di MARIANNA MASCIOLETTI – David Kato, attivista ugandese per i diritti degli omosessuali, è stato ucciso il 26 gennaio scorso.

Esponente del movimento SMUG, “Sexual Minorities Uganda” , Kato era stato in Italia nel novembre scorso, per partecipare al congresso dell’associazione “Certi Diritti” (riascoltabile, compreso il suo intervento, a questo indirizzo), dove aveva denunciato la gravissima situazione in cui versano nel suo Paese le persone omosessuali o comunque riconducibili alla sfera LGBTI.
Nella maggior parte degli stati africani, l’omosessualità (specialmente quella maschile: le maggiori sanzioni riservate a quest’ultima sono probabilmente un retaggio del colonialismo inglese) è considerata un reato; in Uganda l’articolo 145 del locale codice penale punisce gli “atti osceni” con 7 anni di prigione e i “reati contro natura” con l’ergastolo.

Molti, sia in Uganda sia nel resto del mondo, accusano alcuni evangelisti statunitensi di avere, negli ultimi anni, contribuito in modo decisivo ad inasprire ulteriormente il clima di omofobia già presente nel Paese: sotto accusa, in particolare, una tre giorni di studi da loro organizzata nel marzo 2009, il cui proclamato intento era portare a conoscenza delle masse “L’agenda segreta degli omosessuali” – una sorta di equivalente, per la comunità LGBTI, dei Protocolli dei Savi di Sion per gli ebrei.

Alcuni predicatori, in nome della morale e della “famiglia tradizionale”, si sono spinti fino a mostrare in chiesa foto e film pornografici con scene di sesso gay, per incitare i loro seguaci ad agire contro gli omosessuali, accusati di andare in cerca di ragazzini per “pervertirli” e “reclutarli” tra le loro fila.

Questa campagna ha avuto i suoi risultati: nel maggio 2009, con l’intento di “preservare la famiglia tradizionale”, è stato presentato al Parlamento ugandese l’ “Anti-Homosexuality Bill”, che mira ad inasprire ulteriormente le pene per i “reati contro natura”, ammettendo addirittura la condanna a morte come punizione del reato, istituito per l’occasione, di “omosessualità aggravata” (sic).

E’ contro questa proposta di legge, in particolare, che David Kato e il movimento di cui faceva parte si sono mobilitati anche a livello internazionale, facendo notare come essa contraddica, in maniera evidente, i princìpi di non discriminazione contenuti nella Carta dei diritti dell’Uomo e in altre convenzioni che l’Uganda ha ratificato.

Le pressioni della comunità internazionale, Stati Uniti in testa, hanno ottenuto che la discussione sull’Anti-Homosexuality Bill venisse sospesa: il presidente dell’Uganda Museveni (in carica dal 1986, sarà probabilmente riconfermato nelle elezioni della prossima settimana), dapprima sostenitore entusiasta della proposta, ha recentemente dichiarato di considerarla “troppo severa”. Il suo estensore materiale, il deputato David Bahati, tuttavia, ha sottolineato che non intende ritirarla.

Kato, nel suo intervento al congresso di Certi Diritti, sottolinea che, se questa legge venisse approvata, ciò significherebbe la fine di ogni tutela, assistenza sanitaria, possibilità di lavorare per quelli come lui, dato che chi conoscesse un omosessuale e non lo denunciasse entro ventiquattro ore rischierebbe a sua volta fino a tre anni di carcere ed una forte multa.

L’aria in Uganda diventa sempre più irrespirabile per omosessuali e attivisti LGBTI, tanto che molti ritengono di dover emigrare o entrare in clandestinità: nell’ottobre 2010, il giornale ugandese “Rolling Stone” (in nessun modo collegato all’omonima rivista musicale americana) pubblica, con la raccomandazione “Hang them”, impiccateli, le foto dei cento “top homosexuals” dell’Uganda, corredandole di nome e indirizzo di ciascuno ed accusando i soggetti di fare ronde davanti alle scuole con lo scopo di pervertire i minorenni, nonché di essere untori dell’AIDS.

