Il liberalismo è quel gioco in cui le regole contano più dei giocatori

– È difficile classificare il liberalismo a destra o a sinistra, perché le domande che il liberalismo si pone sono diverse da quelle consuete in politica. Permettere ai giovani di pagarsi una pensione è di destra o di sinistra? L’antiproibizionismo è di destra o di sinistra? Il liberalismo economico purtroppo non è né di destra né di sinistra, sui temi civili si può invece apparire di sinistra, ma andando contro le “discriminazioni positive” si viene riposti a destra. Poco male: è lo schema di classificazione a fare acqua.

Il liberalismo non è solo un insieme di proposte di “policy”, ma è anche un insieme di proposte di modifica della struttura delle istituzioni politiche, la “polity”. Destra e sinistra sono concetti che hanno senso dentro le regole del gioco politico, ma il liberalismo chiede di cambiare queste regole, non di cambiare modo di giocare. Se la destra fosse liberale e la sinistra volesse la socializzazione dei mezzi di produzione, non avremmo una società liberale, ma socialista; se la sinistra fosse liberale e la destra volesse il protezionismo comunale dei leghisti, non avremmo una società liberale, ma corporativa. Liberale può essere la società, non i singoli partiti.

In definitiva, è come con gli scacchi: le regole degli scacchi sono più importanti delle strategie dello scacchista, perché si può parlare di scacchi anche quando i giocatori sono scarsi, ma non quando le regole sono quelle della dama. I liberali vogliono che gli alfieri si muovano in diagonale anche quando la sinistra vuole spostarli in verticale e la destra in orizzontale.

Facciamo un esempio. In una comunità politica è possibile spendere soldi in deficit per finanziare progetti politici che porteranno più voti, è cioè possibile ottenere consenso col deficit. In questa gara a ottenere più voti, si rischia che a vincere sia la parte politica che promette più spese in deficit, e allora l’altra, per non perdere, deve fare promesse simili: in questo modo si accumulerà un debito pubblico enorme che metterà in pericolo l’economia del Paese.

Questo processo è una “corsa verso il fondo”. Anche sul mercato si hanno a volte problemi simili, ma in politica sono più frequenti: questi problemi nascono infatti quando è possibile imporre costi su terze parti (le cosiddette “esternalità”), e mentre sul mercato ciò è possibile solo se i diritti di proprietà sono mal definiti, in politica è molto frequente perché questa può modificare i diritti di proprietà, che quindi non fungono più da argine nell’indirizzare il gioco verso risultati virtuosi. Servono altri vincoli, dunque.

Che fare se si vuole risolvere il problema? Serve una modifica della struttura istituzionale, ad esempio introducendo una norma costituzionale che impedisca i deficit. Questa legge costringerebbe i governi che vogliono ottenere più voti tramite la spesa ad aumentare immediatamente le tasse, ma così perderebbero voti altrove, e quindi la spinta verso l’espansione della spesa e del debito sarebbe ridotta. Un programma liberale non è completo se non contiene una cospicua sezione dedicata alle regole, non certo solo su deficit e debito: le regole del gioco sono più importanti delle strategie dei giocatori.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

6 Responses to “Il liberalismo è quel gioco in cui le regole contano più dei giocatori”

  1. lodovico scrive:

    In Italia, in caso di esproprio, l’indennizzo, per consuetudine costituzionale, non può mai esser uguale al valore del bene ma deve esser di poco inferiore per salvaguardare gli interessi o i diritti della collettività. Il diritto, in questo caso non tutela l’individuo ma la collettività. Davanti alla legge,orrore, non siamo tutti uguali. Per i liberali sono i diritti che determinano le leggi ed i diritti sono portatori di regole, ma non é un gioco.

  2. Luca scrive:

    Impedire il deficit??

    il deficit non è mica solo un’arma di corsa politica elettorale!

    mettere un limite al deficit in funzione del debito è un altro discorso…

    magari una precisazione un po’ puntigliosa ma, a mio parere, doverosa.

    per il resto complimenti per l’articolo.

  3. Pietro M. scrive:

    Il deficit è modo per illudere i contribuenti che non pagheranno la spesa pubblica. Non c’è alcun motivo per fare deficit se non quello di fregare gli elettori con un’illusione contabile.

    Io farei deficit al massimo per finanziare una guerra (vera) e investimenti strutturali (se rendono), e i secondi li finanzierei solo se il rendimento atteso mostra che il debito si auto-finanzierebbe.

    Come strumento anticiclico è inefficace.

  4. Matteo Gianola scrive:

    La definizione del deficit pubblico come “illusione contabile” è quantomeno efficace per definire la subdola fregatura che si nasconde dietro l’espressione, cara ai keynesiani, di “deficit spending”.
    Finanziare la spesa corrente per mezzo del deficit è esattamente il differrire in un secondo momento il prelievo fiscale necessario per coprire il debito, in pratica è come se fosse un’imposta differita nel tempo a svantaggio delle generazioni future, così come le operazione di quantitative easing altro non sono che un’imposta inflattiva occulta, che porterebbero a pagare il debito contratto con la perdita di potere d’acquisto della valuta sottoposta a questa operazione da parte delle autorità monetarie.

    Trovo perfetta la proposta di consenso al deficit per il finanziamento di investimenti pubblici, non sarebbe male se lo stato fosse gestito come un’azienda, con le stesse prerogative in fatto di spesa ovvero di accesso al credito… qualcuno sperava che berlusconi avrebbe potuto riformare la struttura della spesa pubblica in tal senso, vista la sua estrazione, ma penso sia rimasto decisamente deluso.

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