2%) dell’area certificata a livello globale”, o 205 milioni di ettari. La certificazione FSC rappresenta 104 milioni di ettari.
Un punto importante è che, nonostante le sue abilità di marketing e la fama della sigla, FSC non è riuscita a certificare sufficienti aree di foresta per soddisfare la domanda dei mercati internazionali. Questo è largamente dovuto al fatto che molti dei suoi membri, principalmente gruppi ambientalisti come lei ha sottolineato, sono rimasti ostili all’industria e sono stati non realistici nelle loro pretese.
A confronto PEFC si definisce un’organizzazione-ombrello globale per la valutazione e il mutuo riconoscimento degli schemi di certificazione delle foreste nazionali sviluppati in un processo multi-stakeholder. Lo standard PEFC comprende 24 sistemi indipendenti di certificazione nazionale forestale che sono stati sviluppati separatamente in ogni rispettivo paese per assicurare che ogni istanza locale fosse riflessa in ogni standard. Conseguentemente ogni standard nazionale deve conformarsi con il PFC International Sustainability Benchmark che è stato precedentemente approvato da PEFC.
Negli scorsi anni PEFC ha riportato una crescita sostanziale ed ora è la più grande organizzazione certificatrice al mondo per le foreste. PEFC continua a valutare gli standard nazionali che alla fine verranno poi compresi all’interno dell’ombrello PEFC. Sia PEFC sia FSC utilizzano l’etichettatura di prodotto e gli standard di “chain of custody”, ossia  il sistema attraverso cui si garantisce la tracciabilità delle materie prime fibrose, dalla foresta di origine al prodotto finito, attraverso le varie fasi produttive: dal taglio, alla produzione di cellulosa, alla fabbricazione della carta e alla distribuzione del prodotto, fino al consumatore – tutto ciò per assicurare che la fibra utilizzata provenga da una foresta ben gestita.

La battaglia degli ambientalisti contro la deforestazione si interseca a un certo punto con quella contro l’uso e lo sviluppo di biotecnologie in agricoltura.  Ovviamente in un rapporto di contraddizione. Grazie alla ricerca biotech sono state sviluppate specie di alberi, come l’Eucalyptus pellita, che ricrescono 5 volte più in fretta di un esemplare non modificato geneticamente. Simili progressi consentono di produrre più fibra in meno spazio e preservare maggiori estensioni di foresta naturale. Perché le organizzazioni ambientaliste si ostinano nel pregiudizio antiscientifico nei confronti degli Organismi Geneticamente Modificati?

Lei espone alcuni punti molto importanti nella sua introduzione alla domanda. Con una popolazione mondiale in continuo incremento, far crescere più di un prodotto in meno terreno è una delle modalità per muoversi verso un futuro più sostenibile. Ma alcuni gruppi ambientalisti sostengono il concetto – fittizio – che le persone stavano molto meglio in passato, quando si aveva una comprensione scientifica meno sviluppata. E’ una visione romantica che ignora il fatto che la nostra aspettativa di vita in un periodo recente come il 1900 era di soli 47 anni mentre oggi è di circa 80 anni. Perché questa notevole crescita in aspettativa di vita? Per i miglioramenti basati sulla scienza in ambito agricoltura, salute e tecnologia.
A me è dunque molto chiaro che la scienza genetica, compresa l’ingegneria genetica, apporterà miglioramenti nella nutrizione e porterà termine alla malnutrizione, migliorerà i raccolti, ridurrà l’impatto sull’ambiente degli allevamenti e dell’arboricoltura, e renderà più salubre l’ambiente e la popolazione.

Mister Moore, prima di chiudere, ci dia qualche dritta per comunicare meglio le nostre “eresie” in tema di ambiente.

Siate critici nel leggere i media. Siate consapevoli che spesso vi sono vari aspetti di una storia riportata dagli organi di informazione. Leggete intensivamente, cercate sempre di essere aggiornati. E, cosa più importante, non dimenticate che le complesse istanze in materia ambientale devono essere radicate nella scienza e devono prendere in considerazione il fatto che ogni giorno i quasi 7 miliardi di esseri umani sulla Terra richiedono l’utilizzo di cibo, di energia, e di risorse materiali che arrivano dall’ambiente. Sostenibilità significa continuare a ottenere queste risorse mentre si opera per ridurre il nostro impatto negativo sull’ambiente attraverso i cambiamenti nel nostro comportamento, come ad esempio guidare meno l’auto, e cambiamenti nella nostra tecnologia, come ad esempio acquistare auto più efficienti e con consumo di carburante ridotto.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

4 Responses to “Sulla deforestazione l’ambientalismo occidentale fa solo propaganda”

  1. Ghino di Tacco scrive:

    Interessante prospettiva, se ne leggono poche di cose così in giro…

  2. Lorenzo Pastori scrive:

    Sono d’accordo. Ci sono quelli che vogliono fare gli ambientalisti con la natura degli altri, i paesi ricchi che vogliono la salvezza ecologica del pianeta obbligando i paesi poveri del pianeta a non svilupparsi. Al fondo, non è una battaglia ambientalista, ma protezionista.

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