Internet, dalla realtà virtuale alla piazza

– Ricordo che quando nel 2003 Stati Uniti e alleati mossero guerra all’Iraq di Saddam e, soprattutto, quando la bandiera a stelle e strisce fu issata a Bagdad molti pensarono che per la popolazione irachena fosse finalmente arrivato il momento di assaporare la libertà dopo anni di feroce regime oppressivo. Ricordo anche la speranza che molti riposero in internet quale strumento per aprire agli occhi degli iracheni sul mondo, sull’occidente e sulle libertà che questo garantiva.

Si pensò che internet, una volta entrato nelle case, avesse potuto fare molto più di quanto avrebbero potuto fare i soldati americani. In fondo, non era lontano il ricordo di quando il regime di Henver Oxa vietava in Albania l’installazione di parabole e antenne che fossero puntate sul mare, cioè verso l’Italia, quasi che il canale di Otranto fosse una sorta di Oceano Atlantico e le coste pugliesi il nuovo mondo, che era proibito ascoltare e vedere.

Ricordo anche che ci fu chi pensò che dall’Iraq liberato l’utilizzo di internet si sarebbe presto diffuso anche nel resto del mondo arabo, consentendo così alle popolazioni di quei paesi di uscire da un secolare isolamento. Del resto, in un contesto in cui il totale dei libri tradotti in arabo da 2.200 anni è di 10.000, ovvero quanti tradotti in Spagna in un anno in lingua spagnola, la convinzione che la porta verso il mondo occidentale si sarebbe spalancata grazie al web era veramente tanta e forte.
Un primo sguardo ai dati, tuttavia, ci induce a riflettere che le cose non sono proprio andate così.

Internet si è diffuso nei paesi arabi, ma la media totale della penetrazione nella popolazione si ferma a poco più dell’11% secondo i dati disponibili a fine 2008, con forti differenze tra i singoli paesi. Nell’Egitto, per esempio (che è il paese più popolato), la percentuale è di poco oltre il 10%, in Tunisia si attesta al 17%, mentre negli Emirati Arabi si viaggia intorno a percentuali del 40%.
Questi dati, tuttavia, per essere letti in maniera completa, vanno accostati a un’altra realtà molto presente e attiva, ovvero la censura preventiva dei siti operata dai singoli governi.

La censura è assai incisiva non solo verso siti a contenuto “ immorale e decadente ”, ma anche nei confronti dei siti islamici che spesso sono utilizzati quali strumenti per reclutare nuovi adepti.
Quanto basta per concludere che, al netto delle censure e dei problemi tecnici legati a una rete ancora obsoleta non in grado di sopportare la navigazione ad alta velocità, la diffusione di internet nei paesi arabi è senz’altro in crescita, ma ancora lontana da potere essere iscritta a pieno titolo nella comunità web mondiale.

C’è però un ulteriore importante aspetto su cui occorre riflettere. Forse noi occidentali abbiamo commesso l’errore di ritenere che internet avrebbe permesso agli arabi di conoscere meglio il nostro mondo e di scoprire che poi, in fondo, non siamo così cattivi e degradati come certi regimi ci descrivono.
Non è facile capire se questo sia avvenuto o meno, però, da quanto accaduto in Tunisia e in Egitto, è chiaro che le popolazioni di quei paesi, soprattutto i giovani, hanno utilizzato il web e i social network non per importare dal mondo altri modelli, bensì per fare qualcosa che prima non era possibile, ovvero comunicare tra loro, fare rete, organizzarsi e, di conseguenza, scendere in piazza e manifestare.
Un inedito utilizzo di internet del tutto inaspettato e impossibile da prevedere sino a qualche mese fa, ma anche, sia consentito, un monito a chi crede che esportare la democrazia sia semplice, se non addirittura un diritto.

Le cose sono un po’ più complicate ed è importante constatare come gli Egiziani e i Tunisini, prima ancora di invocare la democrazia, abbiano sentito il bisogno di unirsi a comunicare fra loro, grazie a internet. La strada da percorrere è ancora lunga, ma l’inizio è incoraggiante.
A proposito, non c’è bisogno di ricorrere alla primavera araba per comprendere le potenzialità del web.

Qualche settimana fa in Belgio, notoriamente refrattario a manifestazioni di piazza, circa 50.000 cittadini sono scesi per strada a protestare per la mancata nomina del nuovo esecutivo a distanza di ben otto mesi dalle elezioni (a causa delle ataviche frizioni fra Valloni e Fiamminghi). La manifestazione è stata organizzata con un tam tam via internet che ha avuto inizio per iniziativa di cinque studenti poco più che ventenni.
Chissà che a qualcuno non venga in mente di fare altrettanto a casa nostra, anche se ho il sospetto che, sotto questo punto di vista, non troverebbe terreno molto fertile.


Autore: Francesco Valsecchi

Nato a Roma da famiglia valtellinese nel 1964, avvocato, docente alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, è stato, tra i vari incarichi, componente della Commissione di studio per la riforma del processo civile e consigliere di amministrazione di Poste Italiane S.p.A. e di ENEL S.p.A.. Ha scritto “Il popolo della Lega" (Marietti 1820) e “Poste Italiane, una sfida fra tradizione e innovazione" (Sperling & Kupfer).

One Response to “Internet, dalla realtà virtuale alla piazza”

  1. enzo51 scrive:

    E invece è proprio questo che devono fare i giovani con internet:tam tam per aggregarsi e scendere in piazza reclamando,per adesso,i sacrosanti diritti al futuro e,qualora solo con il reclamo non otterranno nulla,passare a forme più incisive di lotta.

    Per la ” rivoluzione ” non c’è più bisogno di capipopolo : l’hanno dimostrato i cinque del Belgio!!!

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