– Nel corso dell’interessante convegno di Futuro e Libertà tenutosi a Bologna il 5 febbraio scorso ho avuto modo di osservare da vicino la molteplicità di anime del nuovo partito, e di riflettere sulla loro compatibilità. Confesso di aver avuto in passato qualche dubbio sulla saldatura di componenti a prima vista eterogenee: come trovare un punto d’incontro tra noi liberali, attenti a limitare il potere pubblico, e la destra sociale sensibile al tema dello Stato forte? Come conciliare le nostre posizioni sulle materie eticamente sensibili con un’area politica tradizionalmente conservatrice? Per fortuna sbagliavo: è polifonia, non cacofonia.

Il nuovo soggetto politico, a partire dalle posizioni espresse dal presidente Fini, sembra in grado di proporre una sintesi nuova e molto interessante. Il pubblico bolognese ha accolto con pari calore un giovane imprenditore e la sua storia di successo, un operaio che chiedeva ai governi maggiore sensibilità per le famiglie a basso reddito, uno scrittore che ha parlato di unioni omosessuali e di fecondazione assistita. C’è l’opportunità, senza precedenti nel passato recente, di sviluppare un’idea di destra che vada un po’ oltre le antiche categorie: la proposta di legge su lavoro e welfare illustrata qualche giorno fa proprio qui su Libertiamo.it ne è un esempio.

Ci sono aspetti sui quali liberali e destra sociale hanno una convergenza spontanea: abbracciamo da punti di vista un po’ diversi gli stessi principi essenziali. Il caso più evidente è la legalità; nella nostra sensibilità emerge – soprattutto in forma di rispetto dei contratti – come condizione fondamentale del libero scambio e dello sviluppo, in quella dei nostri compagni di viaggio come imperativo etico. Le due dimensioni si compenetrano agevolmente, arricchendosi. Allo stesso modo ci si trova sull’importanza del capitale sociale, sull’eguaglianza di opportunità economiche tra chi nasce ricco e chi nasce povero, sul desiderio di creare per i talenti italiani delle possibilità di crescita entro i confini.

Su alcuni punti possiamo imparare gli uni dagli altri. Come liberali, possiamo mettere a disposizione di FLI la nostra lunga abitudine a pensare in termini di autodeterminazione dell’individuo, consolidando la tendenza già visibile ad accogliere e portare avanti le istanze relative ai diritti civili. Possiamo aiutare a superare alcune diffidenze verso l’immigrazione e verso la globalizzazione economica e culturale, illustrando in maniera chiara i vantaggi – monetari ma anche morali – che ne possono venire a tutti. Possiamo contribuire a sviluppare un’idea di Stato che esprima forza nello svolgere in maniera ineccepibile compiti essenziali ma ben delimitati, non nell’occupare con inevitabili degenerazioni spazi  che non sono di sua competenza.

D’altro canto, la destra sociale ci può insegnare come stare sul territorio, come interagire con le realtà locali, come comprendere le necessità delle singole comunità: potremo così superare uno dei limiti storici del liberalismo italiano, talvolta più vicino a un esercizio intellettuale che a una proposta politica. È ora poi che scopriamo, o riscopriamo, tutta l’importanza dell’immaginario; in questo senso mi esortava, molto a proposito, l’on. Perina a margine dell’assemblea aperta di Libertiamo. Esperti di ragionamenti tecnici, ci sfugge a tratti quanto siano importanti la speranza, l’afflato, i gesti della partecipazione; forse li associamo a torto con momenti bui della storia nazionale, dimenticandoci di quanto noi stessi ci siamo emozionati sentendo la voce di Ronald Reagan davanti alla porta di Brandeburgo.