– Se pure i meno giuridicamente attrezzati tra noi sono in grado di comprendere, plasticamente, cosa voglia dire ‘parità tra accusa e difesa’, lo si deve ai legal thriller americani – da Parry Mason a C.s.i., passando per quell’infinità di ‘ecc’ che non è qui il caso di ricordare – che ci hanno mostrato quanto importante sia che nel processo l’accusato e l’accusante si pongano a cospetto della corte in una posizione equidistante poiché, come sovente accade nelle serie tv meglio concepite, la realtà (probatoria) si dimostra alla fine essere non così schiacciante come la tesi svolta nei precedenti 50 minuti avrebbe potuto lasciare intendere.

La ‘morale’ di questi filmetti è – va da sé – che la realtà non è (quasi) mai come appare. Che si abbia cautela, quindi, prima di rispondere affermativamente al quesito che le giurie dei tribunali statunitensi sono chiamate a porsi – è colpevole, aldilà di ogni ragionevole dubbio?
Nelle storie tv, i dubbi vengono ragionevolmente risolti, tutti, con il supporto della scienza o della ragione. Nella realtà, invece, la ‘sceneggiatura’ processuale non sempre funziona.

Prendiamo il caso dell’omicidio di Meredith Kercher. Ne hanno fatto un film, “Amanda Knox, Murder trial in Italy”, di cui è stata annunciata la programmazione il prossimo 21 febbraio sulla tv via cavo Usa Lifetime, alla quale, tuttavia, è stata presentata diffida sia dalla famiglia di Meredith, sia dai legali di Amanda la quale, condannata in primo grado a ventisei anni, ha adesso in corso un appello che, in virtù delle nuove evidenze probatorie portate dalla difesa, non si annuncia affatto destinato ad un finale già scritto.

Il claim del film è there are two sides in every story. Amanda è rappresentata come un ‘doppio’, che affascina e inquieta. Un personaggio narrativamente complesso, come d’altra parte è apparso esserlo anche l’originale. Un personaggio dunque che potrebbe essere innocente – come vuole l’opinione pubblica americana – ma anche colpevole. Ora, il problema non è il filmetto in sè, ma il fatto che sia descritto come una “storia vera”. Perché la storia dell’omicidio della studentessa inglese a Perugia, in realtà, nella sua piena verità – la verità processuale, almeno – non è ancora stata scritta.

Il fatto è che l’intera vicenda si è svolta sin da subito in modo mediaticamente non certo neutrale. Noi con la serie dei Porta a Porta monografici, negli States con le Oprah Winfrey e i Donald Trump – appassionati testimonial dell’innocenza della giovane concittadina. Un caso da circo mediatico per default. Applicare alla giustizia le leggi dello spettacolo però non va affatto bene, perché giustizia e spettacolo sono dimensioni tra loro non-commensurabili. E lo conferma il fatto che anche chi immagina di poter trarre vantaggio dalla commistione dei generi, ne finisca alla fine travolto.

Il processo mediatico in sé, insomma, è un’aberrazione. È l’idea che il giudizio dello spettatore – un giudizio gratuito, parziale, non responsabile (nel senso di esprimibile senza sanzioni) – possa essere un istituto tutto sommato compatibile con lo stato di diritto. Penso ad Enzo Tortora, ed al bel film che sarebbe venuto fuori se qualche solerte produttore avesse avuto l’ardire di raccontarne la storia alla fine del suo capitolo iniziale: quello della condanna. Sarebbe stata anche quella una ‘storia vera’. Una storia tanto vera da potere addirittura risultare falsa.