In Italia c’è poco welfare, ma, anche in quello, c’è troppo Stato – VIDEO

– I lavori dell’Assemblea Costituente di Futuro e Libertà per l’Italia si sono articolati in sei commissioni tematiche: Cultura; Innovazione; Ambiente; Welfare; Sviluppo; Legalità. A seguire l’intervento in plenaria di Carmelo Palma, relatore della Commissione Welfare.

Il welfare è uno degli ambiti in cui le politiche pubbliche sono state, nel corso dei decenni, più gravemente “catturate” da interessi e logiche particolaristiche. Questo implica un duplice ordine di conseguenze: di equità, poiché l’impianto diseguale e discriminatorio della spesa sociale comporta una redistribuzione inversa di risorse (da chi ha di meno a chi ha di più). E di efficienza, visto che la “politicizzazione” dei dossier sociali comporta, a parità di prestazioni, più – diciamo così – spese di commissione per l’intermediazione politica.

Una vera riforma comporta dunque la rottura del sistema di consenso costruito attorno a questo “welfare di scambio”, la cui manifestazione più eloquente è il moloch della spesa previdenziale. Anche nella spesa sociale deve affermarsi il principio della rule of law, cioè dell’uguaglianza e pari dignità dei cittadini di fronte alla legge. In Italia c’è poco welfare, ma, anche in quello, c’è troppo Stato. Se i sistemi di welfare più efficienti, a parità di costo, sono quelli automatici e universali, in Italia la “mappa del welfare” è caratterizzata da disparità e asimmetrie abnormi e da un altissimo grado di discrezionalità politica.

Come si usava dire in alcuni consigli di amministrazione, anche nel welfare italiano le teste non si contano, ma si pesano.

Quello italiano non è un welfare per vecchi – visto che la spesa per la vecchiaia, ad eccezione di quella pensionistica, la cui “bolla” grava da tempo sull’equilibrio dei conti pubblici, non è sotto il profilo sanitario e assistenziale in linea con quella degli altri paesi europei.

Non è un welfare per giovani, perché a carriere lavorative più discontinue, non corrispondono maggiori, ma minori tutele sul piano del reddito e del sostegno all’occupabilità (il cosiddetto welfare to work: formazione, orientamento al lavoro, politiche attive per l’impiego…).

Non è un welfare per donne, perché i livelli risibili di spesa sociale per la famiglia, sia in forma diretta che indiretta, scaricano sulle donne “di casa” la gran parte dei lavori di assistenza e cura e deprimono il tasso di attività femminile.

Occorre una vera e propria “Maastricht del welfare”, una riforma di efficienza e di moralizzazione delle politiche sociali. Il che significa, in primo luogo, che occorre assicurare una gestione più diretta, consapevole e responsabile del proprio “conto sociale” da parte del cittadino, pur all’interno dei meccanismi mutualistici di un welfare universalistico.

Se ad esempio il diritto alla salute, alla cura, all’assistenza e sostegno domiciliare e alle altre forme di “servizio alla persona” che i cittadini attendono – spesso per lungo tempo – dallo Stato o dagli enti locali non avessero solo la forma di un diritto, ma di un “credito fiscale” o di un “buono sociale” liberamente spendibile anche sul mercato, non vi sarebbero livelli inferiori di garanzia pubblica, ma superiori di efficienza di sistema.

L’obiettivo deve essere quello di incentivare, anche dal punto di vista normativo, un welfare davvero “sussidiario”, affidato alla responsabilità dei cittadini, capace di valorizzare la forza economica e morale di un terzo settore autonomo e non collaterale al mondo della politica, e aperto all’iniziativa e non solo al “subappalto” del privato sociale.

Rispetto al mercato del lavoro, in Italia c’è, insieme, troppa precarietà e troppo poca flessibilità. Troppa incertezza e troppa discrezionalità. Un processo di riforma incompleto non ha superato, ma paradossalmente “stabilizzato” un mercato del lavoro duale, socialmente insostenibile e economicamente inefficiente. Chi ha meno garanzie costa meno e guadagna meno. Chi ha un lavoro più precario, ha meno welfare.

Da questo punto di vista nella proposta di legge “Un lavoro aperto per una società aperta” presentata la scorsa settimana a Montecitorio si indicano, sulla scorta di analisi già elaborate all’interno e all’esterno dell’area politica di Fli, una serie di proposte innovative, improntate alla semplificazione e universalizzazione degli istituti di protezione.

Ma anche rispetto ad altri settori, l’obiettivo più rilevante è quello di istituire un sistema di tutele universalistico, finanziato attraverso il riordino degli istituti esistenti o il versamento di contributi e premi assicurativi da parte dei potenziali beneficiari, e non mediante il ricorso alla fiscalità generale.

Infine, la famiglia, che nella politica italiana è abusato come tema retorico, e eluso come tema politico. Un welfare pro-family è la vera voce mancante del nostro stato sociale. Visto che la famiglia “fa welfare”, non si pensa ad un welfare per la famiglia. I risultati sono nel tasso di fertilità e di attività delle donne italiane. Da questo punto di vista, senza ricorrere a ricette che potrebbero deprimere l’offerta di lavoro femminile, si deve pensare all’introduzione di un “fattore famiglia” che può articolarsi nella duplice forma:

– del beneficio fiscale, cioè in un diverso sistema di detrazioni che persegua obiettivi di equità non solo verticale (tra famiglie con redditi diversi) ma orizzontale (tra famiglie di diversa composizione)

– dell’erogazione monetaria, cioè nel riconoscimento di buoni-spesa “vincolati”, affidati commisurati alla loro capacità reddituale delle famiglie per per l’acquisito delle prestazioni sociali per minori, disabili e non autosufficienti sul mercato pubblico e privato. Non rilevando i partner e la condizioni giuridica del loro rapporto ai fini della determinazione dei benefici, il “fattore famiglia” non può distinguere o discriminare famiglie di diritto o di fatto.

Il welfare è a una delle frontiere più avanzate dell’innovazione. Ed è con idee nuove e coraggiose che un partito nuovo deve sapersi muovere lungo questa frontiera.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “In Italia c’è poco welfare, ma, anche in quello, c’è troppo Stato – VIDEO”

  1. Massimo scrive:

    Il cosidetto “conto sociale” però, richiede uno stravolgimento dell’attuale asseto fiscale e della relativa determinazione del reddito.
    Paradossalmente inoltre, la sua attuazione richiederebbe uno Stato molto più forte e presente dell’attuale

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