L’università migliora se l’economia si sveglia. Se no, ogni riforma è (quasi) inutile.

– La teoria del valor impositus asseriva che il valore della moneta derivasse da una decisione del sovrano. Un analogo valore sembra avere oggi il titolo di studio, che assicura per legge migliori carriere e maggiori salari a chi ha il “pezzo di carta”. È il trionfo della forma sulla sostanza: la forma del suggello statale sulla sostanza del capitale umano.

Per molti, il valore legale del titolo di studio è il motivo per cui il sistema universitario italiano fatica ad avere atenei di qualità. Crea infatti incentivi perversi per quanti chiedono e offrono un titolo di uguale valore a un prezzo (di impegno) inferiore. Temo che però non sia questa la ragione di fondo delle difficoltà dell’università italiana.

In realtà i laureati italiani sono di buona qualità, ed è solo la ricerca che sembra non essere all’altezza: nelle mie esperienze all’estero non ho mai avuto l’impressione che le università europee fossero popolate da studenti migliori di quelli italiani. Almeno se si escludono i super-PhD che ci sono negli USA, l’università italiana già oggi produce laureati di qualità.

Per quanto si possa considerare assurdo il valor impositus, è dunque improbabile che l’eliminazione del valore legale del titolo di studio possa portare ad un circolo virtuoso che rivoluzioni il mercato universitario. Forse ridurrebbe il numero degli studenti, ma non aumenterebbe la domanda di professionisti da parte del sistema economico, né i contatti tra università e industria che potrebbero incentivare, guidare e finanziare la ricerca verso finalità di progresso economico e sociale.

La mia impressione è che – caratterizzato com’è da imprese di piccole dimensioni, che non investono in ricerca e sviluppo e sono indietro rispetto alle frontiere più avanzate dell’evoluzione tecnologica – il sistema produttivo dei laureati non sappia che farsene. Non parlo di lauree esoteriche: vale anche per ingegneria. Le aziende non hanno una domanda sufficiente di talenti per assumere l’output dell’università e impiegarlo in attività altamente qualificate. I laureati sono una risorsa sottoutilizzata perché mancano quei lavori “high-tech” in cui potrebbero essere impiegati. L’economia italiana, in realtà, non vuole laureati, e chi vuole fare lavori altamente qualificati deve andare all’estero.

Non c’è da aspettarsi che la sola eliminazione del valore legale del titolo di studio o altre riforme, come quella recentemente approvata, che modificano la governance degli atenei, possano attivare un circolo virtuoso per cui la maggiore domanda di laureati stimoli le università a produrne di nuovi e di migliori, facendo così – a propria volta – crescere e prosperare le aziende.

La riforma dell’università deve partire da una domanda: a che serve l’università per la società? L’università deve educare talenti in grado di affrontare e risolvere problemi complessi e far progredire le conoscenze. Come per tutti i servizi, c’è una domanda, e c’è un’offerta: l’università già oggi offre professionisti di qualità, anche se la ricerca è debole e poco fruibile industrialmente, ma è la domanda ad essere scarsa.

Una riforma dell’università, che cerchi di cambiare le cose cambiando l’università, è probabilmente destinata a fallire. Ma una riforma del Paese che lo faccia uscire dal letargo economico non tarderà ad attivare un circolo virtuoso creando posti di lavoro hi-tech per i laureati e maggiori sinergie tra università e aziende.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

6 Responses to “L’università migliora se l’economia si sveglia. Se no, ogni riforma è (quasi) inutile.”

  1. sono sostanzialmente d’accordo con l’articolo.

    io aggiungere però alcune notazioni con cui l’autore probabilmente NON sarà d’accordo:

    1) nella situazione attuale l’unico modo veloce per aumentare l’high tech e sperare di assorbire non solo l’eccesso di laureati (almeno quelli tecnologici e scientifici) ma anche di creare prospettive per il futuro è l’investimento pubblico. sia diretto con la creazione di una IRI high tech sia indiretto con, per quanto permetta l’Europa, finanziamenti alle aziende del settore

    2) una rigida separazione tra carriere pubbliche e private. ingegneri,medici,avvocati…. devono sceglier tra lavoro nel pubblico ed attività privata (ciò aprirebbe molto sbocchi a tanti laureati giovani)

    3) prima di abolire il valore legale della laurea andrebbe:
    a) sovvenzionato un capillare sistema di borse di studio che comprenda anche il ceto medio della popolazione e che comprenda anche e soprattutto case dello studente
    b) combatture l’arci potere sclerotico degli albi . istituti parassitari , gerontocratici e parassitari.

