– Si parla da alcune parti – evidentemente mai paghe di rovinarsi da sole – di ridurre il debito pubblico introducendo una tassa patrimoniale (che, per essere efficace, dovrebbe essere enorme). I liberali sono ovviamente contrari, ma opporsi a questa soluzione non risolve il problema del debito, e dunque qualcosa va fatto per affrontarlo. Se non si vuole tassare ulteriormente gli italiani, occorre o tagliare la spesa, o vendere il patrimonio pubblico. Mi è sembrato che la seconda proposta si sia sentita più spesso della prima: purtroppo non è affatto una soluzione, perché vendere il patrimonio pubblico non risolverà i problemi finanziari del Paese.

Diamo delle cifre stilizzate (ma vicine a quelle reali) per capire di cosa stiamo parlando. Lo Stato italiano ha un debito pari a circa il 120% del PIL, un livello di spesa pubblica pari a circa il 50% del PIL, di cui circa il 5% dovuta agli interessi sul debito, e un deficit pari al 5% del PIL. Supponiamo che lo Stato Italiano sia in grado di vendere beni per 300 miliardi di euro, cioè il 20% del PIL, una cifra enorme e poco verosimile. Il debito pubblico scenderebbe immediatamente al 100% del PIL, la spesa per interessi diminuirebbe altrettanto, nel breve termine, e, se la riforma facesse scendere il tasso di interesse, diminuirebbe un po’ di più in seguito.

Però è difficile credere che vendere patrimonio pubblico faccia migliorare lo spread sul debito, visto che questa politica non intaccherebbe il vero problema – cioè il deficit, lo squilibrio tra entrate e uscite. La vendita di patrimonio pubblico ridurrebbe il deficit perché si ridurrebbe la componente della spesa pubblica per gli interessi, si tratta però di una decina di miliardi o poco più: noccioline. Solo se il patrimonio fosse in perdita  e dunque la sua dismissione portasse ad una riduzione dei costi, si avrebbe un miglioramento nella posizione finanziaria dello Stato.

Una volta ridotto il debito del 20% rispetto al PIL, cosa succederebbe? Che un Paese con un eccesso strutturale di spesa rispetto alle entrate fiscali continuerà ad accumulare debito per finanziare il deficit, che rimarrebbe quasi inalterato. Anzi, c’è il rischio che la minore entità del debito crei incentivi ad aumentare ulteriormente la spesa pubblica: meglio non sottovalutare la miopia dei nostri politici, del resto.

Quello che serve è tagliare la spesa in modo da annullare il deficit, e mantenere come minimo il debito ad un livello nominale costante per far diminuire l’indebitamento rispetto al PIL ad un ritmo pari alla crescita nominale (circa il 3-4%). Con una tale riforma, ci si potrebbe aspettare di rientrare nei parametri di Maastricht in circa quindici anni, in modo da eliminare l’anomalia per cui siamo entrati in Europa senza meritarcelo pienamente. E per fare ciò servono tagli per più di settanta miliardi, altro che noccioline, e sarebbe solo il minimo necessario per non fare la fine della Grecia.

Vendere il patrimonio pubblico avrebbe certamente effetti positivi sull’economia, rendendo il mercato meno dipendente dalle pressioni politiche, e riducendo la disponibilità dei mezzi “partitocraticamente” servibili per comprare consenso e piazzare “amici”. Inoltre questa politica potrebbe far scendere il debito pubblico più rapidamente, consentendo di rispettare i limiti di Maastricht sul debito con alcuni anni di anticipo. Rimane però il fatto che tagliare la spesa deve essere l’obiettivo prioritario, perché solo questo costituirebbe una soluzione strutturale, anziché una misura una tantum, ai problemi della finanza pubblica.