Categorized | Diritto e giustizia

Le vere priorità per la giustizia italiana – 1

– “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.” (Cesare Beccaria, Dei Delitti e Delle Pene)

Questo passaggio del celeberrimo trattato di Cesare Beccaria non potrebbe essere più chiaro nel fissare le stelle polari di un sistema penale moderno e liberale, in netto contrasto con l’asfissiante, sanguinario ed arbitrario impianto inquisitorio del processo di ancient régime. Non fu un caso se Dei Delitti e Delle Pene ebbe grande fama tra i pensatori e i regnanti di tutta Europa, e che sia la pietra miliare degli attuali codici penali europei.

Tuttavia – a duecento anni di distanza – alcuni dei suddetti principì vengono disattesi. Proprio nella terra che ha dato i natali a Cesare Beccaria. Mi riferisco all’evidente quanto schiacciante problema della lentezza della giustizia, che, a dispetto delle cronaca degli ultimi giorni, rimane l’unico vero motivo urgente di riforma della giustizia italiana. Se fino a qualche decennio fa la minaccia era “finiscila, o ti faccio causa!”, oggi è “eddai, prova a farmi causa!”.

Il 21 Dicembre 2010 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha emesso una maxi condanna nei confronti dell’Italia per i ritardi con cui vengono pagati gli indennizzi legati all’eccessiva prolissità dei processi; indennizzi fissati dalla legge Pinto del 2001. Oltre il danno, la beffa: non bastavano le condanne e i richiami per il malfunzionamento e la lentezza della giustizia; si è aggiunta una condanna per la lentezza nell’accogliere e soddisfare le domande di risarcimento. Tutto questo rende la giustizia italiana un goffo e impacciato gigante coi piedi d’argilla.

Come si è potuti arrivare a bucare il fondo della botte (siamo 156° su 181° paesi al mondo, subito dopo Guinea e Gabon)?

Cominciamo sfatando un mito ricorrente e sulle labbra di molti: la convinzione che i magistrati italiani lavorino poco, siano i più stipendiati di Europa e siano più numerosi dei loro colleghi europei. Falso. Dal rapporto CEPEJ 2010 (Commissione Europea per l’Efficienza della Giustizia) emerge che i magistrati italiani sono tra i meno pagati d’Europa, tutt’altro che in numero eccessivo (10,2 ogni 100.000 abitanti, nella top five), con un tasso di produttività (sia civile che penale) di tutto rispetto; il loro stipendio lordo a inizio carriera è tra i più bassi d’Europa (37.000€ annui) anche se si torna nella media europea con quello a fine carriera, approssimativamente pari a 122.000€ annui. Viene persino smentita la voce della magistratura impunita; le sanzioni disciplinari sono maggiori rispetto a Spagna, Belgio, Francia, Polonia e Svizzera. Quello che viene confermato è l’eternità dei procedimenti giudiziari (682 giorni per chiudere una causa di divorzio!) e la saturazione del mercato legale, con un numero di avvocati elevatissimo.

Questo non esime il legislatore dalla necessità di mettere mano alla struttura della magistratura italiana, spesso ancorata a schemi superati e superabili; è auspicabile una separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, una maggior preparazione tecnica ed informatica del personale delle procure (su cui è necessario investire un maggior numero di risorse, specie nel settore tecnologico), un’ancor maggiore spinta all’informatizzazione della procedura giudiziaria, un meccanismo che fondi sulla meritocrazia – e non sull’anzianità –  gli scatti di carriera, un sistema elettivo per il CSM (sorteggio secco?) che stronchi i giochi gattopardeschi delle correnti.

Ma non si possono scaricare tutte le responsabilità sui magistrati; sarebbe un errore gravissimo, miope e fuorviante. E’ necessario intervenire sul meccanismo della giustizia, divenuto farraginoso a causa di una mole spropositata di procedimenti giudiziari. Questa gargantuesca crescita della domanda giudiziaria non è stata causata da un’innata litigiosità del popolo italiano (per quanto la cosa sia nazional-popolare), ma perché il processo è divenuto una vera e propria corsa ad ostacoli verso la prescrizione, dove vince l’atleta con avvocati (ridotti ad azzeccagarbugli manzoniani) più abili. Il Dum Pendet, Rendet è complice della degenerazione del sistema.

Tale status quo deve essere sovvertito radicalmente, promuovendo misure capaci di semplificare e accelerare il processo penale, sfrondando la giungla di Riti del processo civile, incentivando il dibattito stragiudiziale tra le parti; in altre parole, bisogna dedicarsi alla politica della ragionevole durata del processo, senza steccati ideologici.

E’ necessario circoscrivere – specie se la causa è civile e di modesta/issima rilevanza – la possibilità di impugnazione della sentenza di primo grado; l’appello in secondo grado e in cassazione dovrebbe essere permesso solo per cause di una certa gravità e/o influenzare direttamente la pena (o le tasche) di chi ricorre, in caso di conferma della sentenza di grado inferiore. Ricorrere in appello e in cassazione diventerebbe più spedito e non più “automatico”.