Kato, compreso nella lista dei 100, decide, insieme ad altri due attivisti, di citare in giudizio il giornale, prima in tribunale, poi davanti all’Alta Corte Civile ugandese: al termine dell’udienza in tribunale, racconta, lui e gli altri si salvano dal linciaggio da parte della folla inferocita, istigata da sedicenti “omosessuali redenti”, soltanto grazie alla presenza di alcuni osservatori internazionali.

L’Alta Corte, il 4 gennaio scorso, condanna Rolling Stone per violazione della privacy e della dignità umana delle persone i cui dati sono stati pubblicati: una buona notizia, naturalmente, soppiantata neanche un mese dopo, però, da quella – terribile – dell’uccisione di Kato.

Le autorità ugandesi si sono affrettate ad escludere il movente omofobico per il delitto; le ipotesi attualmente valutate sono quella dell’uccisione durante una rapina e quella del “delitto passionale” – è stato infatti arrestato, reo confesso, il suo giardiniere, che sostiene di aver avuto dei rapporti con lui dietro promessa di denaro e di averlo ucciso perché rifiutava di pagare.

Le circostanze dell’omicidio, però, restano poco chiare, e la probabilità che la storia del giardiniere “scricchioli”, che il movente sia quello omofobico, è oggettivamente alta, anche vista la quantità di minacce e di provocazioni, verbali e fisiche, che Kato si è trovato a dover fronteggiare negli ultimi tempi: lo stesso segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ha emanato un comunicato in cui sollecita gli organi preposti ad indagare su di esso “velocemente e a fondo”.

Pochi, pochissimi sono convinti che questo delitto sia davvero una coincidenza: lo dimostra anche la storia di Brenda Namigadde, giovane lesbica ugandese fuggita nel Regno Unito, che stava per essere rimpatriata a forza, ma il cui rimpatrio è stato sospeso quando la notizia dell’omicidio di Kato ha convinto le autorità britanniche che effettivamente in Uganda esiste un problema di diritti umani per gli omosessuali.

In un caso del genere, per chi volesse esercitarsi a cercare i “mandanti morali” dell’assassinio di David Kato, ci sarebbe di che divertirsi – si fa per dire; per chi volesse porre l’accento sui pericoli dell’esporre in prima pagina una “lista di traditori” con foto, nome e indirizzo dei suddetti ci sarebbe molto da scrivere, e anche qualche situazione nostrana da portare a paragone. Se poi si scegliesse di infierire sulle atrocità compiute in nome della “famiglia tradizionale”, su quelli che, con la scusa di preservarla, cercano di ostacolare le libere scelte di vita di ognuno, e sulle conseguenze tragiche che un atteggiamento del genere può comportare se portato all’estremo, beh, si potrebbe tranquillamente arrivare a scrivere non un articolo, ma un trattato in dieci volumi.

Si potrebbe chiedere, a coloro che (legittimamente, sia chiaro) utilizzano la propria libertà di espressione per spiegare nei dettagli come e qualmente l’omosessualità sia “sesso deviato” e “contro natura”, che cosa pensino del fatto che nel codice penale ugandese essa sia un reato punibile col carcere; si potrebbe domandar loro di spiegare le ragioni per cui sono d’accordo o quelle per cui non lo sono, sicuri del fatto che non ci farebbero, in nessun caso, una bella figura, dal punto di vista logico prima ancora che da quello umano. Si potrebbe accusarli di diffondere l’intolleranza, e di non avere nemmeno il coraggio, che invece hanno i predicatori “cristiani” che fanno fuoco e fiamme in Uganda, di farlo fino in fondo.

Potremmo portare a termine tutti gli esercizi dialettici che vogliamo, insomma, ma il fatto rimane che David Kato è morto, è stato ucciso brutalmente a martellate, gli ultimi mesi della sua vita sono stati funestati dalle minacce di chi lo aveva visto esposto su un giornale come un arcicriminale, e al suo funerale un predicatore sensibile come pochi ha cominciato a citare Sodoma e Gomorra.

Con la sua associazione, insieme a tante altre persone i cui sentimenti e la cui sessualità in Uganda risultano fuori legge, quest’uomo che oggi non c’è più chiedeva solo di essere lasciato in pace.

Lo Stato etico non gli ha concesso nemmeno questo.