– Provare a volare alto, oltre le bassezze di questi giorni. C’è un tema che divide come pochi altri, dove spesso non vi sono opinioni contrapposte ma tifoserie esagitate, dove discutere seriamente pare essere oggi impossibile. Questo tema, si capisce, è la giustizia.

Non si entrerà qui nel merito delle tristi vicende attuali, sconcertanti da molti punti di vista. Queste ed altre rimarcano una volta di più, e forse non ce n’era bisogno, quanto sia grave e drammatica la situazione in cui versa la giustizia italiana.

È francamente incredibile, eppure accade, sentire politici di ogni schieramento sostenere che una riforma complessiva non sia una priorità. Anche se in parte hanno ragione: non è “una” priorità, è l’intervento riformatore per eccellenza.

In Italia, purtroppo, la riforma della giustizia viene percepita come un tema berlusconiano: è indubbio che l’attuale premier l’abbia spesso invocata a sproposito, magari proponendo modifiche legislative decisamente discutibili e con ogni probabilità poco efficaci. Ma è intollerabile come le forze di opposizione, anche quelle che si dicono “responsabili”, non vogliano rendersi conto del degrado che sta attraversando il sistema giudiziario, preferendo magari una polemica di breve respiro contro Berlusconi e i suoi.

Il rischio concreto, a questo punto, è che la giustizia non la riformi nessuno, né ora né nei prossimi anni, lasciando immutata una situazione intollerabile.

Si può tentare, con la consapevolezza che quanto si sta per dire non raccoglierà facili ovazioni, di analizzare brevemente alcune questioni che andrebbero immediatamente trattate per evitare il definitivo sfascio della giustizia in questo paese.

Si parla spesso di competitività del sistema paese: bene, è fuori discussione che i tempi biblici dei processi civili siano indegni di un paese avanzato. Per non parlare delle procedure fallimentari, purtroppo in aumento in questo momento di crisi, la cui eccessiva lunghezza rischia di distruggere il valore degli asset aziendali altrimenti monetizzabili oltre che ad avere effetti negativi sul mercato del credito. L’inefficienza del sistema è un grave fardello per le imprese operanti in Italia, spesso costrette ad avvalersi di costosi rimedi arbitrali. Chiunque ritenga auspicabile una robusta crescita economica, oggi invece asfittica, deve necessariamente affrontare questo nodo.

Le soluzioni, tuttavia, potrebbero non mancare. Si dovrebbe intervenire su questi aspetti: organizzazione degli uffici, criteri di misurazione della produttività e semplificazione delle procedure.

Il primo tema, fra l’altro condiviso anche dalla magistratura, implicherebbe la riorganizzazione dei vari tribunali presenti sul territorio, con la riduzione delle sedi distaccate proliferate un po’ dovunque e una migliore riallocazione delle risorse. Sembra facile a dirsi, in realtà le resistenze potrebbero essere molteplici, dal campanilismo di molti Comuni (che, come per le Università, misurano il proprio “prestigio” dall’avere un tribunale…) alle prevedibili proteste del personale che si vedrebbe coinvolto in trasferimenti o in assegnazione di mansioni diverse. Andrebbe poi creata una struttura di tipo manageriale all’interno degli uffici, in grado di monitorare l’attività dei giudici, legando una parte della retribuzione di questi ultimi non solo all’anzianità ma anche ai risultati conseguiti. Infine si potrebbe sfoltire la giungla di procedure, con una semplificazione dei tipi di processo, e soprattutto digitalizzare l’attività dei tribunali stessi, ad esempio rendendo obbligatorie le notifiche in via telematica ed eliminando, quindi, le terribili code innanzi agli uffici giudiziari. Qualche esempio virtuoso, poi, vi è già, come accaduto a Bolzano dove l’arretrato è stato smaltito in tempi ragionevoli.

I suggerimenti menzionati non hanno la pretesa dell’esaustività, ci mancherebbe, ma sono spunti che non hanno colore politico e che potrebbero trovare ampia condivisione.

