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Berlusconi, in principio fu l’uomo ‘nuovo’…

– C’era una volta l’uomo nuovo, seducente, in grado di parlare a chi s’era sentito ai margini del discorso politico, a chi serbava in animo la convinzione di rappresentare il Paese moderno, vincente, rampante. Era l’uomo di venti anni fa.
Agli inizi degli Anni Novanta due fenomeni, uno politico in senso stretto, l’altro culturale, cambiarono lo scenario sociale e incisero in modo profondo nell’immaginario degli italiani. Tangentopoli, da un lato, e la narrazione televisiva di un’Italia allegra e libera, dall’altro, furono le premesse per una nuova narrazione collettiva di cui Silvio Berlusconi divenne naturale interprete e convincente eroe.
Il racconto dell’Italia berlusconiana corrispondeva alla storia di un uomo brillante che con la propria esperienza era in grado di dare voce ai piccoli imprenditori, ai professionisti, a chi, finalmente, voleva contare su se stesso e sapeva di poterlo fare.

La vita di Silvio Berlusconi, sintetizzata nel mantra del “mi sono fatto da solo” e nella felice espressione “il miracolo italiano”, era l’esempio che davvero era possibile farcela. L’eroe aveva, infatti, dimostrato sul campo le proprie competenze e la figura dell’imprenditore di successo ne era perfetta sintesi: la lungimiranza, la capacità di prendersi un rischio, quella di gestire un sistema complesso, di infondere nelle persone un senso di squadra, d’obiettivo comune. Berlusconi era l’esatto contrario di una classe politica uscita profondamente indebolita dalle vicende giudiziarie ma anche incapace di dare voce alle persone, di comprenderle, di immaginare un futuro collettivo verso il quale andare, tutta avvitata come era su modelli ideali e linguistici vecchi, superati, polverosi.

Silvio Berlusconi fu davvero l’uomo nuovo, il futuro comune che era in grado di disegnare era davvero convincente. Il frame chiave, cioè il contenuto fondamentale, l’idea centrale del discorso berlusconiano, era l’Italia più leggera. Alleggerita dal peso delle tasse e di una politica burocratica, distante, incapace di parlare come le persone normali. Alleggerita perché fiduciosa, sorridente, colloquiale persino, come i programmi Mediaset. Alleggerita dai meccanismi paludati e oscuri dentro i quali era piombata. Gli italiani, con meno fiducia nei confronti dei politici di professione, si sentivano in grado di mettersi in piedi e di camminare da soli. I professionisti, i cittadini competenti, capaci, nuovi, già esistevano. Bastava dare loro la parola. Il dibattito Berlusconi-Occhetto fu l’incarnazione di questo paese qua, a suo agio, sicuro, rinnovato, messo di fronte alla personificazione d’un passato dal quale era arrivato il momento di liberarsi.
Da quel momento in poi la narrazione berlusconiana ha rappresentato l’unico convincente racconto dell’Italia. Non ce n’è stato un altro altrettanto in grado di cogliere i segnali, le aspettative, le speranze e le paure degli italiani contemporanei. Berlusconi non parlava solo alla pancia, parlava al cuore.

Nel tempo, però, qualcosa è cambiato. L’uomo nuovo, dopo essere sceso in campo, come un attaccante che mette la palla in goal, non riesce più a segnare in maniera così spettacolare, non è più Platini, ma perde brillantezza, è più affannato, più stanco. Una punta con meno fiato.
La narrazione berlusconiana continua, però, su due livelli; il piano della seduzione, di cui il Silvio tombeur de femmes è una perfetta declinazione, e quello della leggerezza, del meno tasse per tutti, della rivoluzione liberale. Rialzati Italia, il claim della campagna 2008, è una rappresentazione linguistica perfetta dell’eroe che, di nuovo, prende per mano il paese, lo incoraggia, ne riconosce le qualità mortificate dagli altri, lo alleggerisce del carico fiscale e culture (le tasse, un certa morale di sinistra del governo Prodi). Tutto funziona, ma tutto è meno brillante: non c’è più né la novità né un futuro davvero convincente verso il quale andare.

Nel frattempo, infatti, l’Italia è cambiata di nuovo, sono cambiati gli italiani, l’immaginario collettivo ha mutato forme e contenuti. Ci sono uomini, nella società, ancora più nuovi, ai quali nessuno, se non in maniera sporadica e stentata, da voce e che non si riconoscono più nei mantra linguistici dei padri, ormai abusati. Berlusconi è diventato, come è naturale, un pezzo di politica, sta dentro le logiche della politica, è a tutto tondo uomo politico. Sono, cioè, cadute le due colonne comunicative più convincenti della narrazione del Premier. Se Berlusconi ha rappresentato l’Italia che voleva diventare più leggera e che poteva farcela, oggi incarna il Paese che invece non ce l’ha fatta, che è invecchiato, che sta ancora davanti alla tv mentre i figli navigano, e navigano e navigano ancora.

