Appunti dall’Estonia, dalla crisi a benchmark europeo

 – “Un piccolo passo per l’Euro, un grande passo per l’Estonia”.

Così ha commentato il primo ministro Estone Andrus Ansip quando, il 1° Gennaio scorso, ha per la prima volta ritirato degli Euro da un bancomat di Tallinn. Ed è difficile dargli torto.

Si, In barba alla crisi della moneta unica e alle incertezze sul suo futuro, il primo gennaio scorso l’Estonia è diventata il 17° membro dell’Eurozona e la prima ex Repubblica Sovietica ad entrare nell’Eurogruppo. Questo non è il solo traguardo raggiunto negli scorsi mesi dal piccolo stato baltico che è anche entrato a far parte dell’OCSE (il 9 Dicembre 2010) e la cui capitale, Tallinn, è anche diventata capitale europea della cultura 2011.

Per gli Estoni, questa serie ravvicinata di avvenimenti è storicamente significativa perché marca il loro essere parte integrante del sistema occidentale, finalmente al sicuro dall’influenza colonizzatrice di Mosca. Ed è proprio questo senso di “duty” storica che sta dietro l’entusiasmo con quale il governo e la popolazione – la cui maggioranza a dicembre approvava con forza l’adesione – hanno eseguito ed accettato le riforme necessarie per rientrare nei parametri dell’euro.

Entrando quest’anno nell’euro, il governo Estone è riuscito a contraddire la maggior parte degli analisti (incluso Paul Krugman) facendo diminuire con successo il livello di spesa pubblica dal 10,4% del PIL per anno (nel bel mezzo della crisi finanziaria) al 2,4%, entro il limite consentito dal Trattato di Maastricht del 3%. Una vera impresa titanica, che ha richiesto sacrifici enormi da parte della popolazione e dell’economia Estone che si sono trovati a fronteggiare tagli feroci della spesa pubblica all’apice della crisi finanziaria.

Ma facciamo un passo indietro.

I paesi baltici, seppur diversi l’uno dall’altro, sono considerati un successo per ciò che riguarda il “nation-building” e lo sviluppo economico. Infatti, nel giro di pochissimi anni, da piccole Repubbliche Sovietiche si sono trasformate in stati democratici (nonostante i dubbi su come vengono trattate le minoranze russe, ma questa è un’altra storia…) con sistemi istituzionali solidi. In Estonia, questo sistema in combinazione con un regolazione “leggera”, una politica monetaria credibile ed una “flat tax” attraente per gli investitori, ha fatto da volano per la crescita economica che tra l’inizio delle riforme ed il 2007 è stata in media del 5% di PIL annuo (con punte nel 2005 e 2006 di 11% e 10%). Questa crescita fortissima ed un debito pubblico irrisorio (pensate, nel 2009 solo il 7,4% del PIL contro il nostro 115%) garantivano all’Estonia un’entrata senza problemi nel club dell’Euro.

Almeno fino alla crisi.

Il boom economico Estone era basato su un afflusso costante di capitali esteri verso il paese in virtù sia delle condizioni fiscali e di regolazione che di una fiducia nei mercati nelle prospettive future. Questa fiducia però ha creato le basi per una bolla speculativa edilizia e per l’aumento spropositato del debito privato (contratto soprattutto in Euro e altre valute estere piuttosto che in quella locale).

E come purtroppo spesso avviene, dall’oggi all’indomani tutto il castello è venuto giù. La bolla speculativa estone è esplosa nel 2007 (proprio come quella Britannica) quando (anche per via di mutui “troppo facili” concessi dalle banche dell’Europa occidentale) un terzo dei compratori hanno iniziato ad avere difficoltà con i pagamenti dei loro mutui, inoltre il livello di inflazione è salito quasi al 18% e i prezzi di nuove proprietà sono diminuiti di quasi il 20% rispetto all’anno prima (questa crisi è comunque marginalmente più leggera di quella che ha colpito il resto dei paesi baltici).

A tutto questo si è aggiunto, nel 2008, una riduzione considerevole del livello di investimenti stranieri diretti nel paese che hanno stroncato la crescita del PIL (che è infatti diminuito del 14,1% nel 2009) e innalzato il numero di disoccupati (che ha raggiunto quasi il 20% nel 2009). La diminuzione del PIL ed alcune misure prese dal governo hanno fatto si che il deficit pubblico rispetto al PIL arrivasse al 10,4%, quindi ben al di fuori dei criteri di Maastricht.

