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Gli ambientalisti ‘piangono’, ma le foreste sorridono al mercato

– Greenpeace ha lanciato in Italia uno spot di denuncia contro il consumo di carta. La trama fa leva sul senso di colpa di ciascuno di noi, colpevoli persino di far uso di carta igienica talvolta non riciclata. La scena si apre con le lacrime di una ragazza commossa dal film appena visto. L’ “infame” ha il coraggio di asciugarsele con un fazzoletto di carta, ma mentre strofina gli occhi fintamente innocenti ode il rumore di una motosega accanirsi su un albero. La sequenza di gesti consumistici accompagnati dall’ossessivo rumore di accette e quant’altro prosegue in cucina e, viva l’autoironia, in bagno. Intelligentemente non si è scelto di colpevolizzare la lettura di un giornale o di un libro perché scontrarsi con valori percepiti in modo positivo come l’informazione e la cultura sarebbe stato controproducente.

L’offerta di carta riciclata è un fatto senz’altro positivo. Poi il consumatore è libero di orientare i propri acquisti secondo le personali preferenze. L’eccesso di colpevolizzazione delle nostre abitudini quotidiane sottende però una retorica anticapitalistica e anticonsumista fatta più di luoghi comuni che di buone ragioni.

Innanzi tutto, rappresenta un punto di vista parziale: condannare un’industria come quella della produzione cartiera significa accanirsi contro i suoi occupati, l’economia di paesi che dipendono dalla sua produzione. In particolare, significa condannare alla povertà paesi ricchi di risorse ambientali, come quelli orientali, che cercano di ritagliarsi un posto nel mercato globale attraverso il loro sfruttamento.

Imporre determinati usi e il ricorso a specifiche tecnologie significa spesso impedire ad altri paesi un cammino di sviluppo che noi abbiamo già percorso. Ma allora, partendo dal pessimistico (ed errato) presupposto che la presenza di una risorsa ambientale sia un handicap, perché imporre ai paesi con minor reddito pro capite, di accollarsi per intero l’onere?

L’intento protezionistico si accompagna però anche ad una mistificazione della realtà del fare impresa, che non necessariamente ha un impatto negativo sull’ambiente.

Si dà spesso per scontato che il progresso sia nemico dell’ambiente e che un’attività economica basata sullo sfruttamento di risorse ambientali abbia come effetto il loro impoverimento. È vero il contrario. Con l’aumento del reddito cresce anche la domanda di beni ambientali e le industrie che consumano risorse ambientali hanno tutto l’interesse a che queste stesse risorse si perpetuino. C’è un limite economico, quindi, al consumo di beni ambientali.

Certo. Se la foresta è di tutti e ognuno può farne l’uso che preferisce, si innesca una corsa alla produzione di legname per accaparrarsi quante più risorse possibili e vien meno la preoccupazione alla sua conservazione. Il libero mercato e i diritti di proprietà vengono in soccorso, perché danno un prezzo anche alle risorse naturali. L’esaurimento di un bene che ha valore è un esito contrario ad ogni logica di mercato. Nel caso delle foreste, va da sé che, in un regime di proprietà privata, le imprese che sfruttano il patrimonio arboreo hanno tutto l’interesse a che anche domani siano disponibili le risorse ambientali da cui traggono profitto.

La preoccupazione di alcune associazioni ambientaliste nei confronti del fenomeno della deforestazione, che trova risposta solitamente nel divieto di tagliare alberi in aree sottosviluppate, può convergere con gli interessi di tipo protezionistico di cui sono titolari le economie più avanzate, ma si scontrano con le esigenze dei paesi in via di sviluppo. Esigenze, giova ripeterlo, non in contrasto con l’interesse ambientale.

Il taglialegna e il cartaio desiderano poter vendere i propri prodotti a prezzi competitivi sia oggi che domani. Per questo hanno tutto l’interesse a che le risorse naturali che sfruttano non si esauriscano. Può darsi che in un’area a forte crescita demografica sia più utile impegnare la terra per offrire abitazioni e servizi all’abbisogna delle popolazioni. Vi sarà un’altra area, magari meno popolata, oppure meglio collegata ai centri di consumo, dove sarà conveniente praticare la silvicoltura.

Questi sono i principi dell’ecologia di mercato, che non condannano con finti moralismi le preferenze di chi fa la spesa, ma che guardano con realismo all’agire degli attori (produttori, consumatori, lavoratori) che interagiscono tra loro e che hanno bisogno di un prezzo, dato dal mercato, per poter meglio ottimizzare la gestione delle risorse di cui dispongono.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Gli ambientalisti ‘piangono’, ma le foreste sorridono al mercato”

  1. Andrea scrive:

    Condivido che l’impresa possa andar d’accordo con l’ambiente, però vi domando: qual è allora la tesi dell’articolo? Sostenere la deforestazione? Eh no. Allo stesso modo, tanti sanno che fumare fa male, eppure fumano (ma forse lo trovate pure salutare visto che le sigarette danno lavoro a molti). Idealmente sì, è nell’interesse del mercato che le risorse non cessino, ma nella pratica è sotto gli occhi di tutti che ciò non accade. Nulla vieta che uno o molti imprenditori pensino troppo a breve termine, ignorando i limiti ambientali. Gli imprenditori sono persone, non sempre angeli votati al bene. Parliamo del Niger? Del Borneo, della Cina, del Brasile, dove decine di specie si estinguono ogni giorno? Chi ci ridà poi l’ecosistema?

  2. Marco Galliano scrive:

    Potrebbe l’autore citare un caso verificabile, fare un esempio, di un paese in cui il mercato si sia autoregolato, o si sta autoregolando per non far esaurire la risorsa (foresta) che sfrutta?
    L’articolo diventerebbe più utile e interessante. Grazie

  3. Diego Menegon scrive:

    Per una descrizione di casi di scuola, rinvierei al volume “Ecologia di mercato”, di Leal e Anderson, edito da Lindau.
    Casi interessanti di eco-imprenditoria si hanno negli Stati Uniti del Sud, dove molti parchi sono gestiti da privati con criteri di maggior efficienza, a tutto vantaggio della conservazione delle risorse naturali e ambientali. Si legge poi del fallimento di stato che consegue ad una politica dei divieti: il divieto di deforestare un’area ha come conseguenza l’intensificarsi dello sfruttamento di altre aree, indotto dal timore che ulteriori restrizioni vengano introdotte successivamente.

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