Lo slancio rivoluzionario si è trasformato nell’esatto opposto: la difesa un po’ incattivita, fino all’ultimo, di cui sono aggressivi alfieri tutti gli uomini e le donne che fanno quadrato intorno al premier, in primis Daniela Santanchè. L’aggressività viscerale della Santanchè è l’emblema di una narrazione capovolta: non c’è più spazio per la leggerezza, per l’ironia delle barzellette se si risponde ad una battuta televisiva col dito medio alzato, in segno di spregio per la comicità. Non c’è più spazio per la seduzione se ogni risposta è gracchiante, urlata, se non c’è più il fascino persino intellettuale del dialogo. La storia d’amore con gli italiani si trasforma, così, davvero, in una storia di solo sesso, dal cuore si passa esclusivamente a sollecitare le viscere.

Il frame chiave del discorso berlusconiano, oggi, è il complotto, l’idea che alcuni poteri oscuri stiano tramando alle spalle del Premier il quale dovrebbe, ancora, essere luminoso, trasparente, cristallino. È in questa ottica che, infatti, gli alfieri della difesa ad oltranza raccontano la famosa telefonata alla Questura di Milano: come un atto di prossimità, di complicità persino, un gesto di completa trasparenza e chiarezza. Ma il racconto con regge più perché Silvio è, invece, nell’immaginario collettivo dentro i giochi oscuri della politica, dentro le dinamiche di palazzo che tanto ancora spregia ma che magistralmente conduce.

Il tentativo messo in atto in extremis di tornare a governare l’agenda attraverso la lettera inviata al Corsera e inerente temi squisitamente economici e politici, si è rivelato un boomerang. Inadatta sia a dettare priorità e contenuti, sia a veicolare un’immagine brillante e carismatica del Premier, la lettera è sembrata una reazione dell’ultimo minuto. Ma chi vince non reagisce, non rincorre, al contrario segna la via.
Il problema è che l’opposizione non ha capito la direzione del declino comunicativo di Berlusconi, preferisce usare armi inadatte a vincere la battaglia. Se, infatti, l’attacco è condotto a suon di signorine discinte e tette-e-culi, il piano narrativo resta quello del seduttore, stanco, certo, ma seduttore. Resta in piedi, seppur appesantita dagli anni, l’immagine descritta da una poco credibile Nadia Macrì: <Al telefono ho detto pronto e lui mi ha risposto: sono il sogno degli italiani>.

La battaglia comunicativa, oggi, è una partita aperta. Ma le armi dell’opposizione sono spuntate, perché nessuno, meno di tutti Vendola, sa parlare all’uomo nuovo e sa dire in una frase come sarà l’Italia tra dieci anni. La narrazione vincente si costruisce a partire da questa domanda, cui oggi, Silvio non sa dare più risposta.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

6 Responses to “Berlusconi, in principio fu l’uomo ‘nuovo’…”

  1. Nicola R scrive:

    Concordo su tutto. Veramente il miglior articolo sulla parabola di Berlusconi che abbia letto finora.
    Una boccata d’aria pulita in mezzo alle schifezze dei giornali di sinistra e alle favole di alcuni di quelli di destra.
    Su una cosa soltanto vorrei esprimere perplessità: spostare l’attenzione sui temi economici non è sbagliato. E potrebbe fargli recuperare qualcosa.
    A BDV e agli amici liberali che (ahimè) sostengono il FLI, lancio un appello affinchè, invece di criticare SB per la lettera al Corriere, lo invitino a dar seguito a ciò che ha detto. A costo di votare a favore di qualche iniziativa, se dovesse essere veramente conseguente a ciò che ha proposto.

  2. Michele Dubini scrive:

    Condivido l’articolo, però vorrei fare un piccolo appunto (che può tranquillamente non essere condiviso); sono totalmente d’accordo sulla spiegazione del “perché” B. abbia fatto così tanta breccia nella massa elettorale da far sì che buona parte di essa lo abbia praticamente elevato a modello di vita.

    L’operazione però è stata tutta a livello marketing; altro che spirito del ’94! Parliamo di un signore che già nel ’94 era – in pratica – un monopolista (quindi anti-liberale) e che aveva bisogno di entrare a Palazzo Chigi per non essere strozzato da debiti e bancarotta (non lo dico io, lo dice Confalonieri). Certo, si potrà dire che egli su un “piazzista sincero, così bugiardo da credere nelle sue bugie”, ma non cambia la sostanza. Fu tutto un grande marketing elettorale.

    Oggi non sa più trovare le parole adatte (complici diciotto anni fallimentari, a livello concreto) per fare breccia negli indecisi. Ha perso smalto, brillantezza. Come un venditore di enciclopedie di bassa qualità (ovviamente a parole sono le migliori) degli anni’50 catapultato nel 2011, per intenderci.