    4) interrogarsi se l’alto numero di universitari e laureati non sia un beneficio economico per la società non quantificabile direttamente. Vi sono meno xenofobi, clericali, omofobi , misogini tra chi ha frequentato l’ università rispetto a chi ha un basso titolo studio , specie tra le giovani generazioni(le vecchie hanno pregiudizi più equamente diffusi). E poi tra i dottori si vota anche meno Berlusconi-Lega … vuoi mettere il vantaggio per la società?! ;-)

  2. Pietro M. scrive:

    1) Allo stato attuale lo stato non può permettersi ulteriori spese, deve scendere, non salire, di peso. Qualsiasi sistema pubblico di finanziamento andrebbe a dar soldi a persone ammanicate con il potere e non a chi lo merita: far finta che siano angeli ad allocare risorse aiuta i diavoli ad ottenerle. L’Italia ha uno stato corrotto a tutti i livelli, meno fa, meno si ruba.

    2) A che pro? Riduciamo il potere degli albi e liberalizziamo i settori, ad esempio bloccando la riforma forense in discussione in Parlamento e riprendendo le “lenzuolate” di Bersani. Così si apriranno posti di lavoro, abolendo i monopoli dei servizi locali, e facilitando l’esercizio delle professioni.

    3) Le classi medie già ora possono pagarsi l’università, basta risparmiare meno di diecimila euro l’anno, il costo di una macchina usata, e chi non può faccia ripetizioni o il cameriere nel tempo libero come succede di norma negli USA. Le borse servono ai poveri, non alle classi medie: chi ha i soldi per pagare le tasse ha anche i soldi per pagare le università, e toglierglieli con le tasse per fornire loro borse di studio è una presa in giro. I soldi da qualcuno bisogna prenderli.

    4) Che i laureati abbiano idee più illuminate del volgo mi sembra fattualmente falso: Al Qaeda e le Brigate Rosse hanno o avevano un grande seguito tra i laureati. I fanatici sono quasi sempre degli intellettuali, il fanatismo delle masse è spesso di breve durata, dura il tempo di una caccia alle streghe, quello degli intellettuali può durare tutta una vita. Soprattutto in Italia dove le facoltà, soprattutto umanistiche, producono migliaia di simpatizzanti di dittatori sudamericani l’anno, credo che questa cosa sia falsa.

  3. 1) questo lo si dice da tanto tempo ma poi ogni anno le spese aumentano(sprecando in sciocchezze e parassitismi) dimostrando con i fatti che è un errato modo di proporre la questione. Lo Stato ha possibilità di cambiare capitoli di spesa (pensiamo ai risparmi delle province) producendo, tramite l’investimento in settori di punta, una ricchezza superiore al costo impegnato.
    inoltre, vi sono risorse inutilizzate quali il gettito che potrebbe provenire da una (regolamentazione e) tassazione di prostituzione e droga. Per non parlare della perdita dei benefici fiscali delle chiese , solo quest’ultimi valutabili dai 500 milioni ai 2 milaridi di euro l’anno (a secondo di chi fa il calcolo).
    una quantità dei soldi che permetterebbe , anche al 50% (l’altro per calare il debito), sia l’investimento diretto in iri, sia il rifacimento di faticenti strutture(edilizia scolastica ad esempio).

    2) la presenza di professionisti nelle università e nelle strutture sanitarie è una distorsione del mercato potendo essi appogiarsi su risorse (di vario tipo) pubbliche ai fini della propria attività. I danni vengono pagati soprattutto dai giovani professionisti figli di NN che non dispongono di risorse iniziali (di conoscenze,economiche…) tali da poter competere perdendo in tal modo talenti preziosi.
    visto che si è accennato a Bersani, mi levo un sassolino: il gruppo di Libertiamo accusa apertamente tali lenzuolate di dirigismo (naturlamente io considero tal attegiamento un guardare il dito…)

    3) 10 mila euro di risparmio annuo è una cifra che le classi medie italiane NON hanno! classe media non è quella da centinaia di migliaia di euro l’anno in questo Paese ma la borghesia impiegatizia. I soldi vanno appunto presi da chi li ha: i ceti possidenti che possono permettersi , ad esempio, le università private. Il modello USA è improponibile perchè negli USA le università sono divise nettamente e quelle più prestigiose non sono certamente pagabili facendo il cameriere nel tempo libero(e neanche in tutto il tempo a dire la verità).

    4) ragionamento contradditorio : se AlQaeda fosse valido esempio bisognerebbe dire che allora sono le facoltà tecnologiche ad essere le più inclini al terrorismo ma gli esempi riportati NON sono validi poichè si riferiscono all’Italia di decenni fa e di Paesi stranieri.
    Ma vuoi davvero che ti risponda sull’utilità per un Paese di avere una popolazioen colta e sulla maggiore tolleranza di chi ha studiato?

