– Sinceramente non è che il dossier-Boccassini pubblicato dal Giornale sia il primo documento uscito dai cassetti della “Giustizia” e finito sulle prime pagine dei giornali. In questo caso, però, per la prima volta i carabinieri, inviati dalla Procura di Milano, sono andati a cercare le tracce della “manina” che furtivamente (e forse mica tanto) l’aveva passato alla stampa nelle mutande della giornalista che l’aveva pubblicato.

Visto che non ci piace fare i garantisti a geometria variabile e pensiamo che i diritti dei giornalisti prescindano dalla qualità e dal buon gusto del loro giornalismo, siamo dalla parte del Giornale (pensa un po’) e di Anna Maria Greco. E giudichiamo oggettivamente intimidatorio il modo, di cui abbiamo letto, con cui la giornalista è stata – diciamo così – “perquisita”. Non ci piace, perché ci sembra una sorta di “metodo Boffo”, che ci fa orrore anche se a teorizzarlo e praticarlo (per carità: nel nome della legge), non sono i giornalisti “di lotta” del Giornale.

I giornalisti danno le notizie, quando le hanno. E il loro compito è cercarle e trovarle, coprendo per ragioni deontologiche (e non solo) chi gliele passa, anche se chi gliele passa, nel procurargliele, ha compiuto un reato. Che poi i giornalisti, istigati dal direttore e dall’editore, cerchino notizie di merda (come quella che riguardava la Boccassini) è questione che non rileva, in termini di diritto. E’ una questione di merito, non di legittimità. La Greco ha fatto esattamente quello che i suoi colleghi “di opposizione” fanno da sempre e che anche “da destra”, da tempo, non disdegnano di fare.

Ci tenevamo a dirlo, proprio perché la questione riguarda il Giornale, che adora un giornalismo da lotta nel fango, quanto noi amiamo (e ci sforziamo di praticare) il contrario. E proprio perchè la questione rimanda, infine, ad un editore  che del garantismo stop-and-go è divenuto purtroppo uno specialista.