La riforma dell’articolo 41? Non serve a nulla

– Il tema di una riforma secca dell’articolo 41 della Costituzione come strumento d’impulso all’iniziativa imprenditoriale è ritornato prepotentemente d’attualità. L’argomento è stato oggetto di discussione dell’ultimo Consiglio dei Ministri, ma già nei mesi scorsi il ministro Tremonti aveva scagliato anatemi contro quest’articolo, considerandolo la causa principale delle lungaggini burocratiche a cui deve sottoporsi chiunque voglia fare impresa in Italia.

Le cose, tuttavia, non stanno proprio così. Solo chi è digiuno di giurisprudenza potrebbe non accorgersi che il grande tema dell’articolo 41 – chiave di volta della “costituzione economica” – è obsoleto, se non puramente propagandistico. Sì, perché, mentre in Italia la classe politica della Prima Repubblica affondava sotto le onde burrascose di Tangentopoli, Silvio Berlusconi scendeva in campo e la sinistra smetteva i panni del Comunismo, l’Europa e la Corte Costituzionale stavano provvedendo a dare una nuova forma all’economia del vecchio continente e del Belpaese.

Si pensi ad esempio al Trattato Unione Europea; in esso vengono cristallizzati i principi costitutivi del mercato comune, caratterizzato dall’abbattimento di ogni ostacolo alla libera circolazione dei capitali e dall’adozione di politiche economiche coordinate fra gli Stati membri, secondo le regole di un mercato aperto e concorrenziale. Ed è sulla scorta della visione liberista “imposta” dall’Unione Europea che sono nate, nel corso degli ultimi anni, autorità garanti come l’Antitrust, al fine di rendere effettivi i principi enunciati nei vari trattati costitutivi dell’UE – su tutti, la disciplina della concorrenza.
Non solo. Anche sotto il profilo dell’interventismo economico sono state compiute svolte importanti: gli aiuti finanziari sono stati vietati. Ovvero, i soldi dei contribuenti non possono più essere impiegati per salvare aziende che stanno collassando.

Perfino i monopoli pubblici sono stati drasticamente ridotti – sia pure parzialmente – creando le naturali basi giuridiche attraverso le quali procedere alla privatizzazione di tutte le aziende di Stato legate a diritti d’esclusiva. Di conseguenza, è stato introdotto un progressivo regime concorrenziale per molti servizi pubblici, sia per quelli rimasti in regime di monopolio che per quelli in cui ci si è aperti alla concorrenza dei privati (valga come esempio il campo delle telecomunicazioni).

Oltre ai benefici del libero mercato comunitario, che hanno reso impraticabile qualsiasi interpretazione “dirigista” dell’articolo 41, a intervenire in favore di una interpretazione normativa liberale ci ha pensato anche la Corte Costituzionale. La storica sentenza 223/1982, infatti, ha affermato l’integrazione fra libertà di iniziativa economica e libertà di concorrenza; detto in parole povere, la Corte ha chiarito che non può esserci “impresa” senza “libero mercato”.
Proseguendo nel cammino di adeguamento della nostra dottrina costituzionale alle politiche europee, nove anni più tardi, con la sentenza n. 439, è stato individuato nel libero mercato un fine di “utilità sociale”: esso può limitare la libertà d’iniziativa del singolo, perché ciò garantisce redditività al sistema economico, nella sua globalità.

A questo punto, dinnanzi all’effettiva strumentalità di una riforma dell’articolo 41, già riformato “de facto” dalla dottrina giuridica e dalle disposizioni legislative dell’Unione Europea, c’è da interrogarsi sulle ragioni che spingono il Cav. e il resto del Governo a cavalcare l’argomento.
Forse, a detta di alcuni giornalisti – ad esempio la Gruber – c’è dietro lo zampino di Giuliano Ferrara, che vuol rispolverare l’immagine del Berlusconi del ’94, strenuo promotore di una Rivoluzione Liberale.

