– A quanto pare, trecentoquindici deputati credono che Berlusconi abbia invitato la nipote di Mubarak a ballare la lap dance nella sala del bunga bunga; che però, saputo del suo fermo in Questura, abbia sentito il dovere (quando si dice la resipiscenza) di suggerirne la “liberazione”, per scongiurare un incidente diplomatico; e che abbia poi dimenticato di avvertire il rais del Cairo delle disavventure della sua parente sbandata, lasciando invece che la consigliera Minetti, a cui era stata affidata, la riconsegnasse a Michelle, la escort brasiliana con cui viveva. La stessa,  peraltro, che aveva telefonato al Cav. (di cui aveva il numero), per avvertirlo del fermo di Ruby e otto giorni dopo l’avrebbe riempita di botte, mandandola all’ospedale. Ma a quel punto gli scrupoli non hanno più suggerito al Cav., nell’interesse dello zio e per il buon nome dell’Italia, una più stretta vigilanza su cotanta nipote.

Trecentoquindici deputati hanno così convertito la balla più inverosimile di questa storia nella verità “democratica” da opporre alla persecuzione giudiziaria del premier. Già pronti – ovviamente – a sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale se il Gip, cui la Procura chiederà il giudizio immediato per Berlusconi, non riconoscerà la competenza funzionale del Tribunale dei Ministri, e dunque la competenza politica della Camera  a “negare l’autorizzazione a procedere ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo” .

Tutta la costruzione difensiva – almeno quella istituzionale – poggia dunque su questa verità: a fare il bunga bunga con Ruby – qualunque cosa fosse – era Berlusconi Silvio, ma in Questura ha chiamato il Presidente del Consiglio. E così mentre le vestali del Cav. ne difendono il diritto al “privato”, gli avvocati, dentro e fuori dal Parlamento, difendono le sue prerogative pubbliche, in nome della “ragione di Stato”.

Quando Fini, nello sfilarsi dalla maggioranza, aveva espresso tutta l’insofferenza per il “fare finta” dell’esecutivo, pensava allo scarto tra le parole e i fatti, tra la politica, nel senso della rappresentazione, e il governo, nel senso della realtà. Probabilmente non immaginava che, nel grande circo berlusconiano, si sarebbe rapidamente passati dal fingere di fare al fingere di credere, dal teatrino politico alla commedia umana.

Berlusconi fa finta di avere saputo della imbarazzante parentela e di avere sinceramente creduto a Ruby, che finge di avere finto di essere chi non era. E la maggioranza  fa finta di credere all’uno e all’altra, per ragioni non troppo diverse da quelle per cui le “ospiti” del Cav. fingevano di credere al suo buon cuore e lui alla loro sincera amicizia.