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La nostra destra poco americana non crede nella Rete

– Non si può certo dire che il liberalismo rappresenti una corrente maggioritaria nella politica italiana, eppure Liberiamo.it si trova ad essere uno dei siti internet di argomento politico più cliccati del web. Secondo i dati di Alexa, Libertiamo svetta tra i siti di centro-destra, sopravanzando come numero di accessi tanto i siti istituzionali dei partiti, quanto gli altri webmagazine di orientamento moderato e conservatore.

Questo risultato è senz’altro merito della rivista che state leggendo, ma è anche da addebitarsi alla scarsa competitività del resto dell’ “offerta” telematica, conseguenza del sostanziale disinteresse del centro-destra italiano per internet e per gli strumenti innovativi di comunicazione.

La destra di Berlusconi non sente realmente il bisogno dei blog, di Youtube e dei social network. Preferisce puntare tutto su un controllo diretto o indiretto delle maggiori televisioni, perseguendo l’obiettivo di affidare ad essi messaggi rassicuranti e semplificati, in grado di corroborare da un lato la sensazione di un paese ben governato, dall’altro quella dell’impresentabilità di opzioni politiche alternative.

Se il PDL su internet si muove poco, la Lega è ancor meno presente e dal canto suo nemmeno un partito nuovo come Futuro e Libertà pare investire più di tanto sulle nuove tecnologie. 

Prevale in generale un modello di comunicazione unidirezionale e controllata centralmente, che non prevede né considera utili forme di retroazione diverse dal momento del voto nella cabina elettorale o al più dalle rilevazioni di qualche sondaggista.

Si tratta di una visione più che coerente con la concezione top-down dell’organizzazione politica che è largamente diffusa nel nostro paese e che si evidenzia in modo particolare nei partiti caratterizzati da leadership forti e di lungo corso.

Non stupisce che da paradigmi diversi di organizzazione politica derivino anche modelli diversi di comunicazione ed in questo senso l’esperienza che si colloca all’estremo opposto di quello italiano è senz’altro quella a stelle e strisce.

In America i partiti sono prevalentemente macchine elettorali e sono governati dai cittadini attraverso le elezioni primarie. Non esiste un “capo del partito” nel senso in cui esiste in Italia o negli altri paesi europei ed ogni eletto a qualsiasi livello risponde direttamente in primo luogo ai propri elettori. Ogni posizione è contendibile ed effettivamente scalabile.

Per di più, al contrario di quanto avviene in Italia, i partiti non rappresentano l’unico mezzo per contribuire a determinare le scelte politiche. Negli USA la politica la si fa attivamente anche attraverso movimenti, associazioni grassroots, think tanks, gruppi di interesse – la partecipazione politica si realizza ogni giorno attraverso tutti gli strumenti di cui la società civile sa dotarsi.

In altre parole si tratta di un sistema caratterizzato da un alto livello di competizione non solamente tra i partiti, ma anche all’interno della stessa parte politica – un sistema che emana dal basso ed in cui il potere di iniziativa è distribuito e decentrato.

E’ normale che in un simile contesto i mezzi di comunicazione non tradizionale diventino uno strumento fondamentale di diffusione delle informazioni, di coordinamento e di pressione e va notato come sia proprio la destra ad essere più a suo agio su questo terreno.

In questi ultimi venti anni la Right Nation ha potuto consolidarsi anche attraverso l’identificazione ed il sapiente utilizzo di nuovi spazi con una strategia che ha aperto importanti brecce culturali in un mondo della cultura e dell’informazione tradizionalmente condizionato dal bias progressista.

A partire dagli anni ’90 si è assistito, ad esempio, all’esplosione del fenomeno delle talk radio , programmi radiofonici di commento politico – spesso in piccole emittenti –  che hanno portato alla ribalta hosts come Rush Limbaugh, Glenn Beck e Micheal Savage. Secondo dati recenti otto dei primi dieci talk radio sono di orientamento chiaramente conservatore.

Con l’enorme diffusione di internet, si sono poi venute a creare straordinarie possibilità di produzione decentrata di informazione politica. Negli ultimi anni i blog sono diventati lo strumento privilegiato di diffusione di punti di vista non conformi ed i conservatori non si sono fatti trovare impreparati. Una generazione di bloggers d’assalto si è data la missione di “confutare la scadente informazione “liberal” dei giornali e delle televisioni mainstream ed in primo luogo del New York Times”.

Poi è scoccata l’ora di Youtube, di Facebook e di Twitter ed internet è diventata lo strumento principe di organizzazione del Tea Party. Non è un caso  che al web sia dedicato un capitolo importante di “Give Us Liberty”, il manifesto/manuale del movimento.

E così un presidente come Obama che riteneva di incarnare i valori della generazione internet si è trovato sfidato da un mondo conservatore in grado di usare la rete più efficacemente di lui.

In un certo senso  – nota il Washington Post – il web è diventato lo strumento di una guerra asimmetrica della destra americana contro l’amministrazione Obama ed in generale contro il potere politico centrale. Una guerra dalla quale, con tutta probabilità, i Democratici usciranno molto indeboliti.