Inoltre, la prescrizione continua a correre nel momento in cui i processi hanno inizio. Stando ben lontani dalle grida giustizialiste di chi la prescrizione la vuole abolire, non sarebbe il caso di interrompere (o regolare in modo più stringente) questo scorrere nel momento stesso di apertura del dibattimento? E’ infatti innegabile osservare che l’attuale meccanismo finisca per favorire coloro che mirano ad allungare (a suon di ricorsi) il processo, favoriti da tempi prescrittivi abbattuti negli anni a suon di interventi legislativi.

Questi due provvedimenti cambierebbero l’intera visione del processo da parte degli avvocati, i quali non perderebbero tempo in caso di palese colpevolezza del proprio cliente.

Eccoli i principali colpevoli della situazione in cui versa la giustizia italiana: processi di modesta/issima entità, ricorsi a profusione, formalismi spinti all’estremo in sede di dibattimento, leggi ideologiche, mal bilanciate e ultra-garantiste in un sistema che (fortunatamente) garantista lo è già.

La Seconda Repubblica ha partorito – dal 1994 a oggi – oltre 200 leggi sulla giustizia; ogni volta veniva annunciato che il problema sarebbe stato definitivamente risolto. Nel migliore dei casi parliamo di leggi inutili e formalistiche, nel peggiore di leggi proclama (come il reato di clandestinità o l’indulto) che non hanno fatto altro che infierire su un edificio traballante, caricando le procure (il cui personale è ridotto al lumicino) di ulteriore (e inutile) lavoro. Senza contare disposizioni dichiaratamente lesive del meccanismo giudiziario (come il DDL Intercettazioni o il Processo Breve) o disposizioni anacronistiche/ultra-corporativistiche (come la ControRiforma Forense).

Una vera riforma della giustizia è necessaria; l’importante è che non acquisisca foschi tratti ideologici, traducendosi in una “rivalsa” della politica sui “magistrati comunisti” (magari con tanto di commissione d’inchiesta). Le possibilità e i mezzi ci sono. Ma si può dire lo stesso per la volontà politica?

Un intervento del genere non può aspettare; una giustizia lenta scoraggia l’investire nel nostro paese (chi mai investirebbe capitali in un paese dove una pratica legale per il recupero di un credito arriva a durare sino a 3,3 anni?), mina la credibilità del sistema legale (spingendo i cittadini a farsi giustizia da soli), crea enormi disparità sociali e tradisce il principio di eguaglianza formale innanzi alla legge.

Non si può fuggire: una giustizia lenta è una giustizia ingiusta.

Altri articoli sul tema

Le vere priorità per la giustizia italiana – 2 di Stefano Iuretich


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

8 Responses to “Le vere priorità per la giustizia italiana – 1”

  1. Michele Dubini scrive:

    Aggiungo uno spunto, che a una “Riforma della Giustizia” dovrebbe quantomeno essere complementare.

    E’ necessario rendere pubblici i casellari giudiziari. E per “pubblici” intendo “accessibili dal Web, da ogni comune cittadino”.

    Questo – a ben vedere – è l’unico modo per risolvere il problema della pubblicazione delle intercettazioni (Spesso elaborate, edulcorate, sminuite o ingigantite) sulle pagine dei giornali. Il cittadino – potendo in qualsiasi consultare TUTTE le memorie, difensive e non – potrà assicurarsi della veridicità della notizia (e di come è stata posta). I giornali non mirerebbero più a vendere copie con “patacche” o con “stralci di intercettazioni” (magari poco attinenti), ma mirerebbero a fare la migliore selezione, la migliore sintesi.

    A guadagnarcene sarebbe, ovviamente, il cittadino. E poco importerebbe per gli indagati, visto il killeraggio cui molti (pensiamo solo al caso della casa di montecarlo) sono sottoposti.

  2. daniele burzichell scrive:

    Molti dei rilievi contenuti nell’articolo sono condivisibili, ma viene taciuto il problema reale.
    Gli italiani sono molto più litigiosi degli altri popoli (è provato dai numeri) perchè abbiamo troppi avvocati e troppi avvocati producono false liti che potrebbero essere facilmente evitate con un po’ di buon senso.
    Se gli avvocati fossero di meno, farebbero mettere d’accordo i loro clienti su tutte le controversie effettivamente transigibili, perchè non avrebbero bisogno di portarli dinanzi al giudice al fine di ricevere un più lauto onorario.
    Inoltre, una buona parte degli avvocati non è in possesso della necessaria preparazione tecnica per fare l’avvocato e questo è inconcepibile, perchè l’avvocato non è un tizio qualsiasi che ti aiuta a litigare, ma un professionista che in virtù della sua particolare qualificazione tecnica traduce nel linguaggi giuridico sostanziale e processuale le istanze del proprio cliente.
    E’ assurdo, ad esempio, che non esistano albi specialistici di avvocati (è come se un medico oculista potesse fare anche il ginecologo).
    Ovviamente si può discutere la bontà della (prevalentemente censitaria) controriforma sull’odinamento della professione forense, ma l’idea che i tribunali possano essere un casino idescrivibile, invece che luoghi in cui dei tecnici (avvocati e giudici) esercitino la funzione giudiziaria, è semplicemente delirante.
    La libera concorrenza non vuol dire che Vanna Marchi può vendere liberamente il suo sale magico.
    E questo non credo che sia chiaro.