Non c’è dubbio, invece, che nel campo della giustizia penale i punti di vista possono essere diversi e talvolta incompatibili. Spesso una delle proposte più care all’area liberale, la separazione delle carriere tra giudice e pubblico ministero, viene avversata con il pretesto che non migliorerebbe l’efficienza del sistema giudiziario. Ma se quest’ultima è un obiettivo da raggiungere, anche già nel breve periodo, a parere di chi scrive la netta distinzione tra le due funzioni non deve per questo essere accantonata, anzi. Né si può ritenere scandaloso la creazione di una diversa sezione del CSM per i magistrati inquirenti rispetto ai giudicanti. Tutto ciò, si badi, senza minare l’indipendenza dei procuratori o privandoli del potere di dirigere la Polizia giudiziaria, come l’attuale maggioranza aveva maldestramente proposto.

Un processo penale più giusto ed efficace, inoltre, dovrebbe passare attraverso la valorizzazione del giudizio di primo grado: ad oggi, com’è noto, ogni processo può potenzialmente attraversare tre gradi di giudizio, il che comporta dispendio di risorse e soprattutto tempo, con l’effetto di negare giustizia quando i reati si prescrivono oppure di lasciare troppo tempo alla sbarra (e, purtroppo, spesso in uno stato di restrizione della libertà personale) un cittadino che, va sempre ricordato, è presunto non colpevole fino a condanna definitiva. Un valido rimedio potrebbe essere la riduzione delle possibilità di impugnazione per l’imputato purché, contemporaneamente, non sia concesso al pubblico ministero appellare o ricorrere per Cassazione una sentenza che assolva l’imputato stesso: quello che stabiliva la c.d. Legge Pecorella, poi bocciata dalla Corte Costituzionale, principio che in un nuovo assetto potrebbe ben essere considerato legittimo o addirittura elevato a rango costituzionale.

La proposta più dirompente, tuttavia, è data dalla cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, che costringerebbe ogni pubblico ministero ad assumersi la responsabilità sulle inchieste condotte, senza più alcun paravento, e che consentirebbe di valutare in modo obiettivo l’operato dello stesso. Il discorso, si badi, è molto complesso, tanto che sul tema vi sono indeterminabili discussioni e sono stati scritti numerosi volumi. Tuttavia meriterebbe di essere affrontato, anche per replicare a un’obiezione tutt’altro che infondata: poiché nei sistemi giuridici dove vale il principio della discrezionalità dell’azione penale le scelte sui reati da perseguire spesso hanno natura politica, o perché il p.m. è subordinato all’esecutivo o perché eletto dai cittadini, ciò inficerebbe l’indipendenza oggi riconosciuta ai magistrati inquirenti.

Tale problema, però, non è di per sé insuperabile. Una possibile soluzione, senza voler essere presuntuosi, potrebbe essere assegnare tale scelta proprio a quella sezione del CSM costituita per i procuratori stessi. Si può immaginare quindi un organo, magari anche in parte di nomina politica, in grado tuttavia di conservare l’indipendenza di questi ultimi. Forse questa è solo una provocazione, ma è indubbio che la separazione delle carriere implica anche un conferimento di grande responsabilità, oggi troppo spesso assente, in capo a tutta la magistratura. Altrimenti, la situazione rimarrebbe quasi invariata.

Si potrebbe, forse, togliere di mezzo ogni discorso su eventuali “usi politici” della giustizia, impedendo scontri all’arma bianca tra ultras delle procure e ipergarantisti. Ma su questa innovazione è bene non illudersi: le resistenze sarebbero corpose e trasversali.

Certo, qualsiasi progetto di riforma che includa anche solo alcune delle ipotesi qui indicate necessita di tempo, sia per la preparazione che per appurarne i benefici. In aggiunta, avrebbe bisogno di un dibattito civile, anche aspro, ma sul merito e i contenuti. Tutte cose che non paiono esserci nell’Italia di oggi: sia la politica che la società, dove in fondo la prima riflette la seconda, preferiscono la guerra totale, il disprezzo per chi la pensa diversamente: così che anche la giustizia diventa un campo di battaglia, dove ragionare è proibito perché conta la fedeltà, l’ortodossia, l’adesione cieca a uno degli eserciti in lotta, non importa quale.

Si parla tanto di riforme, argomenti di discussione già ci sono, ma tutto ciò non sembra interessare.

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