Se non muore, lo rivoto. Il destino della politica: la ‘calcistizzazione’

– “O muore o rivince le elezioni, o meglio, se non muore lo rivoto”. Questa frase  me l’ha detta ieri uno studente universitario. E’ una frase che lascia pensare. Badate bene lo studente ha detto “lo rivoto” non “li rivoto”. Da vari sondaggi, negli ultimi tempi, è emerso che la cosiddetta questione morale che annoda il premier a corpi femminili a contratto a termine, non sposterà di molto, anzi quasi per nulla, le scelte dei votanti alle prossime elezioni.

Da molti anni, ormai, le riflessioni relative all’alta dimensione simbolica delle istituzioni, ed al suo rispetto da parte dei politici che le incarnano, interessano la maggioranza degli italiani solo quando vi sono dei ladri pescati con le mani nel sacco. Una fetta del Paese è  eticamente agnostica. Non interessa se qualcuno mente, non interessa se le promesse non vengono mantenute, se per quasi vent’anni tutto ciò che si predetto non è stato attuato; non interessa se si umilia la dimensione simbolica e morale del ruolo istituzionale che si impersona, né il giudizio degli altri partecipanti della mondialità politica (leader e istituzioni internazionali); non interessa se ruoli di potere vengono attribuiti a persone manifestamente non competenti messe lì per volontà del Signore, non si ha la consapevolezza di cosa siano populismo e demagogia. Non interessa essere invasi da un mono-pensiero mediatico. L’attenzione si desta solo ed unicamente nel caso per il quale un politico venga pescato con le mani nel sacco a rubare, tutto il resto non conta. E ovviamente si parte dall’assunto, ingenuo, che “tanto i ricchi non rubano” e se un leader non ruba, allora va bene così – senza neanche lontanamente riflettere sul fatto che anche la oligopolizzazione e gestione politica di un mercato è una forma di furto.

Tutte queste belle cosette non son fantasie ma il risultato, peraltro scontato, di una ricerca scientifica sui “consumi politici” alla quale ho preso parte e che verrà pubblicata. Qual è il punto. Per una certa maggioranza relativa del paese (che poi con i debiti premi di maggioranza diventa maggioranza politica) non contano più i temi della politica, o meglio conta un unico tema: l’identificazione nel proprio personaggio di riferimento, nella propria “bandiera”. La persona come personaggio, il personaggio, e i temi del personaggio, come tema politico, al quale aderire. È quella che l’amico, fine intellettuale, Nicola Ravera Rafele, ha definito nei termini di “calcistizzazione” del paese.
Il suo discorso è questo. Fino alla fine degli Anni Ottanta i giornalisti sportivi, e per certi versi anche il pubblico, avevano una formazione culturale che presupponeva la coscienza disciplinare, ossia la consapevolezza di una serie di valori tecnici, e per certi versi morali, ai quali non si poteva andare in deroga. Quella generazione di appassionati aveva la capacità di capire ed interpretare i fatti calcistici a prescindere dalla propria appartenenza di tifo e dai propri interessi di parte. Poi, lentamente, i giornalisti hanno iniziato a puntare su questo o su quel giocatore in base ai loro propri rapporti con le singole società, ossia: spingo quel giocatore non perché mi piace ma perché so che il presidente della squadra lo vuole valorizzare e quindi me ne verrà qualcosa in cambio. E poi i dibattiti televisivi e le cronache sportive si sono trasformate in luoghi del pretesto, i giornalisti, perlopiù, hanno smesso di esprimersi in base alle proprie competenze, ma esclusivamente in base ai propri interessi di politica sportiva ed alle proprie fazioni di competenza. Con il passar del tempo anche l’oggettività del dato ha perso di valore, se un giocatore tira un calcio all’avversario vi saranno giornalisti e tecnici e spettatori che, pur vagliando e rivagliando l’immagine, continueranno a dire che il calcio non c’è, che trattasi di un passo di danza o di un chiaro tentativo di reggersi in equilibrio. Non esiste più il tangibile ma solo l’opinabile. Il referente non è più il campo di calcio, ma sta altrove: nella deferenza verso questo o quel potentato sportivo, e nelle proprie convinzioni a prescindere. È inutile metterli a parlare insieme in uno studio, nessuna sorpresa, ognuno dirà solo ciò che ha sempre detto. Automi senza coscienza, prezzolati, o tifosi in buona fede senz’altra competenza che il tifo? Tutto insieme. Semplicemente è impossibile fargli cambiare idea. Questo parrebbe essere un po’ lo stato del paese.