  3. Andrea B. scrive:

    Sono un po’ scettico sull’ idea di bloccare il decorrere della prescrizione all’ apertura del dibattimento, perchè la trovo un’ idea radicalmente contraria allo spirito della prescrizione stessa … o vogliamo lasciare gli imputati alla mercè dei magistrati, che potrebbero così, indefinitamente, “tenere sulla graticola” l’ imputato, allungando a piacimento, fino a dismisura, la durata stessa del processo ?
    E questo sarebbe un qualcosa contario alla “giustizia pronta” auspicata dallo stesso Beccaria !

    Il fatto che la prescrizione non abbia funzionato da sprone per la velocizzazione dei processi, non autorizza, per me, ad adottare soluzioni, quale quella ipotizzata, che praticamente l’ abolirebbero.
    E la colpa non è degli avvocati: questi ultimi fanno il loro gioco, adattandosi alla realtà della giustizia italiana: è quest’ ultima che “offre il destro”, essendo farraginosa e lenta di per sè.

  4. Michele Dubini scrive:

    @Andrea B: Il fatto è che – giocando con i favorevoli tempi della prescrizione – qualsiasi imputato la farà franca, grazie al lavoro di rimpiattino dei propri avvocati. Il blocco dei tempi prescrittivi indurrà chi “sa” di essere colpevole a un patteggiamento e alla richiesta di rito abbreviato. Ne guadagnerà in quanto pena e ne guadagnerà il sistema giudiziario in quanto efficenza. E ne guadagneranno anche gli imputati innocenti, che vedranno la macchina andare più veloce e spedita. Non vedo in che modo i magistrati potrebbero tenere sulla graticola l’imputato, visto che siamo in un sistema accusatorio e non (fortunatamente) inquisitorio.

    @Daniele: In Spagna non è necessario alcun esame di abilitazione per la professione forense (basta la laurea e “ite missa est”), ma il numero di operatori è clamorosamente più basso del nostro. Invece di scuole professonali statali ed ultra-costose, ordine “pesante” degli avvocati, tariffari, sarebbe più corretto mantenere un ordine “leggero” (ovvero con semplici competenze disciplinari per chi vuole divenire avvocato, nulla più), tariffari più elastici e flessibili (penso solo al patto di quota lite), più ricambio generazionale. In questo modo solo i più bravi e capaci (come è giusto che sia)riusciranno a stare sul mercato.

  5. Sottoscrivo pienamente.La lentezza della giustizia scoraggia il bisogno di giustizia (sopratto quella civile).

  6. Andrea B. scrive:

    @ Michele
    “Chi sa di essere colpevole” ?
    A parte che puntare alla prescrizione non significa di per sè che l’imputato sia colpevole … ma qui, per caso, si vorrebbe dare per scontato che i tribunali condannino tutti e solo i colpevoli e assolvano tutti e solo gli innocenti ?
    Se così fosse, basterebbe il patteggiamento stesso a far chiudere i processi in anticipo (pattegiamento che poi di per sè non equivale ad ammissione di colpevolezza, ma questa è un’ altra storia).

    La realtà dei processi è diversa: l’ imputato spesso “se la gioca” … tutto dipende da come sono stati formulati i capi d’accusa, se è ragionevole che la corte accolga le tesi accusatorie, da quali prove ha in mano il PM …
    Solo il colpevole che ha veramente le “spalle al muro” patteggia … ma questo, allora, succede già comunque, tempi di prescrizione lunghi o meno ( anche parecchi innocenti con ancora la condizionale da usare, se per calcolo si va sotto il limite della stessa patteggiano … ora però che la conversione della pena in sanzione pecuniaria è stata decuplicata, succede di meno … e questo NON contribuisce di certo alla velocità della macchina giudiziaria!).

    Siamo sempre lì … se la giustizia fosse veloce, la prescrizione sarebbe un limite temporalmente lontanissimo e non varrebbe la pena puntarci.
    Se invece, la lentezza della giustizia è tale che da sola si avvicina a quel limite, allora sì che si prova a dargli quel rallentamento in più …
    Sulla prescrizione ci siamo avvitati in un loop … e per uscirne ci sono due strade: o quella giustizialista o quella garantista.

    Per ultimo: il nostro sistema è accusatorio e non inquisitorio ? Senza una reale separazione delle carriere, finchè il PM rimarra “magistrato”, non so …

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Senza contare disposizioni dichiaratamente lesive del meccanismo giudiziario (come il DDL Intercettazioni o il Processo Breve) o disposizioni anacronistiche/ultra-corporativistiche (come la ControRiforma Forense). … Leggi l`intero post » […]

  2. […] Le vere priorità per la giustizia italiana – 1Libertiamo.itSenza contare disposizioni dichiaratamente lesive del meccanismo giudiziario (come il DDL Intercettazioni o il Processo Breve) o disposizioni … […]