Lavoro aperto per una società aperta

pubblicato su Il Secolo d’Italia di sabato 5 febbraio 2011* – Che strano paese l’Italia, in cui ogni giorno milioni di under 35 escono di casa e vanno a lavorare per pochi spiccioli, quando non gratis. Che paese triste è diventata l’Italia, che, dopo anni di mancate riforme, sperimenta una frattura tra generazioni profonda e sempre meno sanabile. Che paese povero è quello in cui più di due milioni di persone comprese tra i 15 e i 34 anni non studiano, non lavorano, né cercano lavoro. All’età in cui l’intelligenza è più creativa e il fisico più prestante, noi teniamo milioni di giovani fuori dal mercato del lavoro dipendente stabile e ben remunerato, fuori dalle professioni libere, fuori dall’impresa. Solo il sostegno delle famiglie (per fortuna quelle italiane sono dotate ancora di un patrimonio sostanzioso) consente spesso di andare avanti, di accettare uno stage gratuito in un’altra città (un esempio paradossale di sussidio delle famiglie alle aziende), di lavorare per meno di mille euro a Bologna, Roma o a Milano, di prestare senza remunerazione la propria opera di praticante –  per anni –  in uno studio professionale, magari prestigioso. Mettere al mondo un bambino è diventata spesso una chimera. Per diversi anni abbiamo nascosto sotto al tappeto la bomba ad orologeria del lavoro precario, ma la crisi economica – sbattendo fuori dal mondo del lavoro gli unici che potevano essere licenziati, i titolari di contratti non garantiti dall’articolo 18 – ha fatto esplodere l’ordigno: milioni di giovani sono rimasti disoccupati e senza welfare.

Tra le due grandi emergenze che il paese sperimenta oggi, il debito pubblico e la disoccupazione giovanile, c’è in fondo un legame profondo: rappresentano entrambe una seria ipoteca sul futuro del Paese e sulle sue possibilità di ritrovare in tempi rapidi il sentiero di una crescita robusta e duratura. Che sia stagnazione o declino – ecco il termine che in pochi vogliono usare – chi oggi osserva l’Italia ne certifica l’assenza di dinamismo, innovazione e meritocrazia. Questo non è più un luogo di grandi speranze e libertà, come sanno i circa seicentomila giovani laureati che nell’ultimo decennio hanno preferito legare il proprio destino ad altri lidi, più dinamici e promettenti, in cerca di opportunità che qui ritengono difficili. I nuovi italiani di Barcellona e di Londra non sono vecchi pizzaioli napoletani, ma giovani ingegneri, avvocati e ricercatori universitari. Sono menti brillanti che non trovano più interessante e gratificante vivere in Italia. C’è forse qualcosa di più umiliante per un Paese del non essere più gradevole? Tramontato (e non poteva essere altrimenti) il mito del “posto fisso”, che pure troppi continuano strumentalmente a evocare, la politica non ha saputo offrire alle nuove leve ciò che queste chiedono: la creazione di opportunità, anche grazie all’abbattimento di quelle inique barriere all’ingresso nei grandi mercati del lavoro autonomo e dipendente. Ma paradossalmente, al di là di quelle barriere, ci sono i genitori dei giovani, gli stessi che consentono a questi ultimi di andare faticosamente avanti. Insomma, è un circolo vizioso, da cui si può uscire solo in un modo: con un vero patto tra generazioni, chiedendo un sacrificio a chi oggi gode di molte garanzie a vantaggio di chi non ne ha, “aprendo” il mercato del lavoro per renderlo coerente con una società aperta.

E’ questo il senso dell’incontro – dal titolo evocativo: “Nasce per i giovani” –  che Futuro e Libertà organizza oggi a Bologna e che vuol essere il punto di partenza per un nuovo approccio alla “questione giovanile”. Prima dell’intervento conclusivo di Gianfranco Fini, si avvicenderanno sul palco del Teatro Manzoni storie diverse, ma capaci di raccontare ognuna un pezzo di realtà: un giovane imprenditore alle prese con un mercato del credito che non dà fiducia alle buone idee; un operaio che vive sulla propria pelle l’assenza di un vero welfare per le giovani famiglie; un ricercatore che ha lasciato l’Italia per la Spagna; uno studente universitario alle prese con un sistema accademico che, nonostante la riforma Gelmini, è lontano anni luce dalla frontiera dell’eccellenza.