Vi sono fasce sociali culturalmente dinamiche, che trasformano il proprio pensiero in base all’esperienza ed alla consapevolezza, che rimangono però fasce numericamente periferiche ed elitarie. Vi sono, invece, nuclei dell’elettorato come imbullonati nelle proprie convinzioni inerziali. Niente, neanche una visione mistica, potrebbe scioglierli dal loro incanto. E questo perché la politica si è, come detto sopra, fortemente personaggizzata. Quando la politica è fatta da argomenti e temi dinamici, i cittadini possono navigare attraverso di essi e di volta in volta riposizionarsi in nome delle proprie prese d’atto e delle dinamiche trasformative della propria identità. Ma quando ai temi ed argomenti si sostituisce il personaggio, esso stesso diventa il tema portante. In ottica psicologica è molto più semplice poter cambiare idea su di un argomento che cambiare idea, rompere l’identificazione, su di un personaggio. Un personaggio, quindi un uomo, che è riuscito a fondere il proprio tema ed il proprio desiderio  con i temi ed i desideri dei cittadini.

Qualche giorno fa Sofia Ventura ha scritto qui su Libertiamo.it:

“si può continuare a gridare con tutta la voce che si ha in corpo contro gli errori e gli orrori del berlusconismo, li si può raccontare e illustrare nei minimi dettagli, ma fino a che nessuno si assumerà la responsabilità di parlare al Paese, magari non soltanto dalle pagine dei quotidiani più blasonati, per raccontare il proprio progetto, interrogandosi sui timori e sui bisogni dei cittadini e su come dare loro una forma che sia compatibile con lo sviluppo di una grande democrazia liberale, fino a che si continuerà a pensare che la via d’uscita dal berlusconismo stia in qualche manovra di palazzo più o meno nobilitata dall’obiettivo della “liberazione” e dell’”unione” delle forze del ‘bene’  e non ci si porrà il problema di  come costruire il consenso in una società molto più moderna e complessa della sua classe politica, allora si sarà  destinati o alla sconfitta (nei confronti di Berlusconi) o – una volta rovesciato il ‘tiranno’ – all’inconcludenza politica. All’opposizione oggi non mancano le televisioni. Manca il coraggio della leadership.”

Questa è una posizione seria, puntuale e saggia. Ma a mio parere non prende in considerazione il fatto che in questo momento, in questa congiuntura ideologica, in questa contingenza psicologica e antropologica, l’elettorato berlusconiano, quello nudo e puro – lo zoccolo duro, difficilmente potrebbe prendere in considerazione (tout court e analiticamente e scientemente) sani, seri, maturi progetti (che – è vero – o non ci sono o sono relativi o mal comunicati) circa il futuro del paese, semplicemente perché non li ascolterebbe, non avrebbe modo di ascoltarli (su per giù ben più del 50% del paese guarda solo la televisione e in Italia la pervasività degli altri luoghi mediatici è ben più bassa) e poi, soprattutto, lo zoccolo duro è identificato nell’Uomo Berlusconi – “se non muore lo rivoto”.
È come la sindrome di Stoccolma. Per rompere questo transfert va sì pensato un paese diverso, ma nel mentre, con le buone o le cattive (purché legali) va tirata la statua giù dal piedistallo. Sovente i monarchici, quando i Re erano potenti, non li si è convinti con i principi repubblicani, ma abbattendo il Re. Solo allora molti han smesso di esserlo, e nel mentre si son costruite fior di Repubbliche.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

6 Responses to “Se non muore, lo rivoto. Il destino della politica: la ‘calcistizzazione’”

  1. marco scrive:

    Il discorso fatto da Sofia Ventura é l’unica strada possibile, democraticamente parlando. E’ sufficiente una lettura anche veloce del testo di Lakoff “Pensiero politico e scienza della mente” per capirlo. Anche ai più scettici, ai più critici (cosa in se che non deve mai mancare, una sana critica soprattutto ai modelli d’oltreoceano), ai più refrattari dovrà essere chiaro che chi sta all’oposizione non riesce a opporre un proprio discorso a quello della maggioranza. Quello di Berlusconi é un discorso chiaro, condiviso e comune a tutti quelli che lo dichiarano, assertivo, ecc. E d’altra parte? un bla bla dove ognuo dice la sua, ma soprattutto discorsi (salvo qualche eccezzione) che fanno riferimento ad un pensiero di altri. Ma come fa un politico di centro sinistra a parlare di morale solo e solo riferendosi al pensiero dei vescovi, come se non avesse un proprio pensiero, di sinistra?. E’ disarmante la povertà di contenuti.
    Ma soprattutto é disarmante che non ci sia un discorso che tratteggi l’avversario politico in modo chiaro (e per favore non solo sulla questione morale, che é perdente) e che al contempo dia l’idea che si possa costruire qualcosa. Se non si farà qualche azione in questa direzione si perderà, ancora.