Probabilmente, questa è solo l’ennesima operazione di facciata, volta a nascondere l’incredibile serie di riforme liberali mancate e tradite. Del resto, non è colpa dell’articolo 41 se in Italia si impiegano in media 20 giorni per compiere l’iter burocratico d’avvio di un’impresa. Viceversa, è colpa di Berlusconi e del suo governo se ci troviamo a subire una “controriforma forense” che annulla tutti i criteri di concorrenza e di liberalizzazione introdotti dal Governo Prodi nell’avvocatura. Per non parlare della mancata riduzione della pressione fiscale, della mancata introduzione di una o due aliquote uniche, della mancata privatizzazione di aziende di Stato corporative come la Rai, della mancata abolizione del valore legale del titolo di studio.

Quel che è certo è che non ci sono né i tempi tecnici né i numeri parlamentari per intervenire davvero sull’articolo 41. Forse il Governo Berlusconi farebbe meglio ad impiegare la seconda metà della legislatura per dei provvedimenti seri, attuando interventi concreti dove più serve. Riduzione della burocrazia, incentivi ai giovani che vogliono aprire un’attività, investimenti in ricerca nei settori industriali ad alta specializzazione. Sempre che il centrodestra non voglia le elezioni anticipate.


Autore: Francesco D'Amario

Nato nel 1991 ad Ascoli Piceno, ha conseguito la maturità classica e frequenta il primo anno di Giurisprudenza a Macerata. Responsabile per la regione Abruzzo della Gioventù Liberale Italiana, ha fondato il primo giornale studentesco liberale della sua città natale, e recentemente è diventato giornalista pubblicista.

4 Responses to “La riforma dell’articolo 41? Non serve a nulla”

  1. lodovico scrive:

    E’ il terzo comma. Questo fissa per legge il numero dei bagni occorrenti agli uomini ed alle donne o ai disabili o a persone che hanno preferenze sessuali diverse e così avanti. in una palestra frequentata da soli uomini, per esempio, c’è obbligo di riservare bagni alle donne.

  2. lodovico scrive:

    Articolo 41: va riscritto così

    Come emendare l’Articolo della Costituzione sulla libertà d’impresa togliendo ogni giustificazione per l’interventismo statale
    Il Consiglio dei ministri di questa mattina dovrebbe varare una proposta di riforma dell’articolo 41 della Costituzione. Ma come dovrebbe essere riscritto per essere pienamente compatibile con un contesto di mercato? Nel Focus “Art.41 della Costituzione: una proposta” (PDF) di Serena Sileoni, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, viene avanzata una formulazione alternativa.

    Per Sileoni, “L’art. 41 è stato ampiamente usato per giustificare interventi diretti e indiretti di uno Stato talora imprenditore, talora programmatore. Basti pensare al filo rosso che lo collega all’art. 43, il quale consente la riserva originaria o il trasferimento allo Stato e a enti pubblici di determinate imprese o categorie di imprese e che ha permesso negli anni Sessanta e Settanta la creazione di monopoli pubblici”. Di conseguenza “Togliere nell’art. 41 l’enfasi sulla presenza dello Stato e aggiungere la libertà di concorrenza bilanciandola con la tutela dei consumatori (restando sul piano dei principi senza scendere su quello delle regole, poiché solo i primi sono oggetto di una Costituzione) sembra sufficiente a garantire una libera e responsabile intrapresa economica, dove l’interesse alla massimizzazione del profitto è in armonia con il principio di solidarietà economica”. Contemporaneamente, e coerentemente, l’art.43 andrebbe abrogato.

    Il Focus di Serena Sileoni, “Art.41 della Costituzione: una proposta” è liberamente scaricabile qui: (PDF)

    GLI ARTICOLI 41 E 43 COME SONO…

    Art. 41.
    L’iniziativa economica privata è libera.
    Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
    La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

    Art. 43.
    A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

    …E COME DOVREBBERO ESSERE

    Art. 41
    L’iniziativa economica privata è libera.
    La legge garantisce la tutela dei consumatori e la fornitura dei servizi di interesse generale in regime di libera concorrenza.

    Art. 43
    [Abrogato].

  3. luigi zoppoli scrive:

    L’art. 41 che limita la libertà economica? Fuffa per giuristi di bocca buona. Segno di mancanza di idee e capacità di analisi. E si vede.

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