– In un recente volume pubblicato da Il Mulino, La Repubblica dei Media, Carlo Marletti, professore emerito dell’Università di Torino, tra i primi studiosi italiani a occuparsi di comunicazione politica, allievo di Norberto Bobbio, certo non sospettabile di simpatie berlusconiane, ha mostrato con efficacia come la comunicazione politica “autoreferenziale”, di basso profilo e volta al disinnesco delle tensioni, tipica della democrazia “acefala” (per dirla con Weber), consensuale o ancora meglio “negoziale” dei primi quarantacinque anni della storia repubblicana, nulla abbia potuto nei primi anni Novanta, all’esplodere di Tangentopoli, contro la crescente mediatizzazione della politica, avviata negli anni Ottanta dietro la spinta di profondi mutamenti sociali, economici e tecnologici non colti e capiti da una classe politica conservatrice.

Sempre Marletti mette l’accento sull’incapacità di comprendere il fenomeno Berlusconi, le sue relazioni profonde con la modernizzazione del paese, una modernizzazione non gestita da una classe politica miope (si pensi solo al settore radiotelevisivo e delle frequenze) e per questo avvenuta spesso in modo sregolato (e di questo Berlusconi ha saputo ampiamente approfittare).  Sul piano della comunicazione non vi è dubbio che Berlusconi, rompendo schemi antichi e non più efficaci, abbia introdotto strategie e stili profondamente innovativi, così come non vi è dubbio che i suoi avversari abbiano stentato a comprendere appieno la portata di queste innovazioni, troppo spesso stigmatizzandone l’aspetto “eccezionale” legato allo specifico fenomeno “Berlusconi”, senza coglierne l’aspetto modernizzante e legato a processi più ampi che già avevano avuto luogo al di fuori dei nostri confini.

“La sinistra – ha scritto sempre Marletti in relazione alle legislative del 1994 – era del tutto impreparata ad affrontare lo scontro con una simile armata. Non disponeva dei capitali di Berlusconi, è vero. Ma l’idea che i suoi dirigenti si facevano della conduzione di una campagna politica in una democrazia mediatizzata era a dir poco arcaica”. E come nella guerra lampo che aveva portato all’aggiramento della linea Maginot da parte dei tedeschi, anche in questo caso “una tecnologia più evoluta aveva sbaragliato una tecnologia inferiore e obsoleta”.

Il libro di Marletti e queste riflessioni mi sono tornate alla mente leggendo la lettera di Silvio Berlusconi al Corriere della Sera, anche alla luce di alcune esternazioni dei giorni scorsi. Ecco, di nuovo, pur “azzoppato” dalle note vicende di queste settimane, Berlusconi cerca di imporsi come un protagonista, come colui dal quale non si può prescindere, come un leader che rilancia una iniziativa di governo, di accordo, di ripresa. Tutto fumo? Ahinoi, sì.  La promessa della rivoluzione liberale oggi non appare più molto credibile se pronunciata da lui. Ed è ineccepibile la critica che, punto per punto, gli avanza Benedetto della Vedova su Libertiamo, e condivisibile la sua conclusione: too little, too late.

Eppure… Eppure, se lo scarto tra la parola e la realtà – che a molti di noi appare così evidente – non produce una consistente disaffezione tra i suoi potenziali elettori, è perché, da un lato, Berlusconi sa ancora parlare con efficacia ai grandi numeri, sa ancora cogliere gli umori profondi del paese; dall’altro, perché mancano imprenditori politici in grado di proporre una narrazione alternativa, di delineare un orizzonte diverso, un progetto convincente che non sia “qualunque altra cosa senza Berlusconi”. Nell’intervento sul Corriere della Sera il Presidente del Consiglio si erge a paladino dei contribuenti contro l’ingiusta tassa patrimoniale (che in realtà nessun partito ha proposto), rilancia le parole d’ordine dello sviluppo economico in un contesto di maggiore libertà, individua una strada per raggiungere i suoi obiettivi, un accordo bipartisan con il leader del Pd, che “ha la cultura pragmatica dell’emiliano”. Promesse da marinaio, un appello che tutti sanno che non potrà mai essere accolto …

Eppure… Eppure non bisogna sottovalutare l’impatto (soprattutto di ri-mobilitazione) che questa ennesima trovata di Berlusconi può avere nel suo elettorato. Non bisogna sottovalutarlo perché agli elettori del centrodestra, in generale agli elettori di questo paese, nessuno sta proponendo un’alternativa credibile; anzi nessuno (a parte i “populisti” alla Di Pietro che titillano semplicemente i peggiori istinti in circolazione) sta davvero parlando al Paese, all’opinione pubblica. Nessuno si preoccupa di comunicare in modo convincente ed efficace che esiste una strada diversa dal berlusconismo, ma una strada dai contorni nitidi e precisi. E allora l’elettore confuso si rifugia in un consolatorio autoinganno e continua a credere alle promesse per troppi anni non mantenute, perché l’alternativa non prende forma e può pure apparire un pericoloso caos.