  4. Pietro M. scrive:

    Scommetto che se faccio un sondaggio all’uscita di una facoltà di sociologia trovi più simpatizzanti delle brigate rosse che al mercato della frutta. Quanti intellettuali italiani hanno passato la vita a giustificare i carriarmati sovietici, le dittature sudamericane, i laogai cinesi? Pochi anni prima e li avremmo trovati che difendevano l’antisemitismo, il nazionalismo, il fascismo.

    Il XX secolo è stato il secolo delle idee assassine: non si può leggere Hoffer, Talmon, Pipes, Conquest, Guolo, Glucksmann, Mises, Benda e altri autori senza convincersi che senza intellettuali non ci sarebbe mai stato il nazismo né il comunismo, si sarebbero evitate dittature e rivoluzioni sanguinarie, e anche il terrorismo sarebbe stato molto minore.

    I laureati non sono xenofobi perché gli immigrati non rubano loro il lavoro. La xenofobia è la falsa coscienza dei propri interessi: se ci fossero intellettuali stranieri a rubare il lavoro a quelli italiani, ci sarebbero innumerevoli appelli per la difesa della cultura nazionale contro l’invasione straniera…

    La xenofobia del popolino è volgare, quella degli intellettuali – che oggi non c’è solo per una contingenza storica – è più raffinata. Ma sempre xenofobia è.

    Il fatto che le ideologie più cretine e assassine siano oggi meno rispettate che in passato dagli intellettuali non rende il problema definitivamente risolto, se non altro perché di giornalisti, scrittori e filosofi che non stigmatizzano il terrorismo o simpatizzano per i dittatori è ancora oggi pieno il Paese.

    Quando la direttiva Bolkenstein rischiava di impoverire gli idraulici francesi e arricchire quelli polacchi, non ci sarà stato qualche intellettuale francese a difendere la cultura francese in nome dell’interesse nazionale? Non so, ma secondo me sì, è facile immaginarlo.

  5. mah, citare “Hoffer, Talmon, Pipes, Conquest, Guolo, Glucksmann, Mises, Benda” e criticare l’intellettuale al contempo è autocastrarsi.

    cmq io non sto affatto contrapponendo l’intellettuale al popolo anzi semmai faccio l’operazione inversa.
    l’aumento della cultura, ottenibile in vario modo ma solitamente tramite la frequenza scolastica, diminuisce il razzismo , l’omofobia e via dicendo. questo è un dato di fatto banalmente visibile.

    l’intellettuale, nella forma che tu critichi, può esistere solo come elemento staccato dalla società e così superiore/sprezzante ad essa che non può ricevere da quest’ultima una opposizione quando la sua filosofia va troppo oltre, diventando stra-elitaria.

    non dar alla popolazione le possibilità di educarsi, significa dare possibilità di manovra all’ intellettuale folle.
    democratizzare la cultura significa impedire deliri di onnipotenza in base a qualche principio che diventa superiore alla restante parte della popolazione perchè l’intellettuale non viene mai escluso dal suo principio ideale (che sia il mercato, il comunismo, gesù cristo) ma viene sempre esclusa una parte della popolazione.
    questa parte della popolazione con adeguata cultura saprà difendersi.

    non è quindi relegare ai margini il popolo decantando le lodi dell’intellettuale bensì dar strumenti intellettuali al popolo.

    per spiegari meglio: è la stessa differenza tra chi vuole risolvere i problemi dell’inquinamento o i “danni collaterali” di qualche tecnologia elimando la tecnologia , e coloro che vogliono risolvere tali problemi aumentando la ricerca.

    mmm…comunque visto le condizioni della politica e dell’economia italiana, i tassi di occupazioni dei laureati in materie umanistiche direi che i simpatizzanti delle BR tra essi sono a livelli infimi.
    anche se non capisco perchè citi sempre le facoltà umanistiche come fonte di possibili terroristi, con lo stesso tipo di ragionamento potrei dirti che il terrorismo italiano è stato fatto soprattutto da rampolli di famiglie-bene oppure potrei chiedere l’abolizione di alcuni sede universitarie o magari tirare in ballo il genere maschile.
    invece la responsabilità è individuale .

  6. Risibile pensare che ci sia ancora chi segue le false e ideologiche dottrine di Einaudi su questa materia. Avete mai pensato di aggiornarvi?

    Comunque almeno nell’articolo si danno anche delle argomentazioni di qualche senso, nel proporre una riflessione sul ruolo dell’istruzione superiore per la società – quindi su contenuti e competenze rilevanti, e consegiuentemente sul tipo di offerta formativa. Questo è l’unico punto valido.

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