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Negare per legge un’opinione è peggio che negare la Shoah

– “Allorché gli uomini si rendono conto che il tempo ha scalfito le loro convinzioni più salde, essi possono iniziare a credere, con una forza persino superiore a quella che sospinge i più intimi valori personali, che il bene ultimo a cui anelano può meglio essere raggiunto attraverso un libero mercato delle idee poiché l’unica, reale prova della verità di un pensiero è data dalla sua capacità di farsi accettare nella competizione del mercato.

Justice Oliver Wendell Holmes, Corte suprema degli Stati Uniti, dissenting opinion in Abrams v. United States, 250 U.S. 616 (1919)

Mr. John Spencer, membro del Congresso americano nella prima metà del 1800, alla domanda rivoltagli da Alexis de Tocqueville sui limiti alla libertà di stampa in America (allora unica forma di divulgazione del pensiero) rispose lapidariamente: “Il nostro è un principio semplicissimo. Tutto ciò che rientra nel dominio dell’opinione è completamente libero” (A. De Tocqueville, Viaggio in America, 1831-1832, nella edizione di U. Coldagelli (a cura di), Feltrinelli, Milano, 1990, p. 45).

Un principio semplicissimo e, aggiungiamo, ormai radicato nella cultura occidentale.

Abbiamo impiegato secoli per affrancare la libertà di pensiero dalla censura e dall’Inquisizione. Sorridiamo oggi all’idea che fino a pochi decenni fa ci fosse un Indice dei libri proibiti. Abbiamo esultato all’abrogazione dei reati di opinione come alla fine degli autoritarismi. Abbiamo combattuto perché il giudizio sulla bontà delle opinioni non avvenisse nei tribunali, ma nei giornali, nei convegni, nelle aule di studio, nei mezzi di comunicazione. Abbiamo imparato dalla storia che “écrasez l’infame” può essere solo un’esortazione nel libero mercato delle idee e non il dispositivo di una sentenza.

Perché dunque oggi si torna a parlare diffusamente di reati di opinione, in primo luogo, ma non solo, quello di negazionismo?

Soltanto in Europa si contano negli ultimi anni leggi penali in Austria, in Belgio, Francia, Repubblica Ceca, Germania, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svizzera: leggi che puniscono non solo il negazionismo, ma anche fattispecie più astratte come negare i crimini di guerra o persino offendere la dignità umana. La stessa Unione europea chiede che gli Stati membri puniscano l’incitamento all’odio e alla violenza e la minimizzazione o la giustificazione dei crimini contro l’umanità.

È stato già detto anche in questo sito: negare la Shoah, o negare qualsiasi orrore simile sia stato compiuto, è un atto turpe della coscienza e dell’intelletto, più ancora che della sua manifestazione; ma vietarlo sarebbe sicuramente un atto di  debolezza della democrazia.

Appare paradossale che la stessa cultura europea che ha dato e preso vita da pietre miliari del libero pensiero e della tolleranza (penso all’Aeropagitica di Milton, al Trattato sulla tolleranza di Voltaire e alla Lettera sulla tolleranza di Locke) oggi si trovi a rinnegare se stessa e pensi di non poter avere altre armi per combattere le idee più indecenti se non il tribunale e/o il carcere.

Queste brevi considerazioni tornano ora di attualità dopo l’annuncio del ministro della giustizia Alfano di voler introdurre il reato di negazionismo, annuncio reso ieri al convegno dell’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas, dedicato proprio a questo tema nelle giornate rivolte alla Memoria.

Spesso i governanti assecondano i desideri del popolo proclamando interventi, riforme e novità legislative, salvo poi lasciarli cadere pian piano nell’oblio. Credo che l’annuncio del ministro Alfano sia uno di questi, o almeno me lo auguro.

L’esigenza di essere liberi di esprimere le proprie opinioni, «di tentare di persuadere gli altri», come la definì Carlo A. Jemolo (I problemi pratici della libertà, Milano, 1972, p. 47) non sembra infatti conciliabile con la discrezionalità data ad un giudice di decidere cosa significhi “offesa alla dignità umana”, dove stia il confine tra negare e interpretare diversamente, o dove stia il margine oltre il quale una ricostruzione dei documenti e dei fatti storici diventa giustificazione.

Contro gli infami e contro le infamie una democrazia matura combatte con le armi del ragionamento libero, non con quelle impari delle sentenze dei tribunali. È la sua missione: tendere verso un obiettivo ultimo di maturità dei consociati, in cui le idee buone scaccino infine quelle cattive. Un punto non sempre  raggiungibile con certezza, un archetipo. Ma un punto a cui possiamo avvicinarci di più esercitando il metodo della dialettica, come si fa tra adulti, piuttosto che quello della punizione, come un tempo si faceva con i servi.


Autore: Serena Sileoni

Avvocato, dottore di ricerca in Diritto Pubblico Comparato presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Siena, assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale all’Università di Firenze e cultore di Diritto Costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Macerata, svolge attività di ricerca nel settore del diritto costituzionale italiano e straniero. Giornalista, membro dell’Istituto per la Competitività e dell’Istituto Bruno Leoni, è responsabile editoriale della casa editrice Liberilibri.

3 Responses to “Negare per legge un’opinione è peggio che negare la Shoah”

  1. fabrizio scrive:

    Ottimo articolo, totalmente condivisibile.
    Suggerisco anche di leggere quello (di identico tenore e spessore) scritto ieri sera Massimo Fini sul Fatto Quotidiano.it.
    buona giornata a tutti

  2. vittorio scrive:

    Sono d’accordo. L’idea di mettere fuori legge il negazionismo è stupida e ridicola. Questo cose danno solo impulso e nuova linfa ai movimenti neonazisti che in questo modo si circondano anche dell’aura mistica dei perseguitati e dei fuorilegge.
    Perseguire per legge un opinione anche quelle espresse pubblicamente è una grandissima idiozia illiberale.
    Attenzione perchè se si inizia su questa strada poi non si sa dove si finisce. Potremmo arrivare a definire illegale anche solo quello che non è ortodosso.

  3. Niccolò scrive:

    Complimenti alla collega cultrice. Articolo analiticamente lucidissimo e davvero ben argomentato. Prima di leggerlo ero, in merito alla dibattuta questione, di diverso avviso. Mi ha convinto.

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