Ai tanti giovani che affolleranno il teatro, ma più in generale all’opinione pubblica, FLI proverà a offrire la sua proposta concreta, tradotta in un disegno di legge elaborata da un gruppo di lavoro di Libertiamo (composto da Carmelo Palma, Lucio Scudiero, Diego Menegon, Claudia Biancotti, Ugo Maria Chirico e dal sottoscritto), coordinato da Enzo Raisi, primo firmatario del documento parlamentare. A una stretta sugli stage (gratuiti solo fino a due mesi, oltre quel limite vanno remunerati) e all’abuso dei co.co.pro., la proposta di FLI affianca una rivoluzione copernicana: un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato (sul modello già da tempo elaborato dal senatore del PD Pietro Ichino)  che per le nuove assunzioni abolisca il precariato mantenendo la flessibilità, senza l’articolo 18 (affinché le imprese non abbiano paura ad assumere) ma con una serie di contropartite sostanziali, come l’indennità di licenziamento e un’assicurazione sulla disoccupazione per tutti, senza distinzioni tra grandi e piccole imprese, tra “aristocrazie operaie” e “paria”. Più rischi, quindi, ma anche più risorse. Accanto a questo, un riequilibrio della spesa sociale di stampo europeo: l’allungamento dell’età pensionabile per finanziare quel welfare delle opportunità, più volte evocato dallo stesso Fini, fatto di sostegno alla maternità e alla paternità, una formazione professionale davvero qualificante, un irrobustimento delle aspettative pensionistiche dei giovani lavoratori. Ancora, uno scossone sul fronte del lavoro autonomo, con un riconoscimento delle nuove professioni – oggi prive di tutela – e il contestuale abbattimento delle troppe barriere all’ingresso delle professioni ordinistiche (consentendo, ad esempio, l’inizio della pratica forense o da commercialista già alla fine del percorso universitario, eliminando i minimi contributivi per i giovani, permettendo maggiore concorrenza). Infine, per promuovere le start-up tecnologiche, l’istituzione di un fondo per il venture capital, finanziato anche dall’abolizione del Ministero delle politiche giovanili e delle sue inefficienti logiche di spesa.

Una proposta manifesto? Una “scommessa sui giovani”, per usare le parole di Raisi. Se c’è una ragione per cui ha senso “far politica”, qui e oggi, non può che essere questa, contrastare chi soffia sulla paura del futuro con una visione sfidante: sognare che l’Italia diventi – anzi, torni ad essere – un approdo per i talenti del mondo e non solo un porto di partenza per i nostri, un luogo dove il padre e la madre non sia gli involontari “sfruttatori” o i benevoli “protettori” dei figli, dove le banche investano sui giovani alla ricerca della nuova piccola Google italiana, abbandonando i salotti impolverati del potere. Se c’è una regola aurea che determina la ricchezza o la povertà delle nazioni è la seguente: una società aperta e tollerante, dinamica e propensa ad investire sui propri giovani, cresce; una società attenta solo a proteggersi dal nuovo e dal diverso, declina.

*Titolo originario: E Fini oggi incontra i giovani a Bologna


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

14 Responses to “Lavoro aperto per una società aperta”

  1. gianpaolo scrive:

    e’ incoraggiante che cominci ad esserci uno spiraglio di destra liberale in questo paese

  2. guarda che però , tra i lavoratori dipendenti nessuno si fida del gruppo di Libertiamo e dei liberisti in genere quando si tratta di contrattualistica del lavoro.

  3. lucia scrive:

    E’ una grande idea, secondo me, pensare di ricostruire il tessuto sociale dell’Italia partendo dal lavoro e dai giovani, anche perché secondo le statistiche più recenti e più precise, non quelle di Trilussa sul pollo, pare che troppo pochi italiani lavorino e quelli che lavorano, lo fanno troppo poco rispetto agli altri Paesi.
    Mi permetto pero’ di far presente che sarebbe ora di definire meglio cosa significa lavoro, perché credo che se non si comincia ad abbattere la vecchia teoria socialista che il lavoro é solo quello dipendente a tempo indeterminato, meglio se operaio, non si va’ da nessuna parte. Chiunque produce reddito, cioé valore aggiunto, anche chi investe i risparmi o produce redditi di partecipazione deve essere considerato importante per la produzione e la crescita, esattamente come “chi lavora”, in senso socialista.
    Grazie

  4. filipporiccio scrive:

    Il problema è che bisogna togliere le garanzie dell’art. 18 a quelli che le hanno, non promettere a chi non le ha oggi che non le avrà mai.