La sensazione è che affidandosi ai videomessaggi del premier ed agli editoriali di Minzolini il centro-destra nostrano colga perfettamente obiettivi di breve periodo, ma non contribuisca a gettare le basi di una Right Nation italiana in grado di contrastare l’egemonia culturale della sinistra in specie nella dimensione di prossimità (la scuola, l’università, il bar, il posto di lavoro, etc.).
E’ proprio  internet invece il mezzo che può consentire un’effettiva rappresentanza a quella maggioranza silenziosa che è sempre stata penalizzata dalla prevalenza dell’altra sponda nei tradizionali circuiti di aggregazione e nei tradizionali meccanismi di rinsaldamento dell’appartenenza politica.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

5 Responses to “La nostra destra poco americana non crede nella Rete”

  1. vittorio scrive:

    Anche secondo me il PdL e la Lega utilizzano poco la rete. Se la usassero di più potrebbero essere molto più efficaci nella comunicazione.
    Libertiamo in effetti non conta perchè il FLI non si può dire un partito di centro destra. Nella politica economica i cattosocialisti del terzo polo sono la replica esatta del PD. Siamo ad anni luce dai tea party.

  2. @VITTORIO:
    qui stiamo davvero sfiornado il grottesco. ora un pidiellino con il quadrumvirato dei socialisti di seconda fascia (Tremonti,Sacconi,Frattini,Brunetta), Comunione-e-Liberazione di Formigoni e Lupi, un leader che è un appaltatore pubblico frutto delle peggior comministrioni tra pubblico e privato
    va accusando di cattosocialismo FLI.
    ma suvvia. ad una certa età , bisogna capire la distinzione tra favolette della buonanotta e cruda realtà.
    il PdL è una cloaca di ras che si muovono tra pubblico e privato e che usano il primorepubblicano motto “profitti privati, socializzazione delle perdite” .
    per non parlare della Lega che ormai è il partito dei settentrionali che non sono buoni a trovare lavoro nel privato od a vincere un concorso nel pubblico impiego ed allora vogliono escludere da quest’ultimo i meridionali.

  3. a proposito di rete e di fli, perchè Granata,Briguglio,Moroni,Barbareschi(!!!) hanno un banner al loro blog sul sito di FLi e DellaVedova no?

  4. vittorio scrive:

    x monomaschio
    Se il FLI fosse composto da esponenti liberisti, si potrebbe anche parlare di questa novità sulla scena italiana. Ma invece il FLI è un partito posseduto da Fini e capeggiato da Granata, Bocchino, Urso. E anche Della Vedova ormai ai miei occhi ha la stessa credibilità di un buffone.
    Dimmi un po’, intelligentone, che differenza c’è fra la piattaforma economica del FLI e quella del PD? La piattaforma del FLI è quella di Casini: catto socialista. Più tasse, più assistenzialismo e più spesa pubblica. Fini trasuda consociativismo cattocomunista da ogni poro. E non ha fatto mai nulla di concreto a parte ricamare discorsi e procurare un po’ di becchime alla famiglia Tulliani. Ah dimenticavo, ha contribuito a mettere una buona parola per alzare gli stipendi nella pubblica amministrazione. Che liberismo!
    Invece nel PdL vedo dei Brunetta, Sacconi, Tremonti, Frattini, Lupi e Formigoni (quelli da te citati) che tutto sommato si impegnano a governare e a non aumentare le tasse. Le ultime riforme e iniziative fiscali non sono poi malvagie e c’è del buono. Tremonti sta facendo una lotta all’evasione anche troppo efficace sotto un certo punto di vista. Maroni sta lavorando bene al ministero degli interni. E anche sugli altri nel complesso possiamo dire bene.
    Tutto sommato c’è un governo che lavora egregiamente e con criterio, nonostante tutto il pattume che gli viene lanciato contro da una opposizione scatenata e col contributo di compiacenti e ridicoli pm.
    Certo dal mio punto di vista preferirei che il governo Berlusconi fosse caratterizzato da una forte azione in senso liberista: smantellare la spesa pubblica e con i risparmi di spesa aggredire il debito e ridurre le tasse. Mi piacerebbe che il governo fosse più aggressivo in tal senso. Questo è liberismo. Ma se tu mi dici che Fini e Casini si propongono per fare proprio questo, io ti rido in faccia. Fini e Casini sono la quintessenza del consociativismo socialista che ha creato la voragine italiana del debito. Fini che taglia la spesa pubblica??? Stiamo parlando di quel Fini che mano nella mano con D’alema chiedeva di aumentare le tasse sul risparmio degli italiani come panacea di ogni male? Questo Fini sarebbe liberista e riformatore? Queste sì che sono belle favolette.
    In assenza di una reale alternativa liberista il PdL è comunque centomila volte meglio del FLI. Quest’ultimo sì davvero è una cloaca (tua espressione) di oligarchi arrivisti: Bocchino, Granata, Fini, i Tulliani.
    Caro monomaschio, hai ragione ho una certa età. E in quanto tale non mi bevo le favolette, ma guardo ai fatti concreti proprio per taratura professionale. Quindi evita di andare in giro a raccontare tu le favolette.
    Che un liberista possa criticare il PdL ci sta benissimo. Ma che possa preferire il FLI al PdL mi fa venire molti dubbi su che cosa si intenda con liberismo.
    Il FLI sulla base di quello che in effetti è potrebbe assumere al massimo una forma liberalsocialista. La solita contraddizione in termini che coniuga qualche istanza liberale con le manfrine economiche socialiste. Nei fatti la piattaforma del PD. La Fallaci su Fini aveva capito tutto da un pezzo.

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