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Egitto in bilico, tra democrazia e integralismo

– L’Egitto entra nella sua terza settimana di insurrezione contro il regime di Hosni Mubarak. Ma non abbiamo ancora capito se dobbiamo provare gioia o disperazione.
La prima emozione sorge spontanea nel vedere un rapido effetto domino travolgere o minacciare dittature arabe considerate eterne. La seconda quando pensiamo a cosa possa arrivare dopo.

Il timore per un dopo-Mubarak integralista islamico viene come conseguenza di un automatismo intellettuale: il regime era alleato degli Usa, combatteva contro gli jihadisti (anche se con più di un’ambiguità), dunque, se dovesse essere rovesciato, saranno i nemici degli Usa e gli jihadisti a prendere il suo posto. Questo timore ha un fondamento: l’Iran sta sostenendo politicamente la rivoluzione anti-Mubarak. E ha un attore che lo rappresenta: i Fratelli Musulmani.
Sono il partito d’opposizione più antico, con una storia che inizia nel 1928, sono ben radicati nel territorio, condizionano la cultura e controllano gran parte del welfare informale. Sarebbero certamente appoggiati e legittimati, al momento buono, dall’università islamica di Al Azhar, che alcuni azzardano a paragonare al Vaticano islamico sunnita. E sono già sostenuti mediaticamente da Al Jazeera, la più seguita Tv satellitare in lingua araba. Nelle ultime elezioni del 2005 i Fratelli Musulmani avevano conquistato il 20% dei voti, nonostante fossero censurati e perseguitati dal regime. In eventuali elezioni libere potrebbero prendere addirittura il doppio.

Va però corretto l’eccesso di pessimismo di chi pensa che dietro a tutta la protesta contro Mubarak vi siano i Fratelli Musulmani. Il partito islamista ha messo per ultimo il suo cappello sulla protesta, dopo alcuni giorni di astensione e ricognizione. Nelle manifestazioni di massa al Cairo e Alessandria, non vediamo bandiere verdi, né sentiamo slogan jihadisti, come avviene in questi giorni in Pakistan, dove i manifestanti lottano per conservare la legge anti-blasfemia.

In Egitto non ci sono le masse di barbuti filo-talebani che invadono le vie di Islamabad. Ci sono studenti, professionisti, donne. Gli studenti sono stati il primo motore di questa rivoluzione.
Assieme ai “Mudawinun”, i bloggers egiziani. Nel 2008 si erano organizzati nel Movimento 6 Aprile, per sostenere uno sciopero nel distretto industriale di El Mahalla El Kubra, sul delta del Nilo. Animati da spirito riformatore, guidati (ma non comandati) dal blogger pluri-arrestato Ahmed Maher, i Mudawinun hanno esteso la loro rete sotterranea informatica, fino alle mobilitazioni del 25 gennaio contro Mubarak.

A queste marce anti-governative partecipano anche un gran numero di cristiani copti, a ulteriore dimostrazione che i Fratelli Musulmani non sono loro alla guida della rivolta: i cristiani non si tirerebbero la zappa sui piedi, sostenendo la causa dei loro peggiori persecutori. In piazza ci sono anche donne, a riprova che si tratta di manifestazioni non jihadiste.
“E’ la prima volta nella mia vita che possono scendere in strada senza essere molestata in alcun modo” – dice Samer Osman, una ragazza che ha partecipato alle manifestazioni. “E’ stata una settimana perfetta. Praticamente un’utopia. Nei giorni della protesta nessun uomo mi ha guardata come un oggetto del desiderio sessuale. Anzi, i maschi sono stati molto protettivi nei nostri confronti”.

L’eroe della rivoluzione, in questi giorni, non è un imam anti-semita, ma un manager di Google: Wael Ghonim. Dal 28 gennaio era scomparso, fatto sparire dalla polizia, perché sulla sua seguitissima pagina di Twitter aveva denunciato che: “Il regime si prepara a compiere crimini contro di noi”. Ieri il regime ne ha decretato la scarcerazione, come gesto di distensione. Quella dei rivoluzionari è una causa sostenuta da professionisti della comunicazione, giornalisti, attivisti dei diritti umani.

Se è fuor di ogni dubbio che la piazza non è islamista e non è guidata dai Fratelli Musulmani, vuol dire che i rivoluzionari sono filo-occidentali? No. E qui bisogna, al contrario, correggere un eccesso di ottimismo. I manifestanti non sono necessariamente filo-occidentali. Lo stesso Movimento 6 Aprile, nel gennaio 2009, organizzava marce a favore di Gaza, al fianco dei Fratelli Musulmani, a favore di Hamas, contro Israele. Una delle foto più celebri delle manifestazioni del Cairo di queste settimane è quella che ritrae un poster di Mubarak imbrattato con una Stella di David. Usata come un insulto, ovviamente, non come un complimento. Insomma, anche l’anima giovane e laica, radunata in piazza Tahrir al Cairo, è ostile a Israele. Probabilmente molto più di quanto lo sia Mubarak, che comunque, dal 1981 ad oggi, ha rispettato il trattato di pace con lo Stato ebraico.

E’ eccessivamente ottimista anche chi, fra gli analisti occidentali, vuole identificare nei Fratelli Musulmani una forza divenuta democratica dopo quasi un secolo di opposizione. Secondo gli insegnamenti della loro guida ideologica e spirituale, il mai rinnegato Sayyid Qutb, non è legittima la democrazia pluralista. Tantomeno laica. Qutb ha semmai predicato il “governo dei virtuosi”, che può tradursi, nella pratica, in un regime come quello iraniano, dove è una guida suprema religiosa a detenere il potere reale ed è un consiglio di religiosi a selezionare i candidati. I Fratelli Musulmani sono stati molto abili, negli ultimi tre giorni, nel farsi vedere pragmatici e pronti a dialogare con il vicepresidente Omar Suleiman, nel dichiarare che l’unico obiettivo è la cacciata di Mubarak e l’agenda della rivoluzione “non è islamica”. Ma in caso di elezioni libere, dopo un periodo di transizione breve, un partito islamico che abbia più del 30% dei voti, di fronte a un’opposizione laica divisa e debole, potrà dettare legge.

Questi giorni, dunque, sono cruciali. E’ sottilissimo il confine fra una rivoluzione democratica e una presa del potere degli islamisti. Spetta anche ai governi occidentali esprimere un parere chiaro e dire che un governo islamico non è accettabile. Così come, nel 1948, gli americani dissero a chiare lettere che un governo comunista in Italia non era accettabile e vincolarono il piano Marshall alla vittoria del fronte anti-comunista.

In queste settimane, però, il presidente Obama non sta facendo come Truman a suo tempo. Sabato ha invitato il governo egiziano a coinvolgere nella transizione tutti i partiti d’opposizione, Fratelli Musulmani compresi. Per eventuali future elezioni libere è ormai quasi certo che compirà lo stesso errore commesso da George W. Bush nel 2005, quando permise a Hamas di vincere le elezioni a Gaza, dando inizio a cinque anni di dittatura, conflitti e terrorismo. Solo che Gaza è piccola e isolata. L’Egitto ha una popolazione di 83 milioni di abitanti, controlla il canale di Suez e dispone dell’esercito più potente del mondo arabo.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Egitto in bilico, tra democrazia e integralismo”

  1. filipporiccio scrive:

    Grazie per la dettagliata analisi.

    Ora c’è solo da aspettare e vedere cosa succede. Mi sembra chiaro che l’obbiettivo dei governi occidentali non è mettere al potere i loro amici ma farsi amici quelli che arriveranno al potere, chiunque essi siano…

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