– Il 2011 ha segnato l’inizio della presidenza ungherese dell’Unione Europea. Per una durata di sei mesi la Repubblica ungherese, membro dal 2004 dell’UE e dal 2007 dell’area Schengen, guiderà l’Europa a 27. Tra i suoi obiettivi, questioni importanti come l’integrazione dei rom, il rafforzamento delle relazioni dell’UE con sei repubbliche ex sovietiche nell’ambito della “Eastern Partnership Initiative”, la valorizzazione della diversità culturale come collante europeo.

Il 2011 si è aperto anche con l’entrata in vigore della legge ungherese, che ha legalizzato la censura ad opera governativa. L’Autorità nazionale sulle comunicazioni e sui mezzi d’informazione, composta da cinque membri di nomina governativa (scelti discrezionalmente dal partito conservatore al potere, la Fidesz) dovrà giudicare e sanzionare i mezzi radiotelevisivi responsabili della diffusione di contenuti contrari all’interesse pubblico, alla morale comune e all’ordine nazionale. Una vera legge bavaglio per silenziare il dissenso e spianare la strada alla propaganda di regime.

In Ungheria i casi di abusi e violenze da parte delle autorità di polizia, soprattutto nei confronti dei rom, sono frequenti. Del 2004 la sentenza della Corte europea dei diritti umani che condannava l’Ungheria a cospicui risarcimenti verso un cittadino di origine rom per aver violato il divieto di trattamenti inumani e degradanti sancito dalla Convenzione Europea. 
L’appello di Adam Michnik e Vaclav Havel contro la legge censura è rimasto ad oggi inascoltato. Il Parlamento europeo ha accolto tra le proteste il premier magiaro Viktor Orban, che ha affermato a chiare lettere che la nazione ungherese non accetta lezioni sulla democrazia. E in nome della nazione la presidenza magiara ha rivestito il pavimento del Palazzo sede del Consiglio europeo con un enorme tappeto illustrativo della grandezza dell’Impero austroungarico. 


Eppure democrazia e libertà sono i “principi costituzionali” dell’edificio europeo. Già sanciti dal Trattato istitutivo, essi sono ribaditi nella Carta dei diritti fondamentali divenuta “diritto vigente” in ogni Stato membro con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.
A differenza di altri sistemi regionali, l’UE possiede strumenti concreti per indurre i Paesi membri al rispetto dei diritti umani. L’articolo 7 del Trattato disciplina la procedura con cui il Consiglio può dapprima “constatare” e poi “accertare” la violazione grave dei valori fondamentali dell’UE.

Lo Stato interessato può presentare proprie osservazioni, dopodiché il Consiglio a maggioranza qualificata può decretare la sospensione di alcuni diritti di membership. Tali misure possono essere nel tempo modificate o revocate a seconda dell’evoluzione della situazione reale. Un meccanismo di tutela dei diritti umani, dunque, avanzato e flessibile. Eppure finora il ricorso a tale procedura è stato paventato soltanto una volta nei confronti dell’Austria per scongiurare nel 2000 l’ingresso dei nazionalisti di Haider nel governo.

Ad appena vent’anni dalla caduta del comunismo vi è il rischio che un governo forte dei due terzi dei seggi parlamentari subisca un’involuzione antidemocratica col beneplacito di quella Europa, che, come ha detto il Premio Nobel Orhan Pamuk, “non fa più sognare”. 
L’Unione Europea, storica culla del liberalismo, si gioca la sua credibilità anche su questo fronte. Se le Nazioni Unite sono tenute sempre di più sotto scacco da regimi autoritari e intolleranti, l’UE non deve cedere neppure un millimetro alla politica dell’appeasement sornione e, in fondo, complice. Occorre preservare la “moral clarity” su cui si fonda la stessa identità europea. Solo così la Patria europea potrà vincere la sfida dei nazionalismi e degli integralismi. Dimostrando che in materia di diritti umani non esiste una politica dei doppi standard (a seconda che si tratti di Paesi membri o terzi), e che i trattati internazionali non sono mere dichiarazioni di propositi, ma assunzione diretta di responsabilità.