Libera rete in libero mondo: cosa insegna la vicenda egiziana

– Parte oggi una nuova rubrica di Libertiamo.it – Cronache di Webia, libera rete in libero mondo – uno spazio settimanale (ogni venerdì) dedicato al rapporto, sempre più stretto, tra politica e Rete. Ci vogliamo chiedere quanto l’opinione pubblica occidentale, e quella italiana in particolare, sia consapevole che solo un ambiente normativo sufficientemente aperto e libero possa consentire agli operatori di Internet di sfruttare le enormi potenzialità della rete, a vantaggio degli utenti e del sistema economico. Racconteremo – ed è il tema di questo primo articolo, a firma di Fabio Chiusi – i tentativi dei governi autoritari del mondo (e non solo loro, purtroppo) di ridurre gli spazi di libertà d’informazione in Rete e come proprio Internet sia un importante grimaldello per diffondere libertà, benessere e diritti. Ancora, intendiamo dibattere delle sfide tecnologiche del futuro, di quali siano le migliori policy per vincerle e di quali siano invece le possibili scelte pubbliche che possono mettere a repentaglio l’innovazione (pensiamo al tema della c.d. net neutrality e dello sviluppo delle infrastrutture, o il dibattito sulla protezione dei dati personali, sulla sicurezza e sui diritti di proprietà intellettuale). Infine, la rubrica settimanale vuole occuparsi di social media, politica e società: l’intenzione è quella di analizzare il modo in cui l’utilizzo sempre più massiccio delle reti sociali e delle piattaforme di contenuti generati direttamente dall’utente, senza intermediazione, impatti sul nostro modo di concepire il dibattito politico. Webia, un po’ come Narnia, la terra promessa delle menti libere. La Rete, noi di Libertiamo, la vediamo così. Carmelo Palma e Piercamillo Falasca

È una battaglia nella battaglia. Corre sulla rete, ma non è virtuale: perché dalla rete alle strade il passo è breve. Lo hanno capito i governi autoritari in Cina, Birmania, Nepal, solo per citarne alcuni. E l’Egitto. Che tuttavia è riuscito laddove tutti gli altri avevano fallito: far scomparire un intero paese dalle mappe di Internet.

Tutto è cominciato il 25 gennaio, con la censura a Twitter. Dove la rivolta anti-Mubarak era combattuta a colpi di 140 caratteri. Il giorno seguente è stata la volta di Facebook, che in Egitto conta 5 milioni di iscritti. Il 27 gennaio il blackout: niente sms, nessun accesso ad alcun sito egiziano, nemmeno dall’estero. Il paese, improvvisamente, si trova gettato in un incubo anche digitale. Alle masse per comunicare non restano che le linee telefoniche fisse e il passaparola. Ma è un brutto risveglio per il mondo intero, che tasta con mano quanto la libertà di espressione in rete sia un bene fragile, che necessita di protezione e rispetto. E che, contrariamente alla vulgata di un certo tecno-utopismo, si può mandare in frantumi.

Da un lato è una conferma, l’ennesima, del tremendo potenziale del mezzo nella coordinazione del dissenso. Era successo in Iran e in Tunisia. Sta succedendo in Yemen. Il Medio Oriente è una polveriera, ma anche un laboratorio per comprendere come la rivoluzione dei social media sia molto più di una accelerazione nel consumo di informazione e di una riorganizzazione nei rapporti sociali. C’è chi ha deciso di farne uno strumento di mobilitazione. Allo stesso tempo, c’è chi ne fa l’uso contrario. Così che i regimi a volte censurano, altre – forse le peggiori – controllano, si infiltrano e poi, una volta identificato il pericolo, arrestano.

