– Alla fine Hosni Mubarak non ha retto.
Alla terza settimana di manifestazioni ha rassegnato le dimissioni, passando le consegne a un governo di transizione, dominato dai militari: ha mollato immediatamente dopo che il presidente degli Usa Barack Obama gli ha fatto capire a chiare lettere di averlo scaricato.

Seguendo lo stesso copione usato da Carter per chiudere l’alleanza con la dittatura di Somoza in Nicaragua e dello Shah in Persia, anche Obama ha ritenuto che certi dittatori siano ormai troppo ingombranti, che di fronte a una rivoluzione democratica sia più facile e meno dannoso far vincere gli insorti che cercare di puntellare il governo.

Le borse hanno salutato positivamente l’avvento del nuovo governo. Una crisi prolungata per un’altra settimana o un bagno di sangue avrebbero costituito alternative peggiori.

Gli esempi del Nicaragua e della Persia, però, fanno temere una dinamica simile anche per l’Egitto: una brevissima parentesi democratica seguita dall’instaurazione di una dittatura, molto più dura della precedente e in più nemica degli Stati Uniti.

La prima reazione di Obama è di esultanza: “La libertà è nell’anima. È stata la forza morale della non violenza, e non il terrorismo, non le uccisioni folli, a curvare ancora una volta l’arco della storia verso la giustizia. La giornata di oggi appartiene al popolo egiziano e il popolo americano è commosso da queste scene.

La parola “tahir” significa liberazione. È una parola che, come diceva King, arriva direttamente all’anima. Per sempre ricorderà agli egiziani di come loro hanno cambiato il loro Paese, e il mondo. Grazie”.

Anche Hamas ringrazia, però: a Gaza è stata festa grande dopo la notizia delle dimissioni del dittatore. “E’ l’inizio della vittoria della rivoluzione”, commenta il portavoce del gruppo terrorista Sami Abu Zuhri.

Giorno di libertà o inizio del trionfo dello Stato islamico in Egitto? Lo abbiamo chiesto ad Alex Traiman, regista del docu-drama “Iranium” (visibile in rete, difficilmente lo vedremo nelle sale italiane). Il suo documentario si conclude con le scene della Rivoluzione Verde in Iran e con l’esortazione a sostenere lo sforzo degli studenti per liberarci dal pericolo costituito dal regime di Ahmadinejad.

Secondo Traiman, la rivoluzione egiziana può essere “sia un rischio che un’opportunità. E’ vero che l’Iran sta investendo molto nella rivoluzione egiziana, ma principalmente per paura. Teheran teme di vedere la stessa rivoluzione in casa propria, ne ha già avuta una nel 2009 e può riscoppiare in ogni momento. Teme che il suo popolo, incoraggiato da quanto sta avvenendo al Cairo, trovi di nuovo il coraggio per sfidare la repressione brutale del regime.

Il rischio è più interno all’Egitto che internazionale. I Fratelli Musulmani sono innegabilmente il gruppo di opposizione più potente e più organizzato e costituiscono una grande minaccia per tutto il Medio Oriente.

C’è anche, però, un aspetto positivo della vicenda: la spinta verso la democrazia. Gli Usa non la possono esportare ovunque, ovviamente. L’Egitto non ha mai avuto una forma di Stato democratico. E non parlo di 30 anni di dittatura di Mubarak, ma di 5000 anni di storia di monarchie assolute e dittature. Ora però sembra proprio che i semi della democrazia siano stati gettati, grazie a Internet e ai social network.

Gente più connessa con il resto del mondo si è resa conto di quanto si vivesse meglio altrove. Hanno visto che, qui negli Usa, chi parla male del presidente diventa un’icona dei talk show e non viene impiccato o imprigionato. La gente che ha rovesciato Mubarak vuole sinceramente più democrazia. Ma è chiaro che non sarà un processo breve, né indolore. Noi dobbiamo tenerci pronti a intervenire, per evitare che la transizione vada fuori controllo completamente”.

Più pessimista è lo storico Robert Spencer, titolare del famoso blog Jihad Watch, un osservatorio quotidiano sulla violenza degli islamisti. Per Spencer: “I Fratelli Musulmani sono nella posizione e nelle condizioni giuste per prendere il potere” – ci spiega – “Quasi sicuramente entreranno a far parte di una coalizione di governo, per poi iniziare ad eliminare tutti i loro partner. L’Egitto ha più probabilità di diventare uno Stato islamico di quante non ne avesse l’Iran nel 1979. In Iran, quando lo Shah è caduto, il primo governo democratico era costituito da molti partiti laici ben organizzati. Alla fine hanno prevalso gli islamici perché avevano il sostegno di gran parte della popolazione. Anche in Egitto l’opinione pubblica è pronta a sostenere un’agenda islamica. E, per di più, ai Fratelli Musulmani non si oppongono partiti laici forti e organizzati, ma una coalizione di formazioni deboli e frammentate”.

Eppure la rivoluzione è stata laica. Non c’erano le tipiche bandiere verdi e i tipici slogan islamisti nelle manifestazioni ad Alexandria e al Cairo… “Gli islamisti sono rimasti volutamente in disparte, proprio per non allarmare l’Occidente. Ora che la protesta ha raggiunto il suo obiettivo, i Fratelli Musulmani si trovano nella posizione giusta per il controllo del potere”.

E Obama lo permetterebbe? “Sia nella crisi egiziana che nella sua politica mediorientale in senso lato, il presidente Obama ascolta soprattutto i consigli dei… Fratelli Musulmani. Li ha voluti presenti quando ha tenuto il suo discorso al Cairo, il 4 giugno 2009. Ha aiutato associazioni musulmane americane che sono direttamente collegate ai Fratelli Musulmani. Ha mandato la sua consulente Valerie Jarrett a tenere un discorso introduttivo a un’assemblea della Società Islamica del Nord America, anch’essa legata ai Fratelli Musulmani. Insomma è chiaro che c’è un legame molto forte fra Obama e quello che potrebbe essere il nuovo regime egiziano. Il problema, però, è che il programma dei Fratelli Musulmani è anti-occidentale sin dall’origine. E non basteranno i buoni rapporti con un presidente per far loro cambiare idea”.