A questo il governo ha risposto con un programma di “austerity” finanziaria che ha riportato i parametri al livello giusto in un solo anno. Questa azione così decisiva ha dimostrato grande coraggio politico del governo ed capacità di sacrificio della popolazione Estone che ha visto i suoi stipendi diminuire e la pressione fiscale aumentare.

Oggi sappiamo che questi sacrifici hanno pagato.

Nel 2011, a soli 4 anni dall’inizio della crisi, l’entrata nell’Euro è stata raggiunta, l’economia cresce di nuovo (la maggior parte degli istituti di ricerca predicono una crescita del 4,2% per il 2011 e il raggiungimento del livello del PIL del 2005 nel 2012), il livello di disoccupazione scende ed il rating è salito da A- ad A. I governi dell’Europa occidentale dovrebbero forse prendere qualche appunto.

Tornando all’Euro è interessante chiedersi cosa – a parte le considerazioni storiche – guadagneranno gli Estoni e la loro economia entrando nell’euro.

Questo è presto detto.

L’economia Estone è legata a doppio filo con quella dei paesi dell’area Euro, che rimangono i suoi principali partner commerciali e dai quali provengono la maggior parte degli investimenti nel paese. L’entrata nell’Euro potrà quindi aumentare sia gli scambi che gli investimenti , accelerando così la sua uscita dalla crisi e rendendo più roseo il suo futuro economico. Inoltre, visto che la maggior parte dei mutui e dei prestiti nel paese sono già contratti in Euro, l’entrata nella moneta unica darà più stabilità sia alle banche creditrici che ai loro clienti rafforzando così anche il mercato finanziario del paese.

E dopo un mese arrivano i primi dati che confermano come la ripresa economica Estone vada forte e l’entrata nell’euro non abbia “depresso” i consumi come invece accadde in Slovacchia (dove nei primi due mesi dopo l’entrata nell’eurozona i consumi scesero del 6% e del 14%). I dati per Gennaio 2011 della vendita al dettaglio hanno fatto registrare una crescita (seppur minima) che ha dato fiducia ulteriore agli operatori del mercato.

Rimane una sola domanda da porsi. Cosa vuol dire per l’Eurozona l’entrata dell’Estonia?

Per rispondere a questa domanda non possiamo non partire dal fatto che l’economia Estone, con un PIL di 14 Miliardi di Euro (0,2% del PIL totale dell’Eurozona) è più grande della sola Malta all’interno del gruppo. È chiaro che dal punto di vista finanziario cambia relativamente poco.

Allo stesso tempo però l’Estonia, grazie alla sua politica di austerity finanziaria, scalza il Lussemburgo come paese più ligio alle regole di Maastricht e si pone come esempio da seguire. Inoltre, lancia anche un messaggio forte ai mercati finanziari, dicendo che anche paesi fiscalmente solidi continuano ad avere fiducia nell’Eurozona. Purtroppo però, proprio all’inizio di Gennaio, la Polonia ha comunicato che per ora non entrerà nell’Euro diminuendo così il “feel good effect” dell’ingresso Estone.

Estonia o non Estonia, l’Euro rimane imbrigliato nella sua crisi esistenziale ma forse siamo un tantino più vicini alla soluzione.


Autore: Edoardo Troina

Catanese, 23 anni. Laureato alla Royal Holloway University of London, in Politica e Relazioni Internazionali. Dopo varie esperienze di lavoro presso il Parlamento inglese, la Commissione e il Parlamento Europei è, attualmente, presso la Beijing International Studies University a Pechino dove studia cinese mandarino come vincitore di una borsa di studio del Governo Cinese.

3 Responses to “Appunti dall’Estonia, dalla crisi a benchmark europeo”

  1. Pietro M. scrive:

    Purtroppo per gli estoni 2.4% non è la spesa pubblica ma il deficit. :-)

    Bell’articolo.

  2. Edoardo Troina scrive:

    Caro Pietro grazie del commento. Trovo comunque incredibile e mi rende felice che ci siano paesi come l’Estonia il cui debito publico totale, pur non essendo 2,4%, non supera il 10% del loro PIL (nel caso Estone siamo intorno al 7%).

    In sostanza, almeno per altri c’è speranza!

    a presto,

    Edoardo

  3. Pietro M. scrive:

    Sì, in piccoli paesi aperti la politica o è intelligente o il paese muore subito, sono i paesi grandi come l’Italia che ci mettono decenni per crepare e dunque sono senza speranza perché faranno la fine della rane nell’acqua che bolle: se ci finiscono che è già bollente saltano via e si salvano, se ci finiscono che è fredda e si sta riscaldando lentamente rimangono a lessare.

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