– Ci sono notizie che danno il senso e la misura della considerazione che la nostra classe politica ha dei soldi pubblici. Quando poi queste notizie arrivano in tempo di crisi, in un contesto in cui le risorse per la ricerca vengono tagliate (o risparmiate), la cosa assume un significato ancora più paradossale.

La notizia, per farla breve, è questa: mentre la ricerca sulle biotecnologie è bloccata dalla moratoria imposta dall’allora Ministro delle Politiche Agricole Pecoraro Scanio, le istituzioni scientifiche languono senza quattrini e i nostri migliori biotecnologi emigrano all’estero, Mario Capanna riesce a spillare per la sua Fondazione Diritti Genetici il comodato d’uso di un castello a Ladispoli, oltre a 20 milioni di euro per restaurarlo e impiantarci un centro di ricerca nuovo di zecca.

Gli obiettivi della ricerca sono piuttosto fumosi, si parla soprattutto dei cosiddetti MAS (marker assisted selection) un sistema di miglioramento genetico che di particolarmente innovativo non ha nulla e soprattutto non è per nulla alternativo agli OGM (ogni cosa può avere la sua funzione, o vogliamo considerare la carta vetrata alternativa alla carta igienica e promuovere l’uso della prima al posto della seconda?), ma tutto sommato la poca chiarezza (oltre al sovraccarico ideologico) di un progetto del genere sembra essere uno dei punti di forza del progetto stesso, dato che incredibilmente può contare sul sostegno di sette ministeri oltre alla Presidenza del Consiglio, il Comune di Roma, il Comune di Ladispoli, la Regione Lazio e, come una spruzzatina di cacio sui maccheroni, la Regione Puglia.

Ma se si sfogliano le pagine della presentazione sembrano pian piano farsi più chiare le intenzioni dei promotori, intenzioni che di scientifico hanno ben poco (basta guardare i curricula dei membri della Fondazione, per lo più attivisti di Greenpeace), ma hanno a che fare piuttosto con la propaganda, anche se qui usano termini un po’ più delicati, come formazione, approfondimento, aggiornamento, divulgazione, “osservatorio di analisi quanti-qualitativa sull’informazione giornalistica sulle biotecnologie” (questa è bella, insieme all’agenzia che “fornirà un flusso di informazioni e approfondimenti inerenti al settore delle biotecnologie, rivolto ai media, ai ricercatori e al grande pubblico”).

Insomma, una gigantesca operazione di lobbying (interessante il fatto che la direzione scientifica della Fondazione si trasferisce a Bruxelles, che più che un polo scientifico sembra essere ben altro) finanziata con i nostri soldi e che riuscirà, se riuscirà a combinare qualcosa, ad allontanare ancor di più l’Italia dalla ricerca scientifica di alto livello, oltre ad allargare ulteriormente (se è possibile) il baratro che separa l’agricoltura italiana da quella degli altri paesi occidentali. Una storia che somiglia vagamente a quella di Trofim Denisovič Lysenko, presidente dell’accademia delle scienze agricole dell’Unione Sovietica dagli anni ‘30 agli anni ’60. Cito da Wikipedia:

“Durante gli anni trenta fu il principale propugnatore di una visione politicizzata della biologia che si prolungò in URSS fino agli anni sessanta. Furono celebri le sue battaglie contro la scienza accademica, i principi classici della genetica e le leggi di Mendel. Sosteneva, con l’appoggio di Stalin, una teoria neolamarckiana derivata da Mičurin, secondo la quale l’eredità dei caratteri sarebbe influenzata da fattori ambientali. Alcuni scienziati sovietici che si opposero alle sue teorie ed alla loro impostazione ideologica furono incriminati e condannati. Le sue teorie, oggi completamente screditate, applicate all’agricoltura sovietica, ebbero esiti disastrosi”.

La vicenda riportata in quest’articolo sarà oggetto di un’interrogazione parlamentare di Benedetto Della Vedova al presidente del Consiglio dei Ministri.