– Dopo Angela Merkel, toccò a David Cameron. Il giovane e brillante primo ministro inglese ha evidenziato – nel corso del suo intervento alla conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera – la palese e disarmante inefficienza del “multiculturalismo di Stato” nel creare un modello di società in cui tutte le estrazioni religiose e culturali potessero – in qualche modo – sentirsene partecipi, vicini, orgogliosi. Lo J’Accuse di Cameron è imperniato su un multiculturalismo che si professa sempre e comunque “indifferente”; esso incoraggia le differenti culture a vivere in modo completamente separato e slegato l’una dall’altra, rifiutando qualsiasi denominatore comune che le unifichi. A questo miope e vuoto orizzonte (che – ironicamente – aumenta l’intolleranza, la paura e l’integralismo), Cameron ha invocato la necessità un “liberalismo attivo” e non più passivamente tollerante, tutto teso a promuovere i valori “chiave” su cui è costruita l’intera società.

I più superficiali traviseranno inevitabilmente le misurate e assennate parole di Cameron; si affretteranno a sbandierare i valori forti come unica alternativa al caos, a invocare (più o meno mascherato da un velo nazionalistico) lo Stato Etico, a urlare alla cacciata dei “negher”, a sentenziare la decisamente opinabile supremazia di un’idea culturale/religiosa (nel nostro caso, quella cristiano-cattolica) come modus vivendi. Peccato che il senso del messaggio di Cameron sia l’esatto opposto. I neo-Geert Wilders dovrebbero avere invece il coraggio di distinguere tra multiculturalismo e pluralismo; nel primo abbiamo una società in cui vivono culture nettamente separate (a mo’ di compartimenti stagni); questa deviata convivenza tenderà – inevitabilmente – ad intaccare il tessuto della società aperta. Nel secondo, assistiamo invece a un arricchimento continuo e vicendevole tra queste numerose culture, unite sotto l’egida di alcuni valori “liberali” che sentono come propri. E questi valori liberali saranno valori squisitamente neutri, unicamente e squisitamente tesi all’autodeterminazione individuale e alla protezione della libertà morale di ciascuno. Essi non esprimeranno alcun giudizio di sostanza sulle varie culture coinvolte, ma, semplicemente, si impegneranno alla loro protezione e salvaguardia.

Questo punto è stato chiarito e sottolineato nel discorso di David Cameron. I valori “unificanti” della società vanno riconosciuti nel primato della Legge, nella Libertà di Parola, nell’uguaglianza dei diritti. Sono queste le stelle polari (quasi “trascendentali”) da seguire per la costruzione di una società che sia davvero rispettosa del singolo individuo e che rigetti – con forza – ogni tipo di estremismo, integralismo e intolleranza nei confronti di una determinata corrente culturale e/o religiosa. Mi rendo conto che le tentazioni di arroccamento sulle proprie posizioni, con conseguente levata anti-relativista di scudi (crociati in Occidente, a mezzaluna in Oriente) sia fortissima; l’America ci è cascata in pieno, come una pera cotta, con il cavernicolo movimento dei Tea-Party. Le rivolte in Medio Oriente rischiano, pur essendo ispirate da valori autenticamente democratici e liberali, di degenerare anch’esse in un vortice di intolleranza e paura (ma solo il tempo potrà rispondere).

Cerchiamo di salvare l’Europa. Cerchiamo di superare chi approssima il problema a un mero confronto più o meno violento, chi designa una cultura come superiore, chi afferma l’esistenza di pretestuosi “valori forti”. Cerchiamo sì dei valori; ma valori che siano comuni denominatori, neutri e lontani da giudizi e dall’ideologia, unicamente tesi alla protezione dell’individuo, alla costruzione di una società identitaria (ma non nazionalista), allo scambio (e rispetto) reciproco tra le varie culture, religiosi, modi di vita.

Insomma: bisogna – come Gianfranco Fini ha lucidamente affermato a Bologna – essere multirazziali, multietnici, multireligiosi e più europei. Bisogna saper lottare rifiutando risposte precotte e stantie, risposte date dalla paura e dai grigi artigli dell’integralismo (di ogni salsa e colore), dei valori forti, dell’isolamento disinteressato. Bisogna saper concretizzare appieno e senza tentazioni assolutistiche, quell’ordinato stato di diritto il cui fine supremo è la protezione dell’autodeterminazione individuale; quel sogno di una cosa che tanto inseguiamo.