– L’Egitto è povero, ma non così tanto. La libertà individuale è stata la base dello sviluppo e della prosperità dei Paesi occidentali, dove masse enormi si sono emancipate dalla povertà perché gli uomini sono stati liberi di intraprendere. Questa lezione – talvolta dimenticata dai paesi che in Occidente hanno adottato la ricetta dell’interventismo statale – è oggi ripresa dai Paesi della sponda sud del Mediterraneo, segnatamente dal popolo egiziano.

L’Egitto ha assistito a una serie di proteste anti-governative senza precedenti in scopo e scala. Milioni di uomini e donne di ogni condizione sociale hanno marciato in strada chiedendo il cambiamento, la fine del regime del Presidente Mubarak. Il mondo occidentale ha risposto con un grido globale di solidarietà. Un popolo, storicamente descritto come passivo, docile e sostanzialmente estraneo alla rivendicazione democratica, sta dettando i tempi e le priorità dell’agenda globale.

Mubarak ha reagito alle proteste con una serie di misure che solo qualche settimana fa sarebbero state ritenute impensabili. Un nuovo governo e, per la prima volta dal 1981, un vicepresidente. La promessa del rais che non si ricandiderà alle elezioni presidenziali di settembre 2011. Ma tutto questo non è stato al momento sufficiente a placare la contestazione popolare.

Il quadro della crisi è mutevole. E’ estremamente difficile prevederne le evoluzioni, che potrebbero avere forti ripercussioni sugli equilibri politici mondiali, sul benessere dell’economia e sulla stabilità dei mercati finanziari. A differenza della Cina, l’Egitto non è il primo esportatore mondiale, né da impulso alla domanda globale. Non è ricco di materie prime, non può influenzarne i prezzi. L’Egitto è un “abilitante” critico. Con il controllo del canale di Suez, custodisce una porzione importante del commercio globale. Grazie al suo ruolo di mediatore tra Israele e il mondo arabo, è il principale promotore di stabilità geopolitica nel Vicino oriente, una regione che propende all’instabilità.

Proviamo, dunque, enucleare i principali punti di snodo della crisi egiziana.
La prima criticità è insita nel concetto stesso di quella che a Washington chiamano “transizione ordinata”. E’ indubbio che dal 25 gennaio l’Egitto non è più lo stesso, ma al medesimo tempo sarà fondamentale evitare che il Paese piombi nel caos. Tra i protagonisti della crisi vi sono ampie divergenze sulla modalità della transizione, sarà pertanto necessario trovare il meccanismo istituzionale e la soluzione politica per riconciliare le posizioni e fare in modo che l’opposizione sia una componente essenziale del movimento di transizione.

In secondo luogo, sarà cruciale l’evoluzione della stessa opposizione. I cori di protesta dei cittadini oppressi dovranno tradursi in un’agenda politica credibile e, soprattutto, laica. Impedire che i Fratelli musulmani – un vero e proprio “Stato nello Stato” con una penetrazione diffusa nelle organizzazioni sociali del paese – incassino il dividendo politico della caduta di Mubarak sbarrerà la strada al rischio di una rivoluzione teocratica.

Ma l’Egitto non è solo il Paese dove il 40% vive in estrema povertà, con meno di due dollari al giorno. Ha fondamentali economici solidi, riserve valutarie internazionali in crescita, pari a circa USD 37 miliardi e a una copertura di oltre 7 mesi di importazioni e debito estero sostenibile che non rappresenta una criticità, pari a circa il 14% del Pil (Bureau Van Dijk , gennaio 2011).

Un’ultima considerazione, quasi a margine. Burocrazia e corruzione del regime hanno giocato un ruolo fondamentale nell’instabilità egiziana, ma non vanno ignorati i fattori esterni che hanno contribuito alla crisi. L’Egitto è tra i paesi più colpiti dall’impennata dei prezzi delle materie prime agricole, un trend mondiale determinato principalmente dall’aumento della produzione di commodities legata ai biocarburanti (Fao, gennaio 2011) e da fattori speculativi. L’aggravarsi delle tensioni e il perdurare delle tensioni potrebbero comportare pressioni ulteriori sul prezzo delle derrate alimentari.

Nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, ma Stati Uniti e Ue farebbero bene a trarre la lezione da questa crisi e ripensare i rapporti diplomatici e commerciali con i Paesi che non rispettano appieno le richieste di una svolta maggiormente democratica nella vita politica e nel rispetto dei diritti umani.