    Per quanto riguarda l’elettorato, sarebbe fondamentale recuperare i voti di chi é trasmigato verso la lega, verso il non voto, l’astensione. La vittoria di Berlusconi é in parte di numeri, ma non così tanti in più da impedire di poterlo superare, in parte per una legge elettorale, in parte per un posizionamento forte in seggi vincenti, in parte per alleanze elettorali. E poi ha fatto credere al paese che l’intero paese l’ha votato! e in questo ci sono cascati anche quelli dell’opposizione.
    marco

  2. Nicola R scrive:

    Ovvero, come rigirare la frittata.
    Se l’antiberlusconismo è l’unica cifra dei partiti non-PDL, allora è colpa di Berlusconi.
    Che alla fine della fiera, SB venga percepito come il “meno peggio” della compagnia, è colpa delle tv o della propaganda mediatica.
    Mi pare di scorgere tutto l’armamentario ideologico con cui chi si è opposto a SB ha già perso (quasi sempre) le elezioni, da 17 anni a questa parte.
    Non sono un esperto di semiologia e linguaggi audiovisivi, ma temo che partire dalla risposta un pò semplicistica di uno studente universitario per l’ennesimo pippotto su quanto è malvagio il tiranno e su quanto siano idioti gli italiani che lo sostengono, sia un utilizzo mal riuscito di questo spazio.

  3. TuttaFuffa scrive:

    Dunque? Mi pare di intravedere qualche scenario:
    a) resistere resistere resistere;
    b) golpe (morbido, duro, a righe, una taglia più grande, non importa se a mano o in lavatrice);
    c) fuga indiscriminata: l’hai votato e ora tienitelo finché non muore;
    d) opzione restauro, quella in cui invochiamo l’impero Asburgico (ché tutto sommato come colonia non siamo mai andati male) però lo chiamiamo UE.

    Dimentico qualcosa? Perché il problema l’ho capito da un po’ è sulle soluzioni che vedo poche idee ma confuse.

  4. vittorio scrive:

    Finchè ci sarà una sinistra e il cattosocialismo di Casini che invocano patrimoniali e tasse più alte sui capital gain, Berlusconi è in una botte di ferro. Questo è il “progetto politico” del PD e del terzo polo: più tasse sul ceto medio. Senza contare che con simili ricette da un lato si rende più ricca la Svizzera e dall’altro si impoverisce l’economia italiana.
    Berlusconi è l’ultima speranza per l’Italia. Se fallirà, il dopo Berlusconi sarà caratterizzato dalla secessione di un lombardo veneto che vuole seguire il paradigma svizzero e scrollarsi di dosso chi vuole restare pervicacemente nella miseria del socialismo assistenzialista e terzomondista di Casini e D’alema: progetto adeguatamente rappresentato dal governo regionale siciliano.

  5. Andre scrive:

    Altro ottimo (a parere mio) articolo di Linguiti. Qui siamo al muro contro muro, da ambo le parti sia chiaro. Però quello che è preoccupante è che manca una capacità di giudizio a prescindere da Berlusconi. Ad esempio, questo stracciarsi le vesti a favore del femminismo non è stato innescato dalle vicende del Premier? Al contrario, possibile che sia infallibile quest’uomo? Che non sbagli mai, che abbia sempre ragione, che credesse davvero a Ruby nipote di Mubarak (che tra l’altro dare 7000 euro per aiutare nipote di tanto uomo è un segno di poca lucidità, non di generosità)?
    L’unica cosa di cui sono contento è vedere d’accordo alcuni impensabili con un Pannella.

  6. GG scrive:

    “Sovente i monarchici, quando i Re erano potenti, non li si è convinti con i principi repubblicani, ma abbattendo il Re.”

    Questa frase denota che chi ha scritto l’articolo non ha capito le parole sagge della Ventura e non ha nemmeno capito che più si tenta di abbattere Berlusconi attraverso il palazzo più lo si rafforza.
    La maggioranza è un disco rotto che tuona contro la magistratura politicizzata, l’opposizione è un altro disco rotto che continua a ripetere “Berlusconi dimettiti”.

    Berlusconi è stato democraticamente eletto e NESSUNO, eccetto la sua coscienza, può imporgli di dimettersi. Voi del terzo polo volete fare un’opposizione nuova nei contenuti, che possa convincere quel 40% tra indecisi e astenuti? Bene. Allora dite chiaramente e inequivocabilmente che non vi alleate con la sinistra, non nominate sempre berlusconi, trovate un leader e un programma CONDIVISO con il quale presentarvi agli elettori. Punto.

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