    Ho già spiegato il perché nei commenti a:
    http://www.libertiamo.it/2011/02/03/giovani-fli-scommette-su-di-voi/

  5. Marianna Mascioletti scrive:

    Ma il punto è: per quale motivo estendere l’istituto del matrimonio (che non mi risulta sia un diritto, tra l’altro, ma per una conferma aspettiamo qualcuno che ha studiato) sarebbe un’ “imposizione” e per soprammercato “violenta”? Cioè, Gino e Mario vogliono sposarsi e si sposano: che cosa imporrebbero, e a chi, sposandosi? A chi fanno violenza? Dove sarebbe il David Kato della situazione?

  6. Nicola Barchet scrive:

    Ho 45 anni e una splendida famiglia con 6 figli, e mi vedo un Italia che gira ancora con mille paure di lasciare l’uomo libero di decidere il proprio futuro. Dove si cerca di fare qualcosa per liberalizzare una società troppo intrisa di regole, c’è la categoria per eccellenza più interessata alle regole, Gli avvocati che alla faccia di tutti i problemi dello stato spingono in modo “sfacciato” verso l’approvazione di una legge medioevale.
    Come non ne avessimo già abbastanza !

  7. patroc. strag. Riccardo Nicotra scrive:

    Libertà d’impresa, libertà di stabilimento, purchè Lo Stato metta ordine una volta per tutte, a tutte le professioni catalogandole per tipologia, come hanno già fatto in altre nazione europee, dopo il varo delle varie direttive europee, con poche regole ma chiare, senza subcavilli nascosti in altre leggi e leggine con titoli che nulla c’entrano; delegiferare, usando linguaggio comune, escludendo il politichese, il burocratese, leggi che con chiarezza si dice ciò che puoi fare ed in quali modi, insomma leggi che si possano leggere, con un solo significato. Come mai Banche ed assicurazioni straniere, perchè non riescono ad entrare in Italia, proponendo prodotti della nazione di provenienza? Forse cè qualcuno alla frontiera che li blocca? Forse c’è qualche italiano che smanetta con bancheassicurazioni che ha la presunzione di asserire con certezza matematica, che i prodotti italiani sono i migliori, i più concorrenziali, i più efficaci, omettendo di specificare per chi?
    Perchè c’è qualcuno che vuole che gli italiano non lavorino? Cui prodest? Chi è il regista? Perchè la Banca d’Italia è in mano a privati e non è più un organo di controllo dello Stato?
    Vuoi del credito? Scordiamocelo.

  8. emanuela bosi scrive:

    mi fa piacere che si ricominci a discutere, sembra questa volta in modo più realistico, di come offrire più opportunità di lavoro.il diritto al lavoro deve poter essere di tutti. ogni persona che voglia iniziare un attività deve trovarsi di fronte alla possibilità di poterlo fare con poche ma valide regole. non ha senso privilegiare le categorie più forti, poichè, così facendo, si limiterebbe la scelta dei fruitori di servizi e si annullerebbe la crescita del paese.

  9. patroc. strag. Riccardo Nicotra scrive:

    Perchè ogni nazione dell’EU, quelle che hanno ormai quale moneta ufficiale l’Euro, se coniano monete Euro, non si crea debito pubblico, mentre se le medesime nazioni chiedendo alla zecca Euro (sita in Danimarca), creano debito pubblico? Perchè per ogni banconota richiesta, oltre al costo di fabbricazione della medesima banconota, ogni nazione deve anche pagare contemporaneamente anche il valore nominale scritto sulla medesima banconota richiesta? Quando mai ci libereremo del debito pubblico (avendo perso la sovranità monetaria ndr)? MAI! Ergo non ci sarà mai la ripresa economica, c’è una strategia. Il denaro per legge, è di proprietà dei singoli componenti fisici del popolo, di chi materialmente lo tiene, ma qualcun altro ne n’è approppriato e noi non facciamo nulla. Prova a depositare 100.000.000/00 in banconote in una qualunque banca e certamente ti stenderanno il tappeto. Prova poi l’indomani a riprendertelo e chiudi il conto. Le tue banconote non ci sono più, e ti faranno un miliardo di storie per restituirti i tuoi soldi, le tue banconote, e cercheranno di sbolognarti carte precaricate, assegni, ed altro, oppure te lo daranno a rate, mano mano che lo incasseranno.
    # Cos’è la Banca d’Italia? La Banca d’Italia è la Banca Centrale Nazionale presente in Italia. Essa è un istituto di diritto pubblico ma strutturato come una società per azioni. E’ un “unicum” giuridico.
    # A che cosa serve la Banca d’Italia? A regolare le operazioni tra le banche locali presenti sul territorio nazionale italiano.
    # La Banca d’Italia è dello Stato? No.
    # I Governatori della Banca d’Italia sono rappresentati governativi?
    No. Il Governatore di Bankitalia è consigliato al Governo da Bankitalia stessa. Il Governo può rifiutare il nominativo sottopostogli ma spetta comunque a Bankitalia proporre un nuovo Governatore.
    # Di chi è la Banca d’Italia? Questi sono i soci della Banca d’Italia (con le relative partecipazioni in quote), dedotti da ricerche effettuate da testate giornalistiche, di cui sotto.
    · Gruppo Intesa (27,2%)
    · Gruppo San Paolo (17,23%)
    · Gruppo Capitalia (11,15%)
    · Gruppo Unicredito (10,97%)
    · Assicurazioni Generali (6,33%)
    · INPS (5%)
    · Banca Carige (3,96%)
    · BNL (2,83%)
    · Monte dei Paschi di Siena (2,50%)
    · Gruppo La Fondiaria (2%)
    · Gruppo Premafin (2%)
    · Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%)
    · RAS (1,33%)
    e siamo arrivati al 94,35%. E l’altro 5,65% di chi è? Sono ignoti! Infatti non è dato sapere (per Legge) i nomi dei padroni di Bankitalia!
    da http://www.signoraggio.info
    http://www.youtube.com/watch?v=CJJ9rzReXso

  10. patroc. strag. Riccardo Nicotra scrive:

    Riappropriamoci delle ns. LIBERTA’! Di fatto, come la storia anche attuale ci mostra, sia in Italia, sia in Europa, ma anche in altre nazioni, chi Comanda sono le bancheassicurazioni, noi siamo solo, a scalare, vassalli, valvassori, valvassini, servi della gleba, schiavi, e considerati e trattati tali, non più da una sola persona, ma democraticamente (come si suol dire oggi) da più soggetti (alcuni dei quali occulti, dietro le quinte), altro che liberi cittadini del mondo. Leggiamo, da acquile che erano, di Ezra Paund, di Giacinto Auriti, di Bertolt Brecht, non limitiamoci solo a guardare solo davanti a noi, a 30 cm. dai nostri piedi, osserviamo piuttosto che guardare
    BERTOLT BRECHT “Lode della dialettica”: L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro. Gli oppressori si fondano su diecimila anni.La violenza garantisce: Com’è, così resterà. Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio. Ma fra gli oppressi molti dicono ora: quel che vogliamo, non verrà mai. Chi ancora è vivo non dica: mai!
    Quel che è sicuro non è sicuro. Com’è, così non resterà. Quando chi comanda avrà parlato, parleranno i comandati. Chi osa dire: mai?
    A chi si deve, se dura l’oppressione? A noi. A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi. Chi viene abbattuto, si alzi! Chi è perduto, combatta! Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare? Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani e il mai diventa: oggi!

  11. patroc. strag. Riccardo Nicotra scrive:

    La CASSAZIONE ha più volte affermato che “… l’attività di consulenza ed assistenza legale non può considerarsi riservata agli iscritti negli albi professionali, fatta eccezione per la rappresentanza e difesa in giudizio …” (da ultimo Sentenza del 21 gennaio 2010, n. 997).
    La CASSAZIONE conferma l’obbligo della formazione continua per i professionisti.La Suprema Corte con Ordinanza n. 2235 del 1°-2-2010.

  12. Albert scrive:

    Nel 2011 attaccare l’art. 18 dello statuto dei lavoratori è pura demagogia. In Francia la normativa è anche più rigida, eppure hanno una disoccupazione giovanile inferiore, ergo non c’entra proprio niente. I reponsabili della bassa produttività sono in primo luogo gli imprenditori italiani che non innovano, sono attivi in settori a bassissimo valore aggiunto e in genere ereditano le imprese dalla famiglia (invece di crearle).

    Certe ricette tatcheriane, oltre che ormai fuori moda in ambito economico-accademico, sono anche piuttosto dannose sul piano elettorale.

    Volete dire all’80% degli elettori – che sono lavoratori DIPENDENTI – che potranno essere licenziati a discrezione del datore di lavoro, anche senza giusta causa? Auguri, vi ritroverete al 2% dei voti (se siete fortunati).

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