Lo ha ricordato Wired.it all’alba del ritorno della connessione in Egitto, il 2 febbraio: quell’improvviso riaccendersi della luce potrebbe non essere stato un caso. E così vari blogger hanno fatto notare come, non appena ritornata la rete, siano apparsi nelle piazze i manifestanti pro-Mubarak. E siano iniziati gli scontri. «Un piano ben orchestrato», ha spiegato il blogger Ahmed Nagi. Così come lo era stato quello che aveva portato alla chiusura, in contemporanea, di tutti i principali provider del paese. Con l’eccezione di Noor, quello utilizzato «da banche e operatori di borsa», come ha ricordato l’attivista Paolo Brini. Ma come è possibile «uccidere deliberatamente», e in un istante, il 90 per cento della Rete? In un Paese che ha uno dei tassi di penetrazione di Internet tra i più alti in Africa, cioè il 21 per cento della popolazione.

È un misto di perfetta strategia e legislazione di emergenza. Secondo cui qualunque provider voglia operare in suolo egiziano deve rispettare il diktat: se te lo ordino, spegni la rete. Perfino una multinazionale come Vodafone ha dovuto obbedire, imbarazzata. Prestandosi anche al gioco del regime, che l’ha sfruttata per inviare messaggi in suo favore, non appena ripristinate le comunicazioni. Insomma, sono bastate poche telefonate e accordi scritti nero su bianco. Un precedente su cui dovrebbero riflettere anche i Paesi occidentali. Prima di tutti gli Stati Uniti, dove un certo conservatorismo ha pensato, dopo Wikileaks ma non solo, di giustificare il controllo con la sicurezza. Al punto di proporre, per fortuna senza successo, un vero e proprio kill switch, il bottone che dovrebbe mandare offline il Paese, se necessario.

Anche se non è così semplice. E il caso dell’Egitto ne è un ottimo esempio. Anche nei giorni del buio, infatti, gli attivisti digitali, fuori e dentro il Paese, hanno escogitato mille modi per aggirare i blocchi governativi. Reti private virtuali, Tor, ma anche siti creati per l’occasione, per discutere come uscirne. Come Openmash.org, un forum dove migliaia di persone in pochi giorni si sono riunite per escogitare come permettere all’Egitto, e a qualunque futuro bersaglio di censure, di restare connesso con il resto del mondo. Nel thread più seguito – 46 risposte, quasi 1900 visite – l’utente Falang ipotizza la creazione di reti intranet locali wireless decentralizzate. Perché, esordisce, «Internet è l’ultimo luogo rimasto per una comunicazione libera, e come possiamo vedere ci può essere portato via molto facilmente». «Bisogna andare oltre Internet», gli risponde Michael, prima di proporre una soluzione diversa. «Non dobbiamo affidarci ai provider», ribatte un terzo interlocutore, questa volta anonimo, «ma diventare i nostri stessi provider».

E mentre alcuni riuscivano, in un modo o nell’altro, a bucare il muro dell’oblio digitale, Google ha escogitato un sistema, chiamato Speak to tweet, per trasformare una banale chiamata telefonica in un post su Twitter. Per consentire alle proprie denunce di fare il giro della rete pur senza disporre della rete. Tutti segnali che confermano come spegnere Internet, spegnerlo davvero, sia difficile. Ma che allo stesso tempo ci mettono, prepotentemente, di fronte all’urgenza di fare della difesa della libertà di espressione su Internet un obiettivo prioritario della comunità internazionale. Perché il mondo, lo sostiene il più recente rapporto dell’organizzazione Reporter Senza Frontiere, va nella direzione opposta. Casi come quello dell’Egitto testimoniano, con tutta la forza di una protesta che ha versato il sangue di centinaia di persone, che è giunto il tempo di invertire la tendenza.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

3 Responses to “Libera rete in libero mondo: cosa insegna la vicenda egiziana”

  1. Lorenzo Pastori scrive:

    Rubrica interessante, e interessante l’articolo di apertura. La domanda, a cui spero rispondano i vari autori, è: la rete è il nuovo mezzo che diventa messaggio, non solo un modo di comunicare. fare impresa e fare gruppo, ma una piattaforma su cui costruire le relazioni fondamentali per la vita sociale? Se è così, possiamo sperare che la rete sia il più grande strumento di libertà politica di cui l’umanità oggi dispone, più dei parlamenti. Non sono un esperto del tema, non so. Ma mi piace sperarlo.

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