  3. enzo51 scrive:

    L’articolo non è cervellotico ma fotografa impietosamente l’esistente legato ad un uomo che tante speranze aveva suscitato negli italiani.
    Ora che i “venti di rivolta” stanno lambendo anche gli italici lidi ecco che il nostro recepisce in pieno le preoccupazioni di quel Gentiluomo che è il Capo dello Stato e inventa,ipso facto,un rilancio dell’economia che ,ai più,suona come “l’ultima ridotta della Cancelleria”.
    Il politico è finito ma anche l’uomo è finito:farebbe bene a mollare e chiedere asilo politico o a Putin o a Gheddafi( se sarà ancora in cassetta!).

  4. enzo51 scrive:

    Gli italiani saranno ben lieti di offrire una via di fuga anche ai tanti berluscones che hanno procurato più guasti e danni del loro capo:penso ad esempio ad una flotta di navi che li portasse lontano in lidi più consoni al loro modo di intendere la vita.

    Oppure seguire il Faraone seppellito con le sue concubine e i suoi dignitari quando il Buon Dio metterà fine alla sua vita terrena.

    Amen.

  5. MAFIE VERGOGNE D’ITALIA

    Ma tutti questi inviati speciali residenti o meno in America e all’estero, ma dove vivono ??
    Io personalmente per ragioni di lavoro ho vissuto all’estero, almeno 3 – 4 mesi tutti gli anni per oltre trent’anni.
    Attualmente ho un figlio, ingegnere del Politecnico di Milano che da 15 anni vive in U.S.A. , è anche cittadino americano e naturalmente frequenta molti italiani oltre una nutrita comunità internazionale.
    Per questo dei miei 2 mesi che passo in genere all’estero durante l’anno , essendo in pensione, trascorro un mese ogni anno negli U.S.A. da 15 anni.
    Vi assicuro, e mio figlio americano me lo conferma, che i problemi dell’Italia che preoccupano il Mondo ( e di cui noi Italiani dobbiamo vergognarci ) sono quelli delle nostre mafie che non smettono di esistere e di diffondersi partendo purtroppo sempre dal nostro disastrato Sud che pare non abbia limiti ne numerici ne temporali nella produzione di questa infamia.
    E’ singolare che uomini di cultura, giornalisti, scrittori ed ” Eminenze varie ” non abbiano sussulti di vergogna alla notizia che ancora oggi arrestano centinaia di persone, e altre migliaia siano indagate negli Stati Uniti, in Germania, nel Mondo e anche nell’Italia del Nord, ( grazie anche alla infame legge del soggiorno obbligato ) e praticamente tutti di origine Italiota.
    Anzi il giorno dopo le grandi retate dei mafiosi a New York di questo gennaio 2011, ho potuto leggere sui giornali e cogliere in alcune televisioni titoli del tipo: ” le famiglie italiane comandano ancora in America – le mafie italiane dominano ancora ” , titoli che mi paiono inconsciamente e incoscientemente trasudare malcelato orgoglio e rivalsa di popoli incapaci di emergere altrimenti. Il messaggio subliminale sottointeso è gravissimo e da pochissimi combattuto e stroncato.
    Perché quelli che hanno vissuto all’estero del loro lavoro, o operato con loro aziende in loco, come il sottoscritto, sanno perfettamente che le sofferenze maggiori delle comunità italiane derivano da questa infamia: le mafie italiane diffuse nel Mondo, oltre che in Italia.
    Il nostro Maroni e le varie polizie del Mondo imprigionano ogni anno migliaia di queste persone immonde, ma pare che la capacità produttiva ed espansiva di queste organizzazioni sia continuamente capace di sostituire i delinquenti arrestati con nuovi delinquenti in lista d’attesa.
    E’ una situazione sconvolgente ma i nostri giornalisti e le nostre Rai TV si buttano sulle serate allegre di Berlusconi. Silenzio assoluto invece sul comportamento pusillanime di Scalfaro, Ciampi, Amato, Conso e Mancini che hanno tolto il 41 bis a 300 mafiosi con un atto di codardia in tempo di guerra alle Mafie.
    C’è da essere sconfortati e depressi, e vien voglia di andar via da questo Paese.

    Tanti saluti Carletto Bianchi – Lissone
    febbraio 2011

  6. Anch’io la penso esattamente come Michele Dubini.
    A me non è mai parso come l’uomo nuovo ma anzi come l’anti-liberale che “mi” ha “rubato”, in tempi diversi, Pannella, Fini, tutti quei politici nei quali credevo fino allo stesso Della Vedova.

    Ma le belle parole di quest’articolo di Benedetto possono essere importanti per parlare a quella larga fascia di elettori PDL che davvero ci credevano, all’inizio, in Berlusconi.

    Insomma mi auguro che le parole di Della Vedova arrivino a tutti gli elettori PDL che appartengono ad una terza categoria rispetto a coloro che hanno meri interessi di bottega e a quelli chiaramente lobotomizzati.

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