Su un punto non sono d’accordo con l’analisi di Benedetto Della Vedova. “Se sei al Governo non conta cosa predichi, ma cosa pratichi”.  Beh, non è proprio così. Nell’età delle “campagne permanenti” chi è al governo si trova in ogni momento a dover promuovere e presentare nel migliore dei modi ciò che fa e che ha fatto, o che dice di fare e di avere fatto e l’opposizione per essere efficace deve essere in grado di proporre una contro-narrazione plausibile,  che tragga la propria forza da argomenti e richiami che siano in sintonia con gli interessi, le speranze e i timori delle persone. Ma oggi vediamo prevalere, tra chi vorrebbe sconfiggere Berlusconi, strategie e linguaggi che non riescono ad entrare in sintonia con l’elettorato.

Se osserviamo, infatti, la comunicazione prodotta all’interno del vasto ed eterogeneo universo antiberlusconiano, ci rendiamo conto che ancora sopravvivono quei meccanismi comunicativi propri della Prima Repubblica, messaggi non molto chiari, talvolta un po’ surreali, spesso non rivolti all’opinione pubblica ma “a suocera perché nuora intenda”. Si prenda l’intervista di Massimo D’Alema a Repubblica. D’Alema propone una union sacrée di tutte le forze di opposizione, sostenendo che un governo di emergenza così fondato dovrebbe funzionare “perché la situazione precipita” (sic!); non perché come leader politico ha individuato una via di uscita, non perché si siano individuati i presupposti per una concreta alternativa, ma perché le cose vanno male … surreale, appunto.

Ancor più rivelatore della incapacità dei tanti esponenti politici di oggi di concepire il proprio ruolo come un ruolo di guida (e non di semplice negoziazione), è la proposta di D’Alema di fare di questo governo di emergenza un governo costituente, che si presenti come tale agli elettori, ma senza un progetto preciso! E ha mille volte ragione Giovanni Guzzetta quando sostiene che un referendum sulla forma di governo dovrebbe essere fatto contestualmente alle elezioni e non dopo (come propone D’Alema), quando probabilmente tutte le forze in campo, una volta comodamente sistemate nelle proprie posizioni di potere,  non riuscirebbero a mettersi d’accordo praticamente su nulla. E anche all’interno del Terzo Polo i messaggi inviati appaiono molto confusi, nessuno ha chiarito gli obiettivi di questa nuova formazione e anche di fronte all’uscita di D’Alema abbiamo ascoltato reazioni divergenti e molto “primorepubblicane”, adatte ai segnali di fumo tra insider della classe politica, ma non ad essere né comprese, né assorbite e condivise dal grande pubblico.

Ancor più esemplificativa è l’intervista che Pierferdinando Casini ha dato tre settimane fa al Corriere della Sera, dalla quale non emerge alcuna visione sistemica, alcun progetto per il futuro e la cui lettura stordisce come può stordire una giostra al luna park; e sorprendente è come l’”imprinting” della Prima Repubblica faccia risuonare come normali ed accettabili affermazioni come queste (relative al Terzo Polo): “Oggi è  un cartello elettorale in cui ciascuno sta secondo la sua individualità e la sua sensibilità. E’ chiaro che al momento giusto faremo una proposta chiara, lineare, definita per i governo del Paese”. Al momento giusto? E quando sarà il momento giusto? E quali saranno i contenuti di questa proposta chiara? E’ evidente che l’elettore di fronte a ciò non può che rimanere, nel migliore dei casi, perplesso e diffidente.

In conclusione, si può continuare a gridare con tutta la voce che si ha in corpo contro gli errori e gli orrori del berlusconismo, li si può raccontare e illustrare nei minimi dettagli, ma fino a che nessuno si assumerà la responsabilità di parlare al Paese, magari non soltanto dalle pagine dei quotidiani più blasonati, per raccontare il proprio progetto, interrogandosi sui timori e sui bisogni dei cittadini e su come dare loro una forma che sia compatibile con lo sviluppo di una grande democrazia liberale, fino a che si continuerà a pensare che la via d’uscita dal berlusconismo stia in qualche manovra di palazzo più o meno nobilitata dall’obiettivo della “liberazione” e dell’”unione” delle forze del ‘bene’  e non ci si porrà il problema di  come costruire il consenso in una società molto più moderna e complessa della sua classe politica, allora si sarà  destinati o alla sconfitta (nei confronti di Berlusconi) o – una volta rovesciato il ‘tiranno’ – all’inconcludenza politica. All’opposizione oggi non mancano le televisioni. Manca il coraggio della leadership.