– Nel suo libro “Addio Alla Verità” Gianni Vattimo accusa i moderni mezzi di comunicazione di massa di essere responsabili della perdita di significato subita dal tradizionale concetto di verità nell’era contemporanea. L’analisi proposta dal filosofo torinese scaturisce da un approccio neomarxista che considera la società fortemente determinata dagli influssi negativi che i media bugiardi e politicizzati inoltrano all’individuo sempre più disorientato, fornendogli quotidianamente un numero di “verità” contraddittorie e pressoché infinite.

Difendendo questa posizione non si rischia soltanto di legittimare un modo di pensare illiberale che ovvierebbe al problema dei presunti influssi dei media sugli individui instaurando un regime di controllo statalista sugli stessi – come se quello vigente non bastasse – ma anche di trascurare i deleteri effetti che causano le verità (o presunte tali) di Stato su quegli individui che ci si era prefissati di proteggere.

E’ questo il dilemma che verrebbe a sorgere, ancor prima della questione del reato di opinione, nel caso in cui il negazionismo degli avvenimenti della Shoah venisse bandito per editto delle Camere, con tanto di severe sanzioni penali per i trasgressori. Una proposta in questa direzione si sta già facendo strada in Parlamento. Alle prevedibili obiezioni liberali, i fautori della proibizione per legge potrebbero replicare che non si tratterebbe affatto di istituirebbe un reato d’opinione, poiché si marcherebbe una differenza tra il rivendicare in privato un’idea e il renderla manifesta al fine di convincere terzi della sua veridicità, un po’ come accade per il reato di apologia del fascismo.

Una linea di difesa con cui tentare di mettere realmente in minoranza quanti sono favorevoli al carcere per chi rivendica interpretazioni storiche alternative è puntare tutto sull’illegittimità di un decreto legislativo che mira a fissare delle verità e perseguire quelle discordi. Crediamo che esistano infinite interpretazioni e mistificazioni con cui intorbidire l’oggettività dei fatti, ma a differenza di Gianni Vattimo pensiamo che la verità dietro ciascun fenomeno esista e sia una e inequivocabile; tuttavia non spetta a nessuno, tanto meno ad una maggioranza parlamentare, imporre la propria “verità” a discapito delle interpretazioni altrui.

Lo Stato si fa ogni giorno portatore di interpretazioni che bolla come verità indiscutibili non solo in campo storico – penso agli anni di piombo, alle stragi, alle grandi inchieste – ma anche culturale e, non ultimo, morale. Non sono forse modi subdoli di rivendicare delle verità quelli con cui si istituiscono dei programmi ministeriali per le scuole pubbliche, in cui burocrati decidono cosa è bene e cosa non è bene insegnare ai nostri ragazzi? Non è questo altrettanto valido per tutti quei comportamenti chiamati vizi che lo stato mette al bando e considera come reati? In definitiva è questa la natura della verità di cui uno stato vuole farsi guardiano: nient’altro che una forma di legittimazione con cui giustificare imposizioni e divieti indebiti.

Il professor Marco Invernizzi con cui ebbi una volta il piacere di interloquire mi disse che la verità senza alcun dubbio esiste, ma troppo spesso non siamo in grado di trovarla. Rivendicare libertà di ricerca storica e di diffusione di interpretazioni alternative a fatti talvolta drammatici quali la Shoah non è professione di relativismo né di giustificazionismo nazista: è una doverosa esortazione al pluralismo e al rispetto delle “verità” altrui.