Crescere, secondo Ue 2020, significa più immigrazione. Appunto!

– EU 2020, la nuova strategia di crescita per l’Europa che sostituisce la fallimentare strategia di Lisbona, sembra essere davvero l’ultima opportunità per il vecchio continente di agganciare il treno della ripresa globale. Nel caso in cui i tentativi di Bruxelles si rivelassero fallimentari questa volta ad essere in pericolo potrebbe essere lo stesso futuro dell’esperienza dell’Unione.
Proprio l’altro ieri, in una conferenza riservata agli imprenditori americani nella quale è stato presentata una ricerca commissionata dalla Camera di commercio americana in Europa redatta dal John Hopkins University’s Centre for Transatlantic Relations l’analista Daniel Hamilton ha utilizzato un linguaggio chiaro e diretto per far comprendere da cosa dipende il futuro dell’economia europea: talenti ed innovazione.


Intendiamoci, i numeri della ricerca raccontano di un blocco-continentale sano nonostante la crisi: l’Europa si presenta ancora oggi come il più grande esportatore e, ad esempio, come il partner commerciale più importante per i Paesi Bric (Brasile, Russia, India, Cina). Dov’è allora il problema? I nodi da sciogliere sono quelli relativi ad una popolazione in continuo invecchiamento e ad una difficoltà strutturale ad attrarre lavoratori qualificati da altre parti del mondo. I dati del resto parlano chiaro: l’Europa conta nella sua forza lavoro solo l’1,7% di lavoratori stranieri altamente qualificati contro il 9,9% dell’Australia, il 7,3% del Canada, il 3,5% degli Stati Uniti.

“Per fermare il declino della popolazione l’Europa avrebbe bisogno di raddoppiare l’attuale immigrazione, di triplicarla per mantenere sul mercato lo stesso numero di popolazione attiva e di quintuplicarla per mantenere lo stesso livello tra lavoratori e pensionati”, ha sostenuto Hamilton durante la presentazione della ricerca.
Sul punto l’immagine che emerge dalla relazione è quella del gigante che dorme. Un sonno che può ancora adagiarsi sugli allori di vantaggi competitivi strutturali che nel corso degli anni hanno consentito ai Paesi dell’eurozona di mantenere un tenore di vita relativamente alto, sistemi sociali molto generosi e una coesione sociale dettata anche dalla relativa uniformità dei singoli Paesi dell’area.

La crisi e le necessità dell’economia globale, come ha riconosciuto nel suo discorso durante la conferenza il commissario Olli Rehn, hanno però cambiato le carte.  Rispetto alle necessità di un ringiovanimento della forza lavoro, al coordinamento delle politiche migratorie, alla capacità delle classi politiche di comunicare la necessità di attrarre forza lavoro qualificata dall’estero i passi da fare sembrano ancora molti. Oltretutto la rinnovata centralità politica del “problema multiculturale” in numerosi Paesi dell’eurozona non aiuta coloro i quali si sforzano di far comprendere i vantaggi di una immigrazione, soprattutto di qualità, che gli operatori  di mercato hanno già evidenziato da tempo.


Autore: Pasquale Annicchino

Nato a Maratea (PZ) il 13 Dicembre 1982, vive a Firenze. Fellow del Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell'European University Institute. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università italiane ed internazionali: Siena, Alessandria, Como, Salerno, Tallin, Berkeley Law School, Brigham Young University School of Law. E’ stato Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review ed è membro della redazione dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica del Mulino. Ha pubblicato saggi scientifici su varie riviste fra cui: Ecclesiastical Law Journal, George Washington International Law Review, University College London Human Rights Law Review, Studi e Note di Economia, Droit et Religions.

2 Responses to “Crescere, secondo Ue 2020, significa più immigrazione. Appunto!”

  1. lodovico scrive:

    non ho molta fiducia sui vari capi di governo e sulle loro capacità di gestire l’economia europea, cosi diversa da paese a paese, con una formula ideale per tutti. Sembrerebbe che questi in futuro vorranno e debbano aggiungere ai piani triennali che confermano:
    a) investire nell’innovazione e nella conoscenza
    b)liberare il potenziale delle imprese,in particolare le PMI
    c)investire nelle persone e modernizzare i mercati del lavoro
    un nuovo punto
    d)attrarre lavoratori qualificati dalle altre parti del mondo.

    Nel 2020 io avrò circa 80 anni, Berlusconi non sarà un problema, l’Italia col terzo polo si dispiegherà al sol dell’avvenire, saremo più giusti, i politici si dimetteranno se non in grado di fare il loro mestiere ed esser onesti e casti con i loro compagni,nei visi degli italiani ci saranno gradi di colorazione diversa, mangeremo in modo diverso ma lentamente, insomma con l’attuazione di lisbona tutto andrà meglio

  2. Parnaso scrive:

    Per la demografia un bamino nato è meglio di un immigrato; se l’Europa avesse avuto gli stessi tassi di natalità degli Usa, non avremmo bisogno di immigrati. Piuttosto che importarli meglio farseli da se le risorse umane di un paese.

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